Paesaggio e infrastrutture

Oggi la sottosegretaria Borletti scrive:

Pochi giorni fa il presidente Letta ha detto:

Per questo dobbiamo rilanciare il turismo e, soprattutto, attrarre investimenti. Rimuoviamo quegli ostacoli che fanno sì che l’Italia per molti non sia una scelta di vita. Questo significa puntare sulla cultura, motore e moltiplicatore dello sviluppo, o sulle straordinarie realtà dell’agro-alimentare. Questo significa valorizzare e custodire l’ambiente, il paesaggio, l’arte, l’architettura, le eccellenze enogastronomiche, le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali.

Parlando di patrimonio culturale onestamente la rete delle infrastrutture non è esattamente il primo punto che viene in mente. Chissà se si riferiscono al TAV o alla Cuneo-Ventimiglia, alla BreBeMi o alla provinciale 34 della Provincia di Siena. Sarei un po’ preoccupato, se il patrimonio culturale assumesse un valore solo come meta turistica.

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GFOSS news

I’ve been meaning to do this for a long time now (since 2009 apparently). I am proud to announce the first issue of GFOSS news, a newsletter from and about the GFOSS community with a focus on Italy.

GFOSS news

The tagline is “software, dati, persone” (software, data, people) and it is exactly like that. It’s a short summary of what has been going on in the past month: software releases, community events (including the much-discussed resignation of the association’s board) and other relevant news. News items are very short, which is in itself kind of unusual for the average Italian written text.

It is nothing original of course: all news come from OSGeo and GFOSS mailing lists, Planet OSGeo, Planet GIS Italia, Twitter and other sources (with links to the original announcements).

Spread the word, and submit your ideas for the next issue!

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Un articolo per la prossima legge elettorale

Pare che nel programma del nuovo governo ci sia anche una nuova legge elettorale. Ma l’ho sentito dire da troppi governi per crederci veramente. Comunque. Che si faccia doppio turno alla francese, tedesco misto con mostarda, carpiato in e-voting o democrazia diretta (SVEGLIA!!11!!) c’è una cosa che potrebbe essere nella prossima legge elettorale. Non ne ho sentito parlare, quindi la scrivo qui se qualcuno volesse leggerla e farne qualcosa. È molto semplice.

Un cittadino può essere candidato per l’elezione nel parlamento italiano in un solo collegio elettorale, quello di residenza.

Basta con i leader politici candidati in tutte le regioni (tranne la Valle d’Aosta). Basta con i paracadutati. Anche chi è talmente dissennato da votare un partito senza primarie ha diritto ad avere dei rappresentanti che abbiano un legame con il territorio. Magari potrebbe bastare “un solo collegio” lasciando perdere la residenza? Io credo di no.

Risolverà i problemi? No. È un ingrediente per una ricetta. Ai cuochi l’ardua sentenza.

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In una remota valle sui contrafforti del monte Antola

L’anno scorso l’Istituto LUCE ha pubblicato migliaia di video sul proprio canale YouTube. Nonostante la quantità strabiliante di materiale, le possibilità di ricerca e organizzazione del materiale sono a dir poco scarse, come avevo già notato in precedenza.

Schermata da genova-in-cammino-brugneto.webm

Quando nel 2011 ho visitato il Museo AMGA di Genova, il curatore mi ha mostrato, oltre alla vasta collezione di documenti e fotografie riguardanti la storia degli acquedotti di Genova e la costruzione della diga del Brugneto. anche alcuni filmati che il museo aveva recuperato anni prima proprio negli archivi LUCE. Oggi tramite Luca Corsato scopro che l’archivio LUCE è sbarcato anche su Europeana, la grande biblioteca digitale d’Europa, e riesco finalmente a trovare uno di questi spezzoni video che su YouTube mi erano finora sfuggiti.

È un filmato di 9 minuti e 49 secondi intitolato “Genova in cammino”, del 1956. Vi consiglio di guardarlo tutto. Fa riflettere molto sull’origine dei problemi attuali di degrado e conflitto sociale (la gara tra Comune e privati per la costruzione di abitazioni, la costruzione di quartieri periferici per lasciare intatta l’architettura del centro, gli alloggi popolari, la continua lotta contro la natura) e ci sono alcune parti veramente avveniristiche, specialmente quella in cui viene descritto il sistema dell’anagrafe che permette di avere i certificati rapidamente negli uffici periferici tramite telescrivente (un primato europeo di Genova stando al filmato). È una narrazione del grande risveglio di Genova, il cui nome “suscita nel cuore di tutti gli italiani un’immagine di forza e di potenza, di lavoro e di prosperità”…

Schermata da genova-in-cammino-brugneto.webm - 1

Imprescindibile per questa città “intercontinentale” è un acquedotto in grado di fornire acqua a sufficienza per lo stile di vita di una città in piena crescita. Ed ecco che il filmato ci fornisce alcune scarne notizie sulla costruzione dell’acquedotto del Brugneto. Lo spezzone dura meno di un minuto (dal minuto 3:19 al minuto 4:13) ma contiene in sintesi tutta l’ideologia del progetto. Potete scaricarlo da qui.

Ecco la trascrizione del commento:

Ma c’è un problema che sta particolarmente a cuore dei genovesi: quello dell’acqua, che negli ultimi quarant’anni era sempre rimasto allo stadio delle discussioni. Il nuovissimo acquedotto permetterà domani di godere di una quantità di acqua potabile doppia dell’attuale. Il problema degli impianti del Brugneto, che stanno sorgendo in una remota valle sui contrafforti del monte Antola, era quello del finanziamento. L’amministrazione democratica è riuscita a superare le difficoltà, grazie ad un mutuo della Cassa Depositi e Prestiti per l’ingente somma di otto miliardi e ottocento milioni di lire. Ciò ha consentito l’inizio immediato dei lavori che porteranno entro il 1960 alla soluzione di questo problema essenziale per la vita della città.

Schermata da genova-in-cammino-brugneto.webm - 2

Ora non voglio entrare nel lungo discorso del terzo valico e del TAV Torino-Lione, ma mi sembra chiara l’analogia. Ricordo solo che negli anni 1980 e 1990 un secondo invaso artificiale nella vicina valle del Cassingheno fu lungamente contestato e infine abbandonato: il rapporto tra città e territorio era già completamente cambiato e non era più possibile sgomberare una “remota valle” con i suoi abitanti per i bisogni della città senza che il territorio stesso venisse interpellato (anche se non è certo solo per questo che la diga sul Cassingheno non venne realizzata). Una delle cose che più mi aveva colpito nel consultare l’archivio fotografico al Museo AMGA era proprio la totale assenza dei rappresentanti delle comunità locali: figurano progettisti, il sindaco di Genova e forse qualche altra personalità foresta ma mai un sindaco di Propata, Fascia o Torriglia ‒ eppure la val Brugneto allora come oggi era divisa tra tre comuni (più Montebruno, agnus inferior).

Sono sicuro che esistano altri filmati e forse verranno pubblicati in seguito (o magari sono già su YouTube ma non sono riuscito a trovarli). Intanto questo mi sembra un documento importante per raccontare la storia dei Frinti, un paese sommerso.

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Spark plugs and archaeological finds: where do the ethics of fieldwork stop?

Yesterday I posted a picture of a crate with sherds of Roman pottery and a spark plug. That was fun to find and look at, because of course a spark plug is an out-of-place artifact among archaeological finds. Or rather, it is not at all.

As Lewis Binford would argue, both Roman pottery and the lonely spark plug live in the present, regardless of when they were made. Archaeologists like to think of storage buildings as “sacred” spaces of cleanliness, order and rest for the countless finds we unearth every day. That’s what manuals prescribe, so it must be like that. However, as anyone who has seen some of these rooms filled with crates and boxes knows, disorder and dirt is the rule, not the exception. There is rarely, if ever, a clear-cut separation between storage of finds and working tools, or in the best cases between storage and display. Corridors are always blocked by other crates that couldn’t find a place on the shelves. Finding where one specific crate is may take one minute, but it is always pulling it out that will keep you busy for ten or fifteen minutes. All this provided that proper archive records exist and that you can get a list of where things are, and that may prove difficult or even impossible, regardless of who is in charge of producing such a list (heck, you may be responsible in most cases). That spark plug is not there to annoy or bemuse, it is just a gentle reminder that labels and clean sherds do not stop things from happening, objects from moving (shelves collapsing, crates of any material rotting away and breaking) and people interacting with them all the time. There you have it, a storage room filled with archaeological finds is a living context, and one that should not look unfamiliar to an archaeologist.

Me with a mask

Me with a dust mask. Is that enough for punk archaeology? On the back, the usual suspect crates of finds.

Sub-optimal working conditions, uncontrolled temperature (both cold and hot), dust everywhere, need to move heavy loads: this list may be just a random sample of the small everyday glitches of archaeological fieldwork … including that of the finds specialist, and of the assistant to the finds specialist, and of the person working to keep that sacred space clean and accessible (whatever their job is called).

There is an hopefully increasing consciousness of the beauty and significance of “digging the dirt” (best exemplified by works as Between dirt and discussion by Gavin Lucas) in archaeological fieldwork. Dirt is qualifying archaeology, and attempts to leave it out of archaeological discourse are demeaning. No matter how much you clean them, potsherds are still pieces of fired clay found in the soil. Let us bring more of that consciousness out of the trenches, because in the end the substantially boring nature of our work is the same.

Crazily enough, I am discussing most of the above in my dissertation.

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