Tipografia elettorale: le elezioni regionali in Liguria

Anche in Liguria stanno per arrivare le elezioni regionali. Se votassero i tipografi, vincerebbe Raffaella Paita. Le elezioni vere sono un’altra storia.

La partenza delle campagne per le presidenziali USA di Hillary Clinton e Marco Rubio ha destato un po’ di interesse per la tipografia anche sui media generalisti. Facciamo una panoramica dei principali candidati per la Liguria, in rigoroso ordine di sondaggio.

Nexa

imageRaffaella Paita, candidata per il PD, usa Nexa, disegnato da Font Fabric nel 2012. È un font geometrico moderno, con una ampia gamma di pesi. La campagna di Paita sfrutta Nexa in modo pervasivo, adottandolo sia in maiuscolo grassetto per lo slogan e il cognome, sia in minuscolo per il testo ‒ incluso quello sul sito web, con l’intera gamma di pesi disponibili. Nonostante sia un font geometrico, Nexa è abbastanza leggibile anche per testi di lunghezza media, soprattutto nei pesi più sottili, anche se non risulta necessariamente gradevole.

Block Condensed

imageGiovanni Toti, candidato di Forza Italia, usa Block Condensed, disegnato da Hermann Hoffmann nel 1908 e distribuito da molte case tipografiche, tra cui Linotype e Adobe. Il manifesto è scritto interamente in lettere maiuscole, ad eccezione dei riferimenti social, e non risulta un sito web ufficiale della campagna.

Block è un font senza grazie dai bordi leggermente frastagliati, che conferiscono un aspetto vagamente rustico, più caldo rispetto alla maggior parte dei caratteri senza grazie. La leggibilità è garantita soprattutto dall’uso esclusivo delle maiuscole.

Kabel

Alice Salvatore è la candidata del Movimento 5 Stelle e usa Kabel, disegnato da Rudolf Koch nel 1927. Kabel è un font geometrico umanistico, oggi distribuito da diverse case tipografiche. Ad un occhio inesperto, Kabel non è particolarmente diverso da Nexa, e questa convergenza è interessante (lascio ad altri valutazioni sulla tempistica delle scelte tipografiche), se consideriamo che questo genere di font può trasmettere sensazioni di modernità, efficienza, precisione.

cropped-alice_copertinaLa campagna di Salvatore usa Kabel in lettere maiuscole e minuscole, nel peso standard. Le lettere minuscole non sono particolarmente leggibili, in particolare con la spaziatura tra lettere ridotta: il risultato non è dei migliori. Non vengono sfruttati i diversi pesi a disposizione in molte delle versioni digitali del font.

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Se dovessi votare adesso, la campagna elettorale tipografica sarebbe vinta da Raffaella Paita. Paita usa un font moderno, creato da una type foundry giovane che sforna font apprezzatissimi, e non è nemmeno un caso che il font ufficiale di Hillary Clinton sia molto simile. La campagna nel suo complesso è la meglio studiata dal punto di vista tipografico, integrata senza troppe sbavature tra i diversi media (anche se sia Paita che Salvatore usano WordPress per i loro siti web, la campagna M5S è più “minimal”). Il rovescio della medaglia è che probabilmente Paita ha investito più risorse degli altri candidati nella creazione di una campagna di comunicazione professionale di alto livello, nella diffusione del proprio slogan ‒ mentre gli altri due candidati qui considerati inseriscono lo slogan nel proprio manifesto sotto forma di #hashtag , in una sorta di chiamata all’azione per i propri potenziali elettori, forse già un po’ trita per chi gli hashtag li usa davvero.

Nelle prossime settimane, se ci sarà il tempo, guarderemo anche gli altri candidati alla presidenza, e qualche candidato al consiglio regionale (anche se quello che ho visto finora è molto noioso).

Le elezioni vere sono tutta un’altra storia.

Debian Wheezy on a Fujitsu Primergy TX200 S3

Debian Wheezy runs just fine on a Fujitsu Primergy TX200 S3 server

A few days ago I rebooted an unused machine at work, that had been operating as the main server for the local network (~40 desktops) until 3 years ago. It is a Fujitsu Primergy TX200 S3, that was in production during the years 2006-2007. I found mostly old (ok, I can see why) and contradictory reports on the Web about running GNU/Linux on it.

This is mostly a note to myself, but could serve others as well.

I chose to install Debian on it, did a netinstall of Wheezy 7.8.0 from the netinst CD image (using an actual CD, not an USB key) and all went well with the default settings ‒ which may not be optimal, but that’s another story. While older and less beefy than its current HP companion, this machine is still good enough for many tasks. I am slightly worried by its energy consumption, to be honest.

It will be used for running web services on the local network, such as Radicale for shared calendars and address books, Mediagoblin for media archiving, etc.

Quanti visitatori nei musei di Genova?

In attesa che vengano pubblicati i dati aggiornati al 2014, diamo uno sguardo ai dati numerici sui visitatori nei musei civici di Genova negli ultimi anni. La situazione è stabile, ma sembra esserci una stagnazione e l’Acquario non gira. Purtroppo, mancano i dati su Palazzo Ducale.

Visitatori nei musei civici e Acquario di Genova 1996-2013
Visitatori nei musei civici e Acquario di Genova 1996-2013

Nel 2004 Genova è stata Capitale Europea della Cultura. Ce lo ricordiamo bene. I cantieri che sembravano infiniti, le facciate riportate a lustro, le inaugurazioni, le mostre. Qualcosa è rimasto, Genova adesso è una meta turistica, sia per gli italiani sia per gli stranieri. La ricettività inizia a stare al pari con la domanda. Abbiamo un city brand. Ma i musei non sono solo turismo, sono prima di tutto dei cittadini, delle scolaresche che si spostano rumorosamente in autobus, dei gruppi di mezza età, delle famiglie. Quante persone visitano i musei di Genova?

Dove sono i dati

Stuzzicato dagli open data rilasciati dalla Fondazione Torino Musei, che peraltro non sono aggiornati da più di un anno, ho cercato quel che c’era in rete sui musei genovesi, quelli civici in particolare (ci sono anche Palazzo Spinola e Palazzo Reale, statali, i cui dati di affluenza sono disponibili). Forse sembrerà ovvio, ma ho trovato davvero poco, veri e propri dati sparsi.

I dati dal 2004 al 2013 sono compresi nell’Annuario statistico del Comune di Genova (un file XLS dentro uno ZIP). I dati sui musei sono nel file 06 ISTRUZIONE E CULTURA/6.2 Cultura/TAV 07.XLS. Quelli sull’Acquario sono nel file 12 TURISMO/TAV13.XLS.

Per qualche motivo i dati sui musei dal 1996 al 2008 sono nelle serie storiche (link diretto al file XLS). Le stesse serie storiche abbracciano gli anni dal 1993 al 2008 per l’Acquario (link diretto al file XLS).

Nel Notiziario statistico n° 3 del 2014 (file PDF) troviamo i dati sul turismo, che includono i visitatori mensili dell’Acquario nel 2013 e fino a settembre 2014, ma non quelli dei musei.

Il dettaglio maggiore di cui disponiamo è quello mensile per l’Acquario negli ultimi 21 mesi, mentre in tutti gli altri casi siamo fermi al numero totale di visitatori annuali per singolo museo. È difficile fare qualunque valutazione in rapporto agli afflussi turistici, se non a livello molto generale, quindi in questa puntata non ne parlerò proprio.

I dati sparsi vanno ripuliti e ricomposti per essere elaborati. È un lavoro lento e noioso, in cui sicuramente si possono fare errori. Quello che ho ripulito per ora è in questo repository su GitHub, ovviamente in formato CSV.

Cosa dicono i dati

Una premessa doverosa: i numeri sono, per l’appunto, numeri. Un museo poco visitato non è più brutto degli altri, né gestito da persone meno competenti, impegnate, capaci.

I musei di Genova ospitano collezioni uniche, e soprattutto organizzano una quantità incredibile di eventi ‒ ogni settimana sono decine e spaziano da incontri serali a visite guidate, presentazioni, concerti, laboratori per grandi e piccoli. Nell’ultima newsletter che ho ricevuto posso contare 16 mostre in corso.

Ricordatevene leggendo il seguito.

I musei

Il 2004 ha segnato in positivo un punto di non ritorno per la maggior parte dei musei civici genovesi. Il balzo è evidente dal grafico.

Visitatori nei Musei civici di Genova 1996-2013
Visitatori nei Musei civici di Genova 1996-2013

Il dettaglio dei singoli musei è un po’ meno brillante, perché si vedono tramontare realtà come il Museo di di storia e cultura contadina e il Museo di arte contemporanea. Il Galata Museo del mare è in affanno (non sorprendente considerati i numeri dell’Acquario?), anche se rimane il museo più visitato.

Molti musei hanno andamenti altalenanti, magari legati a mostre (↑) o chiusure (↓) temporanee, su cui naturalmente sarebbe importante avere dati.

Visitatori nei musei di Genova: il dettaglio dei singoli musei (1996-2013)
Visitatori nei musei di Genova: il dettaglio dei singoli musei (1996-2013)
I Numeri solidi

I numeri più solidi a mio parere sono quelli dei musei di Storia naturale e di Sant’Agostino, gli unici ad avere una quantità considerevole di visitatori associata ad una crescita costante negli ultimi anni. Anche il Museo di Arte Orientale ha avuto un buon andamento nell’ultimo periodo. Sono queste le realtà che meriterebbero di essere analizzate più in dettaglio per individuare fattori positivi su cui costruire, volendo, una strategia più ampia.

L’Acquario

L’Acquario di Genova non è un museo, almeno non nella tradizionale accezione italiana. Il numero di visitatori dell’Acquario è in calo costante. Dopo il 2004 solo nel 2007 e nel 2013 si è registrato un lieve aumento, ma non ci sono segnali di inversione della tendenza ‒ alla stagnazione più che al ribasso, perché comunque si tratta di una realtà molto forte che non può scomparire da un momento all’altro. Rimane il dubbio sulla sostenibilità di questa impresa, che ha costi altissimi per i visitatori  (24 €) ed evidentemente non riesce a trainare da sola il resto della città, pur rimanendo di gran lunga la struttura più visitata con circa un milione di visitatori ogni anno. Sicuramente sarà la struttura che beneficerà maggiormente dell’afflusso di Expo, e i filmati pubblicitari sono già diffusi nelle stazioni ferroviarie e in altri spazi affollati. Come la Capitale Europea della Cultura, anche Expo può dare uno slancio di medio periodo, ma solo se si saprà lavorare con le lenti multifocali.

Visitatori Acquario di Genova 1994-2013
Visitatori Acquario di Genova 1994-2013

Cosa manca

I grandi assenti di questa panoramica sono naturalmente i dati su Palazzo Ducale, che non è un museo vero e proprio ma è il principale spazio culturale pubblico della città. Dobbiamo accontentarci di notizie (500mila visitatori nel 2012, chiusura record con 125mila visitatori per Frida Kahlo) ma da una fondazione pubblica sinceramente vogliamo molto di più. Ci vogliono gli open data.

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Questo post è il primo con l’hashtag #d969humanities. Stay tuned.

La foto di copertina è “Genova, more than this?”. L’ho scattata io qualche mese fa.

Postcards from 1910

Digital humanities start at home. I present a small collection of postcards dating from 1908 to 1913, that I scanned yesterday as part of a larger collection of 50 letter envelopes (and few actual letters) that ‒ I think ‒ were sent or brought back to Italy when a relative of ours, Enrichetta Costa, passed away in the U.S. in 1923.

These postcards are mostly conveying short messages, greetings, recounts of happy moments, and they often mention being in good health. Some of them are written in English, some in Italian, showing both a desire to become one with American culture and the need to stay in contact with families at home. These postcards are glimpses in the life of young women in their 20s, who had recently moved overseas. Looking at post office stamps, one gets the idea of such postcards as “short messages” that were sent from a nearby town, or from another neighbourhood of N.Y, and apparently could take as little as 12 hours to get to their destination.

The 1913 postcard is actually Italian and was sent from Torriglia to Genoa, where Enrichetta was staying. One has to think she brought the postcard back to the U.S. upon leaving Italy one more time.

It’s tempting to try building social networks from these letters and postcards, and I already started playing with TimeMapper to follow her across the years, even though the bulk of material (that is, the envelopes… but see how I already detached from the emotional value of the object?) is from 1910. Between March and April 1910 she moved from Baxter Street in New York City to the borough of Woodhaven, but only a few months before she was still in Kingston, N.Y.

I’m sure there is abundant literature on the subject of life of immigrants in the U.S. West Coast, but the afternoon I spent with my old Epson scanner gave me a lot of time to think about the social struggles of the time ‒ after all she was coming from a family of peasants and had moved overseas at 16 years ‒ and how her personal history became increasingly detached from that of her family of origin, at the same time having strong ties to the immigrant community from Torriglia that had formed around N.Y., until the final letter confirming her death, signed by her friend Cornelia Sciutto (a surname that is highly characteristic of a village nearby Torriglia), otherwise unknown.

I also came across more mundane problems like what is the best way to present digitally these envelopes. I think we should try using animated GIFs like this one. The original images of the front and back side can be easily retrieved with any image editing software (GIMP in my case) but it’s easier to keep the two sides together, without resorting to ugly non-image formats like PDF. A delay of 3 seconds should work fine for most cases, but it can be adjusted accordingly. It would be rather pointless, but fascinating, to go further and create 3D scans of the envelopes ‒ an unwieldy task for something that is normally flat, on a flat surface, with no tangible “volume”.

There are other issues with publishing these scans, namely exposing the intimate life of people who have been dead for less than 100 years. Surely no one on Facebook cares that their great-grandchildren will be able to sift through their silly day to day chat messages, but today’s assumptions are not good for last year, let alone last century. I’m relieved by the fact that I have almost only addresses, and names, and post stamp dates ‒ and part of me wants someone in Kingston, N.Y. or Woodhaven to recognise one of those names as a distant relative, a long-forgotten ancestor who was friends with Henrietta Costa. If you’re that someone, it would be nice to get in touch, and the sunny Sunday afternoon I spent scanning was not entirely lost.

In any case, enjoy the postcards!

L’archeologa. Un topos narrativo piccolo e schifoso

Sembra che a due famosi autori italiani sia piaciuto specificare che la coprotagonista femminile di un loro lavoro è laureata in archeologia. Detta così non c’è niente di male, ma in effetti non mi piace.

Che la pop fiction italiana sia in stato comatoso non sono io a dirlo, ma lo ripeto volentieri, come preambolo.

La piaga in cui oggi vorrei mettere il dito è la “laureata in archeologia”, ed è un topos narrativo piccolo piccolo, un topolino, ma anche schifoso. Dico che è piccolo perché l’ho trovato solo due volte. E magari sono il 100%, non so.

Ma Lucarelli e Carofiglio sono due autori importanti, no? Mi dico che vale la pena di buttare giù questi pensieri.

Ecco qui la prima apparizione: la seconda puntata della seconda serie dell’ispettore Coliandro (2×02), “Sesso e segreti”. La bella Claudia è la gnocca dell’episodio: è laureata in archeologia, ma preferisce giustamente guadagnare 5000 € a serata come escort piuttosto che fare la fame da archeologa. Chiaramente, lui si invaghisce di lei, lei di lui e vanno a letto.

La seconda apparizione, più recente, è nell’ultimo di Carofiglio, “La regola dell’equilibrio”, una performance piuttosto imbolsita, fitta di autocompiacimento (soprattutto letterario-musicale) e cliché, sceneggiatura televisiva anzi che no. E la coprotagonista, l’inverosimile e poliedrica Annapaola Doria, è laureata in Archeologia (con la A maiuscola). Tra l’altro proprio nella pagina successiva gliela dà.

imageOvviamente diciamo subito che non mi è piaciuto trovare questo accostamento, che è per di più un inutile orpello, visto che entrambi i personaggi potrebbero filare tranquillamente senza avere una laurea, o comunque senza averla in archeologia. Non ho niente contro le sex workers belle e spregiudicate, né con le investigatrici private dalla vita amorosa avventurosa. Anzi, proprio perché usare queste due categorie come stereotipo è già penoso, mi sembra ancora più scemo aggiungerci sopra la laurea in archeologia come peperoncino. Certo, la narrativa pop è fatta tessendo stereotipi, quindi da qualche parte dovranno pur pescare…

La laurea in archeologia è sensuale? Esotica? La laurea in archeologia qualifica una persona come … sognatrice? investigatrice? attraente? procace? arrapata? Provo a domandarmelo, a concentrarmi non tanto sulle archeologhe vere, perché che siano un’altra cosa è fuori discussione, ma sulla percezione che il pubblico ha di chi segue questa strada, anzitutto dando per scontato che non ci sia modo di farlo davvero, l’archeologa (o, casomai, che un’archeologa non sia compatibile con una trama pop, anche di genere). Oppure sbaglio tutto, dovrei provare compiacimento? Magari ci sono altre categorie più tartassate e nemmeno lo so, non ci ho mai fatto caso.

Libri che ho letto nel 2014

Nel 2014 ho letto veramente poco. Un elenco abbastanza stringato:

  • La prosivendola, Daniel Pennac
  • Alta fedeltà, Nick Hornby
  • Il gioco grande del potere, Sandra Bonsanti
  • Per questo ho vissuto, Sami Modiano
  • È il tuo giorno, Billy Lynn, Ben Fountain
  • Baudolino, Umberto Eco
  • L’armata dei sonnambuli, Wu Ming

Archaeology stuff:

  • In small things forgotten, Jim Deetz
  • Punk Archaeology, Bill Caraher, Kostis Kourelis, Andrew Reinhard

Letture post-pedeutiche al viaggio in Patagonia, è stato anche meglio che leggerli prima:

  • In Patagonia, Bruce Chatwin
  • Patagonia, Chris Moss

Saggi, uno solo ma fondamentale:

  • Capital in the 21st century, Thomas Piketty

Se non vi scoccia ascoltare un consiglio, leggete Capital 21C, o almeno dedicate 20 minuti alla supersintesi video. Oppure al riassunto scritto di Cory Doctorow.