Wu Ming, 54

Ho letto 54.

È un piacere da leggere. Rispetto agli altri romanzi di Wu Ming (Q, Manituana e Altai) ha una profonda differenza. È ambientato poco tempo fa. Parla di cose che tutti dovremmo conoscere, molto meglio delle rivolte dei contadini tedeschi e degli irochesi e degli ebrei esuli dall’Europa del XVI secolo. Parla di ferite ancora aperte (l’arrivo della televisione in Italia, il trattamento ai “matti”, la Jugoslavia … ve la ricordate che esiste, lì dietro, vero?), roba che nel cencinquantesimo si potrebbe anche considerare importante. Gli italiani hanno un rapporto cattivo con la propria storia, le proprie storie. Non riescono a ricordare le brutte cose ‒ chissà quale è il rapporto causa-effetto con la carenza di mitopoiesi. La carenza di memoria, la carenza di immaginazione: due lati della stessa malattia. Non sapere come erano le cose, non riuscire a immaginare le cose in un modo diverso. Io non sono d’accordo con l’attualismo a tutti i costi dell’antifascismo, o nel voler chiamare i propri nemici “fascisti” a tutti i costi, anche quando sono un’altra cosa. Fascisti suona sbagliato perché è troppo confortante per tutti quelli che sono sicuri di non esserlo. I nomi sono importanti.

Ah, poi, c’è anche altro nel libro, ma sono io fissato con le storie. E ci sono tante belle storie, intrecciate in modo scoppiettante (ed è questo scoppiettamento a tenerle insieme, a creare quella sospensione del giudizio necessaria prima di aprire un romanzo, prima di sederti al cinema). C’è tanto cinema dentro 54 e non solo nelle parti ovvie ‒ e credo che questa sia stata una caratteristica di Wu Ming che negli anni a venire si è un po’ persa (ma magari sto dicendo una idiozia).

L’ultima differenza importante è che questo è il primo libro di Wu Ming che leggo dopo l’incontro, avvenuto a Siena qualche tempo fa, grazie agli amici di Lavoro Culturale. L’incontro è stato interessante, per me soprattutto sul versante letterario, e ha lasciato un bello strascico su Giap.

Pubblicato da

Stefano Costa

Archaeologist, I study the Late Antique and Early Medieval/Byzantine period on the northern side of the Mediterranean, focusing on pottery usage patterns. I'm also involved in open source and open knowledge communities, like OSGeo, the IOSA project and the Open Knowledge Foundation.

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