Ricerca archeologica, democrazie e accesso alle informazioni

Mi dedico da diversi anni alla gestione delle informazioni in archeologia, anche se ultimamente mi sto interessando più agli aspetti sociali che non a quelli tecnici. In questo post parlo di ricerca archeologica ‒ ma non necessariamente ricerca universitaria ‒ e cerco di guardare all’organizzazione del lavoro di gruppo dal punto di vista dell’accesso alle informazioni. È un tema chiaramente collegato alla circolazione delle informazioni (open data, open access), ma distinto. Paradossalmente si possono verificare situazioni di diffusione esemplare verso la comunità archeologica e verso il pubblico, in cui però non corrisponde un accesso completo alle stesse informazioni all’interno del gruppo di ricerca (il paradosso piramide-cascata). La situazione opposta, appena meno paradossale, è rappresentata da gruppi in cui le informazioni circolano liberamente, ma non vengono condivise all’esterno del gruppo stesso (il paradosso “vasca dei pesci”).

Il focus implicito di quelle che scrivo qui sotto è principalmente sul fieldwork e sulle fasi successive. Anche quando siete da soli, l’archeologia è sempre un lavoro di gruppo.

Ho la fortuna di far parte di un gruppo di ricerca in cui l’accesso alle informazioni è prevalentemente orizzontale: tutti i componenti del gruppo hanno accesso alla totalità delle informazioni prodotte durante la ricerca, senza restrizioni. Tuttavia, questo gruppo di ricerca ha una struttura verticale, non particolarmente originale, con un professore universitario, alcuni assegnisti/dottorandi, qualche laureato e un certo numero variabile di studenti. Questo gruppo di ricerca è un esempio di come l’accesso alle informazioni possa essere slegato dalle strutture decisionali, con l’aiuto della rete e dell’informazione digitale. La rete aiuta molto, specialmente se le informazioni sono “nativamente” in rete come nel nostro caso. Ma la decisione di usare la rete in questo modo è una conseguenza della mentalità orizzontale di accesso alle informazioni, e ha un carattere che possiamo chiamare democratico perché pone delle condizioni uguali per tutti. Nelle giuste condizioni, ciò può risultare in un rafforzamento della coesione interna e facilitare l’inserimento di nuovi elementi nel gruppo. Questo gruppo costituisce un paradosso “vasca dei pesci” perché le informazioni sono accessibili senza filtro a tutti i componenti del gruppo di ricerca, ma non vengono diffuse all’esterno. “No sense in war, but perfect sense at home…”

Il wiki di GQB

Collaboro da qualche tempo con un altro gruppo di ricerca sul campo, più ampio. Questo gruppo ha una struttura verticale necessariamente più marcata, produce la maggior parte della sua documentazione su carta ed è improbabile che qualcuno dai “piani bassi” voglia o possa consultare la documentazione prodotta da altre persone di pari grado, o dai superiori. In una fase successiva, tutta la documentazione viene digitalizzata, e rimane ugualmente di difficile accesso. Vari specialisti prendono parte alla ricerca, talvolta in tempi e luoghi diversi, rimanendo di fatto invisibili se non al direttore responsabile. La maggior parte delle persone che prendono parte alla ricerca sul campo non partecipa alle successive attività, e costituiscono quindi la ”manovalanza” che ha una conoscenza molto superficiale della ricerca, sia in generale sia nel suo svolgimento.

Tabelle quantitative - Gortina

La digitalizzazione post-scavo è ancora un momento fondamentale per la conservazione e la rielaborazione delle informazioni. Si tratta di una attività ripetitiva, che in un contesto commerciale può essere esternalizzata a costi relativamente bassi. Ho svolto questo lavoro in passato e penso che sia equivalente alla manovalanza sul campo (con il tunnel carpale in agguato in entrambi i casi). Per la natura “fordista” del data entry, è plausibile che parti diverse (ma collegate) dello stesso archivio vengano affidate a persone diverse, che quindi possono avere una immagine solo parziale di quello che stanno facendo. Si dirà che il contributo (specialmente intellettuale) di queste persone alla ricerca è pressoché nullo e non ci si debba pertanto preoccupare: io sostengo che l’accesso all’informazione digitale può apportare benefici a tutti i livelli, anche quelli più bassi, e contribuisce ad una migliore ricerca oltre che al benessere intellettuale delle persone.

La partecipazione al processo decisionale è direttamente collegata (ma non necessariamente in modo proporzionale) all’accesso alle informazioni. Come in ogni contesto sociale, l’accesso alle informazioni è una condizione essenziale per l’esercizio delle proprie funzioni e diritti. Come possiamo pretendere che uno studente partecipi a uno scavo se non gli vengono forniti gli strumenti per capire cosa sta facendo? In che modo un professionista dovrebbe lavorare sul campo se non ha accesso alla documentazione delle ricerche pregresse in una determinata area? Se queste condizioni non sono soddisfatte, prevale un processo gerarchico, in cui le istruzioni vengono dall’alto e i risultati “atomici” vengono dal basso, per essere ricomposti via via che risalgono la scala di controllo.

L’esistenza di una gerarchia verticale nella ricerca sul campo non è quasi mai messa in discussione, almeno nella mia esperienza (le origini di questa prassi si possono ricercare nelle radici militari dell’archeologia inglese, ma anche nella netta dicotomia tra archeologo e scavatore prevalente fino agli 1970 e oltre, e in definitiva si tratta di una prassi comune a quasi tutte le attività sociali). Un gruppo molto ristretto (meno di dieci persone) può “concedersi” un approccio più rilassato, ma ci saranno sempre occasioni in cui è una persona sola a decidere, anche per ragioni burocratiche e legislative: tuttavia l’effettivo processo decisionale può essere molto diverso, e può coinvolgere una proporzione più o meno ampia dell’insieme dei partecipanti sotto forma di dibattito, anche informale. Questi dibattiti possono riguardare elementi circoscritti e specifici dell’attività, oppure la strategia generale di intervento e i metodi impiegati per l’attuazione della ricerca. Io penso che si tratti di momenti fondamentali per la formazione e per la buona riuscita delle attività di ricerca archeologica a qualunque livello.

Il tema è ampio e meriterebbe una approfondita analisi, anche tramite un questionario. Per il momento mi limito ad esporre due diritti che ritengo elementari.

Ogni partecipante ad una ricerca sul campo deve avere:

  1. diritto di accesso a tutte le informazioni prodotte dalla ricerca stessa
  2. diritto ad una copia digitale delle informazioni che ha prodotto in prima persona o ha contribuito a produrre in modo sostanziale

Che ne dite? La vostra ricerca è democratica? Quali diritti avete? Quali diritti pretendete?

Pubblicato da

Stefano Costa

Archaeologist, I study the Late Antique and Early Medieval/Byzantine period on the northern side of the Mediterranean, focusing on pottery usage patterns. I'm also involved in open source and open knowledge communities, like OSGeo, the IOSA project and the Open Knowledge Foundation.

7 pensieri riguardo “Ricerca archeologica, democrazie e accesso alle informazioni”

  1. La mia risposta è: purtroppo no, non ancora, non pienamente:
    – le mie lezioni sono aperte e democratiche;
    – gli strumenti didattici che uso sono tutti open;
    – le finalità del mio corso sono la creazione di coscienze libere;
    – la mia ricerca mira alla sostenibilità dell’intero processo.

    Ma purtroppo non basta. Le mie pubblicazioni, anche recenti, sono ancora ostaggio di contratti di edizione in cui la possibilità di libera diffusione non è nemmeno contemplata. Eppure sono pubblicazioni realizzate con fondi pubblici.
    Purtroppo il contesto universitario è impermeabile a tutto questo, e la democrazia, come ben sappiamo, non si importa, ma si conquista.

  2. La mie risposte sono: mi sento fortunato e si può fare ancora meglio.

    Mi sento fortunato perché fin dai primi anni di università ho fatto parte di un gruppo di ricerca “vasca dei pesci” e ritengo che questo abbia contribuito in maniera decisiva ad indirizzarmi verso gli interessi archeologici che poi ho coltivato successivamente. Avere a disposizione i dati mette in moto meccanismi creativi che altrimenti non potrebbero nascere.

    Si può fare ancora meglio perché la conquista della democrazia deve passare, soprattutto per gli scettici e per chi opera diversamente, per una riflessione prima personale e poi collettiva. Anche per me avere la possibilità di accedere a tutti i dati della ricerca deve essere il primo diritto.

  3. Secondo me, al solito, bisogna tenere i piani distinti:
    1) accesso totale alle informazioni della ricerca, è un aspetto fondamentale del fare ricerca… Possiamo avvalerci della bassa manovalanza, ma pretendere di fare un matrix senza sapere cosa avviene 1 metro più avanti dove scavano gli altri è stare all’archeologia come i cavoli a merenda. Quindi in sostanza, non si fa ricerca
    2) sarei più cauto sulle copie digitali al personale. Un conto è l’accesso diretto e costante alle informazioni fondamentali magari tramite data cloud, un conto è che tutti possano portarsi a casa o nella chiavetta materiale della ricerca, pronto per essere pubblicato domani o mostrato agli amici (infelice timore del furto dati). Allora stai lì a firmare liberatorie e quant’altro. Ci vuole anche un diritto nella ricerca che volgarmente chiamiamo “diritto di prima pubblicazione” che in un certo senso è l’essenza stessa della ricerca.

    In realtà la soluzione a tutto questo è 1 e 1 soltanto: bisogna entrare nell’ordine delle idee che questo “diritto di prima pubblicazione” non è indefinito nel tempo, ma temporalmente limitato, e la disponibilità dei dati attraverso modalità di accesso e uso open devono essere garantire trascorso quel tempo pena la perdita di fondi di ricerca o l’inibizione ad ulteriori ricerche sul campo. Allora vedi come A) si danno tutti una mossa e B) come il tema dell’open data si fa serio.

    Altrimenti ci raccontiamo tante belle chiacchiere tante belle prospettive, nella certezza che un ambito fortemente gerarchico come quello accademico e della Soprintendenza, noi saremo sempre e comunque l’ultima ruota del carro, quello che il coltello lo tengono dalla parte della lama…

  4. Simone, grazie della riflessione e della distinzione. Io cercavo di approfondire il tuo punto 1, e sinceramente non vedo l’accesso alle informazioni né come un fondamentale né come un requisito per fare ricerca. Sarebbe bello che l’unico modo di fare ricerca fosse umanamente e socialmente responsabile, ma non è così e certamente ci sono ricerche fondamentali per l’archeologia che sono state condotte con metodi rigidamente gerarchici, in cui non solo il matrix dell’area 1 è fatto senza guardare quello dell’area 2 (meccanicamente ineccepibile, peraltro), ma chi ha scavato nell’area 1 non vedrà mai il matrix di quello che ha scavato se non nella pubblicazione stampata, se c’è.

    Riguardo alle copie: la questione è complessa e con la “liberatoria” hai colto nel segno. Il punto è che non credo si faccia nemmeno firmare una liberatoria in cui cedi indiscriminatamente tutto il tuo lavoro al progetto. Questo è un tema che è stato affrontato in ArcheoFOSS almeno dal 2008 ma senza arrivare mai ad una conclusione, soprattutto per mancanza di materia prima (copie di contratti di lavoro). Varrebbe la pena di dedicarcisi.

    Sul “diritto di prima pubblicazione” non aggiungo niente. L’idea è nota, ma piace solo in teoria. Comunque, a me interessava esplorare soprattutto le dinamiche interne.

  5. Io invece temo che oggi sia il punto fondamentale: chi pensa di fare archeologia vivendo su uno scavo come se fosse un cassetto chiuso, ha capito poco di Archeologia, per usare un eufemismo che non distoni con la tua linea editoriale.
    Bisogna cambiare modo, bisogna cambiare approccio, il vecchio metodo è antiquato oltreché sbagliato a priori. Non è un caso se gli scavi che hanno fatto più fortuna nella storia sono quelli in cui (magari al di fuori dell’operaio che non era archeologo), il gruppo di ricerca condivideva tutto, almeno al suo interno.

    Siamo sicuri che il processo decisionale debba essere messo ai voti? Metti caso: ho 20 anni di esperienza sullo scavo, le mie scelte possono avere lo stesso valore di quelle del pischello archeologo che entra in cantiere per la prima volta? Per me no, e non credo sia neanche giusto che la mia decisione venga da lui valutata. Altra cosa è che io prenda decisioni tenendo all’oscuro i miei collaboratori, ma qui rientriamo nel solito discorso: lo scavo è una piccola azienda non profit (per estensione), quando in una piccola azienda si vive in scompartimenti chiusi il fallimento è dietro l’angolo. Detto questo, quando il processo decisionale è aperto costituisce anche un momento di formazione e di crescita bidirezionale, perché anche chi ha 20 anni di esperienza alle spalle può comunque avere bisogno di imparare qualcosa di nuovo, guardando l’approccio con occhi diversi. Ma se lo scavo non è gerarchico, se non c’è chi prende decisioni assumendosene anche la responsabilità (e in quanto distruttivo, noi siamo anche soggetti alle leggi, potenzialmente anche penali, con tutto ciò che ne consegue), si possono fare dei disastri inenarrabili. Gerarchia verticale a monarchia parlamentare potremmo dire, non certo una tirannica dittatura.
    E sono anche d’accordo che al processo decisionale si possa accedere anche senza conoscere ogni singola virgola della ricerca: continuo ad essere attonito però di fronte a chi scava il settore I sapendo quanto avviene nel settore II solo in fase finale.
    La mia esperienza di scavo (universitaria per lo più) è che generalmente l’accesso alle informazioni che potremmo definire “sensibili” non è permesso a tutti (anche se tutti sono partecipi della produzione fondamentale dello scavo, piante, US, etc., essendo poi molto spesso didattico è naturale). Si svolgono però riunioni regolari dove tutti sono costantemente aggiornati dei risultati generali dello scavo: e, almeno personalmente, non mi è mai stata negata la possibilità di accedere allo scavo e upgradare le mie conoscenze sullo stesso pur non facendo parte dell’equipe di ricerca. Anche questo è un modo di fare ricerca open: come dico sempre, non è necessario il 100% tutto e subito, anche un buon 5% iniziale è il viatico affinché cambi il nostro modo ingessato di fare ricerca, dove la gerarchia trae vantaggio dalla manovalanza ma la manovalanza non trae vantaggio conoscitivo dalla gerarchia.

    Sulla “liberatoria”, ma non voglio derogare dalla linea del post, è implicito e naturale che chi lavora in un’azienda produce per l’azienda, e non è autorizzato di natura a portarsi a casa il materiale dell’azienda, se non espressamente autorizzato. Non è che siamo al militare che custodiamo segreti di Stato, ma è anche una questione di fiducia e di responsabilità. Chi è in un gruppo di lavoro ne rimane al suo interno. Poi, dopo, quando tutto è pubblico, quando tutto è open anche per il “pubblico”, fa ciò che vuole.

    Cmq grazie di questa riflessione, sto tentando di chiudere un contributo ma a quanto pare, ogni giorno c’è nuovo materiale di riflessione… 🙂

  6. Voglio vederlo il giorno in cui i punti 1 e 2 diventeranno reali, perchè se ancora ancora il punto 1 riesco, in parte, ad immaginarmelo, il punto 2 è come una specie di miraggio. Non fraintedermi, sono d’accordo al 100%, e difatti oggi Professione Archeologo ha segnalato e condiviso il tuo post, ma sono consapevole che la strada da fare è lunga, che dovrà spianare diversi ostacoli (mentali, burocratici, di prassi), e che forse non tutti saranno d’accordo.

    Ma tant’è, un giorno arriveremo anche a questo.

    Grazie per la riflessione 🙂

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