Report, Firenze e il patrimonio culturale in affitto

Qualche giorno fa un servizio della trasmissione TV Report ha affrontato il tema dell’affitto di palazzi, musei e altri luoghi “della cultura” per iniziative private. Non ho visto la puntata in diretta, che si può comunque riguardare sul sito di Report (con tanto di PDF ‒ il filmato si può scaricare senza Silverlight direttamente da qui). Il tema non è nuovo, il Prof. Tomaso Montanari già da tempo ha portato il tema all’attenzione del grande pubblico e alcuni mezzi di informazione se ne occupano in modo abbastanza regolare. La novità questa volta è che c’è stata una risposta molto lunga e dettagliata da parte della Soprintendente Cristina Acidini.

Trovo salutare che ci sia un dibattito nel merito di questo tema, anche se non mi è facile esprimermi in merito, visto che

Salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione.

come è scritto nel Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Ci sono alcune osservazioni che mi sento comunque di fare, su entrambi i versanti della vicenda.

Molti servizi di Report terminano con un commento laconico in cui si dice che la o le persone di cui si parlava nel servizio sono state contattate per fornire la loro versione dei fatti, ma tale offerta è stata declinata. Non mi pare che questo sia il caso del servizio del 28 ottobre, che offre un racconto a senso unico delle vicende, intervistando prima la consigliere comunale Ornella De Zordo e poi Tomaso Montanari (oltre ai passanti, di cui si potrebbe fare sempre a meno, senza eccezioni). Può darsi che sia stato chiesto comunque, non lo sappiamo, ma dalla risposta della Soprintendenza parrebbe di no. Si potrebbe discutere sulla opportunità di accorpare istituzioni comunali e statali in questo servizio, ma non credo sia un problema, poiché vengono trattate separatamente. È certamente inutile e ad hominem la polemica finale sul crocifisso di Michelangelo.

La Soprintendenza, dal canto suo, fornisce una risposta molto dettagliata (che per la cronaca alcuni hanno definito “coda di paglia”). Credo che le informazioni fornite in merito all’entità degli introiti, alla loro destinazione e ai criteri di valutazione dovrebbero vedere la luce non in risposta a polemiche, ma in modo automatico ‒ stiamo parlando di uno dei maggiori poli museali del mondo e quindi i cittadini possono aspettarsi un livello di trasparenza amministrativa superiore alla media. Non perché ci debba essere per forza un inghippo da scoprire (o tenere nascosto) ma semplicemente perché questa è la direzione in cui la PA sta andando. Se ne parla da anni a ForumPA, ci sono disposizioni e decreti, ma sappiamo tutti che le buone pratiche hanno bisogno di più tempo per crescere e spero, come cittadino e come dipendente MiBACT, che questa sia una buona occasione per fare qualche passo in quella direzione. Un secondo punto che mi sembra importante riguarda la

[…] bozza di tariffario dei canoni da applicare ai concessionari di spazi museali, un documento di lavoro elaborato nello scorso luglio, destinato a un uso interno della Soprintendenza, ma evidentemente fatto uscire all’esterno a insaputa del Soprintendente. Su questi dati provvisori sono stati espressi i commenti di cui sopra.

ovvero il documento su cui Tomaso Montanari basava le sue valutazioni negative. Quello su cui non sono d’accordo è la critica che viene fatta all’uso giornalistico di questo documento:

Ci si può chiedere a quale standard etico corrisponda l’avvalersi in pubblico di materiale riservato, uscito senza alcuna autorizzazione in quanto indebitamente sottratto.

I giornalisti usano fonti, e il fatto che un documento sia riservato o meno non è un criterio giornalistico. Le inchieste giornalistiche funzionano così, e dobbiamo essere contenti che ci siano inchieste giornalistiche, anche con le loro mancanze (vedi sopra), che permettono al pubblico di informarsi e approfondire. Io credo che il problema più grave dei luoghi della cultura in Italia sia proprio che sono fuori dal radar del quotidiano. Spero che le precisazioni della Soprintendenza (dovute e circostanziate) siano valide di per sé e che questa vicenda non prosegua come tante altre a colpi di querele.

Comunque, è un altro il problema messo a nudo da questo dibattito, almeno dal mio limitato punto di vista, quello dell’archeologo. Chi si indigna vorrebbe questi luoghi relegati nella sfera del sacro, o per lo meno dell’esageratamente caro ‒ in fondo la polemica nasce dal fatto che personaggi sfacciatamente ricchi avrebbero avuto sale e giardini in affitto a prezzi stracciati: andavano spremuti per bene. E giù a sciorinare le cifre che sarebbero appropriate (forse pagando mezzo milione di euro il rischio di incendi in museo diminuisce?). In definitiva, come sempre, guai a toccare la culla del Rinascimento, il trionfo dei bellissimi affreschi e così via. Io penso che se Cultura in Italia continua a far rima con Bellezza, possiamo pure continuare a redigere il listino prezzi e (s)vendere alle élite di oggi i fasti delle élite di ieri, mentre il pubblico sta a guardare e le luci della scena sono sempre e comunque puntate lì, sui capolavori, sulle meraviglie.

Ogni tanto qualcuno mi chiede se lavoro per le Belle Arti (sic) e le «testimonianze materiali aventi valore di civiltà» rimangono nei magazzini, nei musei di provincia, nelle località sperdute dell’Italia. Di quelli in tv difficilmente vedrete parlare.

Pubblicato da

Stefano Costa

Archaeologist, I study the Late Antique and Early Medieval/Byzantine period on the northern side of the Mediterranean, focusing on pottery usage patterns. I'm also involved in open source and open knowledge communities, like OSGeo, the IOSA project and the Open Knowledge Foundation.

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