Political leaders are not human beings

The problem with satire and much political commentary is that politicians, and leaders particularly, are treated like human beings, with their own spoken language and experience and ideas, whereas a less naive view could acknowledge they are more a condensation of economic and lobby agendas, brought forward on a mid-term scale with fixed objectives. At least that seems to explain the trajectory of successful leaders and successful parties, like Berlusconi and lately Renzi. One may simplistically call them puppets for large groups of less visible people who are not directly involved with politics, from rich entrepreneurs to CFO of the financial sector and high-ranking civil servants. It’s certainly more nuanced and way deeper than that, though.

GQB 2015: day 0

This year, thanks to the combined availability of my employer (the Soprintendenza Archeologia della Liguria), the Italian School of Archaeology at Athens and the University of Siena I was able to take part again in the short field season at the Byzantine Quarter in Gortys (GQB). I promised my colleagues a daily report. Fasten your seatbelts.

Day 0 is, as usual, the day of traveling and spending more than your regular share of time at an airport gate waiting for the next flight. First we hit MXP, that looks more and more like a ghost town with its empty retail shops, alternated with impossibly expensive clothing on sale. I’ll leave further speculation on the grim image of the EXPO 2015 airport for another moment. This year, as ever, coming to Greece means confronting the big Greek crisis, the collective fears of Europe-the-former-EEC. We brought slightly more cash than in the past years, but that is not really necessary, as our monetary footprint became smaller and smaller with substantial lack of funding from the various Italian institutions already in the past years. It is not ironic to think that other research projects focused on Gortys secured more funding, and GQB is among the few ones that are explicitly looking into the big late antique crisis, the end of the ancient city – as if dealing with global failure was an undesirable endeavor even from a scholar’s perspective. But it could simply be our fault, unable to keep the pace of grant applications.

But there’s more, as we land in ATH just in time for the sunset. The air is fresh, the temperature mild and it’s nothing like Italy. It’s 10 years since I came to Crete for the first time as an undergrad and with the country shaken by years and years of social and economic crisis, I cannot help wondering if what we do makes any sense for this place, for the Greek people. Sure, there are colleagues who share the same research interests. There are plans to put a small part of what we found on display in a museum, like one page in a long book. A decent list of academic publications, with other in preparation. One plot of land where, in some years, the public will have a chance to walk among the excavated remains of 7th century houses and workshops. I know from experience that the sum total of direct and indirect economic impact of all that is small, too small to make a difference – and that it’s too little too late to leave a trace in public culture. The latter is especially problematic in Greece, where classical antiquities and byzantine antiquities are treated separately, and we are working “in between” (not that this is unique to Greece: just think about the absurd hiatus between the preservation of prehistoric landscapes and natural resources in many countries).

The flight to HER is so short you can barely notice the small lights from Melos and Thera in the dark, before landing. In Italy, in France, in Germany, most people are not given a chance to see the difference between the former Greek governments and the current Greek government, the Greek elite class and the Greek working class (including the unemployed), between finance and economy. Apathy or neutrality don’t seem like an acceptable option, not for an archaeologist. Even late at night, planning work for tomorrow and unpacking the small luggage I had, I can’t stop thinking about what happened on Sunday, the ΟΧΙ that still echoes in ripples around the globe.

Foto libere nei musei, ennesima occasione persa

Nella bozza di decreto con DISPOSIZIONI URGENTI PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO CULTURALE, LO SVILUPPO DELLA CULTURA E IL RILANCIO DEL TURISMO compare come è noto anche la voce Misure urgenti per la semplificazione in materia di beni culturali e paesaggistici, che contiene tre norme diverse, del tutto slegate tra loro e a mio parere sintomo di una incapacità politica di leggere il mondo dei beni culturali.

Le tre voci sono le “foto libere”, un indebolimento (ennesimo) delle procedure di autorizzazione paesaggistica e la diminuzione da 40 a 30 anni del termine di consultazione per i documenti giudiziari in archivio. Sui punti 2 e 3 non ho niente da dire. Sul punto 1 ho qualcosa da dire, aggiungendo alle ampie riflessioni di Luca Corsato in cui è spiegato chiaramente che tutti gli usi più credibili e buoni delle immagini dei beni culturali (Wiki Loves Monuments, Invasioni Digitali, OpenGLAM, …) sono completamente esclusi da questo regime di piccole concessioni.

Riporto per intero il passaggio in questione dalla bozza di decreto pubblicata da Tafter:

Sono libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose,né l’uso di stativi o treppiedi;

2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale.”

Quindi il vertice politico del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ritiene che lo studio, la ricerca, la libera manifestazione del pensiero, l’espressione creativa e (tremo al pensiero) la promozione della conoscenza del patrimonio culturale siano attività che devono essere primariamente svolte senza scopo di lucro. Ovviamente questo non esclude di esercitarle a scopo di lucro, ma solo con esplicita autorizzazione e, immaginiamo, pagamento. Si dichiara abbastanza chiaramente che:

  • l’espressione creativa basata sul più grande e magnifico patrimonio culturale del mondo (come dice chi non ha niente da dire) possa avere scopo di lucro solo se preventivamente autorizzata;
  • la promozione della conoscenza del patrimonio culturale, ovvero molto semplicemente far conoscere agli altri, al mondo, agli amici le cose belle che vediamo in giro, sia ugualmente sottoposta allo stesso regime di preventiva autorizzazione allo scopo di lucro;
  • che la ricerca sia alla pari con le altre attività, con buona pace delle decine e decine di imprese che fanno ricerca d’avanguardia sul patrimonio culturale, partecipando a bandi e progetti europei ‒ quasi unico paese in Europa in cui siano vigenti restrizioni di questo genere.

Ma non è tutto, perché passando al punto 2), le “riproduzioni” diventano “immagini” (e quindi immaginiamo che le disposizioni del punto 2 non si applichino alle riproduzioni che non sono immagini, es. le stampe 3D, il testo di un documento copiato in digitale…). Queste immagini possono essere divulgate con qualsiasi mezzo, dalla stampa alla proiezione su maxischermo inclusa la pubblicazione su Internet, solo se nessuno può ulteriormente riprodurle. Evidentemente mancano le basi tecniche fondamentali per capire che quando Tizio pubblica sul suo sito web personale una foto, nel momento in cui Caio la visualizza sul suo computer o tablet ha già creato una copia identica del file sul proprio dispositivo. Inoltre, poiché di fatto la stragrande maggioranza di queste condivisioni avviene tramite social network, le immagini pubblicate sono automaticamente copiate sui server e da lì diffuse attraverso ulteriori copie sui dispositivi di tutti gli utenti che visualizzano le immagini. La stessa indicazione di “utente” è al tempo stesso fuorviante e priva di senso, poiché la maggior parte delle operazioni di elaborazione e trasferimento dei contenuti sono completamente automatiche.

Passando dagli aspetti squisitamente tecnici a quelli di natura contrattuale, facciamo un esempio con Twitter per capire meglio l’assurdità del decreto.

I termini di servizio di Twitter, al punto 5 recitano:

Con l’invio, la pubblicazione o visualizzazione di Contenuti sui Servizi, o mediante gli stessi, l’utente concede a Twitter una licenza mondiale, non esclusiva e gratuita (con diritto di sublicenza) per l’utilizzo, copia, riproduzione, elaborazione, adattamento, modifica, pubblicazione, trasmissione, visualizzazione e distribuzione di tali Contenuti con qualsiasi supporto o metodo di distribuzione (attualmente disponibile o sviluppato in seguito).

L’utente accetta che i propri Contenuti potranno essere condivisi, trasmessi, distribuiti o pubblicati dai partner di Twitter e si assume le eventuali responsabilità che possono derivargli qualora non abbia il diritto di fornire Contenuti per detto utilizzo.

Di fatto, la bozza di decreto ci proibisce di pubblicare una immagine di bene culturale su Twitter. Altrettanto di fatto, questa norma viene descritta da tanti (esempio 1, esempio 2) come “libera selfie” o comunque favorevole proprio alla condivisione sui social network. Non capisco bene come sia possibile un fraintendimento così esagerato, sia da parte di chi ha prodotto questo testo sia da parte di alcuni commentatori entusiasti. Siamo, a mio personale parere, di fronte all’ennesima occasione persa di una vera riforma della normativa sulla riproduzione dei beni culturali. Questo fatto potrebbe sembrare strano alla luce della continua e ripetuta importanza strategica dei beni culturali come struttura portante per il rilancio dell’Italia, anche dal punto di vista economico e turistico. Di fatto, ai proclami politici non sembra seguire una adeguata analisi delle richieste del settore. Permane una pretesa di controllo totale, anche nei casi in cui palesemente non sussiste alcuna possibilità di immediata monetizzazione della riproduzione, come nel classico caso del museo in cui non si possono scattare foto ma non è nemmeno disponibile un catalogo stampato da acquistare. In più, viene dato un segnale debole alle istituzioni decentrate, che temo ci porterà dagli attuali bruttissimi segnali “Vietato fotografare” a segnali e/o volantini molto più prolissi in cui saranno spiegate le modalità in cui è possibile chiedere l’autorizzazione a fare una cosa normalissima: fotografare quello che ci piace.  E rimarrà quindi nella coscienza collettiva anche una distorsione del tutto inspiegabile, cioè il divieto/obbligo di permesso per scattare foto dentro il museo tout court, laddove la norma è specifica sui beni culturali e non riguarda minimamente il museo come struttura, spesso semplice contenitore di oggetti nonostante idealizzazioni teoriche lontane dalla realtà.

Ciliegina sulla torta: viene concessa la possibilità di riproduzione a bassa risoluzione digitale, con sentite scuse ai possessori di un display retina. Non ci resta che far stampare i nostri selfie a 1200 dpi e distribuirli agli amici e “amici”. Che non potranno nemmeno rivenderli come carta straccia per liberarsene, ma dovranno eliminarli senza scopo di lucro.

L’Italia in Africa: Pietro Toselli, Amba Alagi e il “solito” piatto in ceramica

Quando due anni fa ho pubblicato su questo blog un racconto iper-dettagliato su alcuni piatti marchiati Società Ceramica Italiana non avrei mai pensato che quel racconto sarebbe diventato di gran lunga la pagina più visitata di questo piccolo blog. Era inaspettato, mi ha messo in contatto con altre persone molto più competenti di me sull’argomento, ma soprattutto mi ha incoraggiato a coltivare l’interesse verso le ceramiche di età contemporanea. Oggi vi racconto una storia un po’ meno personale ma abbastanza simile e altrettanto interessante.

Parliamo di un piatto prodotto a Mondovì dalla manifattura Alessandro e Cesare Musso tra il 7 dicembre 1895 e il 1 marzo 1896. Non è molto frequente avere una indicazione cronologica così precisa per la produzione di un manufatto industriale di massa ‒ e si tratta di una cronologia indiretta ma rigorosa. Ma andiamo con ordine.

La scorsa primavera ho riordinato per lavoro alcuni reperti in ceramica provenienti da uno scavo urbano effettuato a Oneglia tra 2010 e 2011 ‒ con una documentazione fotografica preliminare. Un lavoro molto semplice e ovviamente superficiale. Non potevano comunque sfuggirmi i due frammenti di questo piatto, che raffigurano una divisa militare e una approssimativa carta geografica con nomi chiaramente etiopi come Doba, Ender[a], Ezba, Amba. Su un frammento della tesa si legge “maggiore”. Vi basti che stavo leggendo Point Lenana proprio nello stesso periodo.

Ho cercato un po’, ho trovato il libro Ceramiche patriottiche e militari dell’Italia contemporanea di Roman H. Rainero (edito nel 2008) e ho deciso che lì potevo trovare qualche notizia in più. Il libro non è molto diffuso ma l’ho trovato nella bellissima biblioteca dell’Istoreto di Torino. E nel libro ho trovato il piatto, ovviamente.

In biblioteca all'Istoreto con il libro e le foto del piatto
In biblioteca all’Istoreto con il libro e le foto del piatto

Il piatto è stato prodotto dalla manifattura di Alessandro e Cesare Musso a Mondovì, come indicato nel marchio a inchiostro. Questa manifattura non compare nell’Archivio della ceramica italiana del ‘900, forse perché chiuse i battenti a fine Ottocento, ma è probabilmente collegata alle altre manifatture Musso di Mondovì. Il piatto porta una decorazione dedicata (stranamente) alla commemorazione di un evento negativo per l’Italia: la disfatta di Amba Alagi durante la guerra abissinica, in cui perse la vita il maggiore Pietro Toselli (a cui sono intitolate vie in moltissime città d’Italia, non ultima Siena).  La data di produzione è necessariamente compresa tra il 7 dicembre 1895 (data della battaglia) e il 1 marzo 1896, cioè la data della sconfitta ben più disastrosa di Adua, che compare invece in posizione defilata nella approssimativa carta geografica alle spalle di Toselli. Nel frattempo c’era stato anche l’assedio di Macallè, celebrato in altri due piatti della serie “L’Italia in Africa” molto simili anche nella decorazione.

Preciso subito che non conosco il valore di mercato di questo piatto, nel caso in cui ne possediate uno intero (dubito che in frammenti sia di interesse per i collezionisti). Ho l’impressione che non ve ne siano molti esemplari in circolazione, probabilmente a causa del breve periodo in cui è stato prodotto, ma posso sbagliarmi.

Da archeologo, lasciando da parte il piatto intero e tornando ai frammenti, devo sottolineare che questo reperto va considerato nel suo contesto di rinvenimento, in cui erano presenti altri oggetti prodotti a Mondovì nello stesso periodo. È certamente molto raro trovarsi di fronte a un reperto ceramico con una datazione così ristretta, che spesso è rara anche per una moneta. Spero ovviamente che tutto il contesto venga pubblicato (per chiarezza: non me ne sto occupando), sarà molto interessante e darà una prospettiva meno ristretta alle osservazioni su che ho raccolto qui.

D’altro canto, non posso non domandarmi che significato ha avuto questo piatto per chi lo ha comprato e posseduto: persone senza nome ma certamente affascinate dall’impresa coloniale italiana, come tante altre in quegli anni. Certamente non tutti condividevano questo entusiamo, né era da tutti acquistare questi oggetti celebrativi da esporre nelle proprie case. Negli stessi anni sempre a Mondovì si producono oggetti in ceramica tesi a raffigurare gli etiopi con fattezze mostruose e animalesche, come a rafforzare l’idea della loro inferiorità. Sarà poi il regime fascista a condurre per alcuni anni l’Etiopia sotto il dominio italiano.

Riporto alcuni brani del libro, ricordando che se siete interessati a questo argomento potete comprarlo direttamente dal bookshop del Museo Storico Italiano della Guerra o cercarlo in biblioteca.

La descrizione del piatto (pagina 95):

Pietro Toselli ad Amba Alagi. La prima guerra d’Africa inizia con il tragico scontro di Amba Alagi […] Immediatamente l’emozione diventa l’occasione per un piatto celebrativo della speciale serie “L’Italia e l’Africa” dove compaiono la figura del Toselli (chiamato erroneamente Pier) sullo sfondo di una incerta carta geografica della regione attorno all’Amba Alagi e, nella tesa, i nomi dei due capi militari italiani in campo: il governatore dell’Eritrea, generale Oreste Baratieri, ed il comandante delle regie truppe in Africa, maggior generale Giuseppe Arimondi. E, per la salvezza dell’Italia, il famoso “Stellone d’Italia”. La data della produzione del piatto si può  situare esattamente tra il 7 dicembre 1895 ed il 1° marzo 1896, data della sconfitta di Adua, località che nel piatto compare senza evocare la battaglia che ancora doveva avvenire.

Piatto di ceramica, manifattura Alessandro e Cesare Musso (Mondovì), diametro 24 cm [MGR FO 98]

La serie “Italia in Africa” fu comunque un successo effimero (pagina 97):

La serie ”Italia in Africa”. Il positivo esito di vendita dei piatti di Toselli e di Galliano indusse la manifattura ad inaugurare una vera serie di “piatti coloniali” dell’Italia, nella speranza di proseguire le fortunate produzioni. Ma questo progetto non andò molto avanti, forse per le infauste sorti della guerra, e così lo speciale marchio della serie di Toselli e di Galliano su “L’Italia in Africa” non annoverò la produzione di altri piatti.

Le manifatture ceramiche italiane sono schierate con le autorità (pagina 17), e questo fa riflettere sull’estrazione sociale degli acquirenti di questi piatti:

le produzioni italiane appaiono stranamente diverse da quelle rivoluzionarie francesi in quanto non celebrano mai eventi “sgraditi” alle autorità e a una certa parte dell’opinione pubblica. […] si trovano celebrate persino sconfitte clamorose (Amba Alagi, Macallé) ma mai momenti di lotta dell’“altra” Italia, quella che pareva non degna di fare storia ufficiale.

Alla prossima puntata.

Report, Firenze e il patrimonio culturale in affitto

Qualche giorno fa un servizio della trasmissione TV Report ha affrontato il tema dell’affitto di palazzi, musei e altri luoghi “della cultura” per iniziative private. Non ho visto la puntata in diretta, che si può comunque riguardare sul sito di Report (con tanto di PDF ‒ il filmato si può scaricare senza Silverlight direttamente da qui). Il tema non è nuovo, il Prof. Tomaso Montanari già da tempo ha portato il tema all’attenzione del grande pubblico e alcuni mezzi di informazione se ne occupano in modo abbastanza regolare. La novità questa volta è che c’è stata una risposta molto lunga e dettagliata da parte della Soprintendente Cristina Acidini.

Trovo salutare che ci sia un dibattito nel merito di questo tema, anche se non mi è facile esprimermi in merito, visto che

Salvo il diritto di esprimere valutazioni e diffondere informazioni a tutela dei diritti sindacali e dei cittadini, il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell’immagine dell’amministrazione.

come è scritto nel Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni.

Ci sono alcune osservazioni che mi sento comunque di fare, su entrambi i versanti della vicenda.

Molti servizi di Report terminano con un commento laconico in cui si dice che la o le persone di cui si parlava nel servizio sono state contattate per fornire la loro versione dei fatti, ma tale offerta è stata declinata. Non mi pare che questo sia il caso del servizio del 28 ottobre, che offre un racconto a senso unico delle vicende, intervistando prima la consigliere comunale Ornella De Zordo e poi Tomaso Montanari (oltre ai passanti, di cui si potrebbe fare sempre a meno, senza eccezioni). Può darsi che sia stato chiesto comunque, non lo sappiamo, ma dalla risposta della Soprintendenza parrebbe di no. Si potrebbe discutere sulla opportunità di accorpare istituzioni comunali e statali in questo servizio, ma non credo sia un problema, poiché vengono trattate separatamente. È certamente inutile e ad hominem la polemica finale sul crocifisso di Michelangelo.

La Soprintendenza, dal canto suo, fornisce una risposta molto dettagliata (che per la cronaca alcuni hanno definito “coda di paglia”). Credo che le informazioni fornite in merito all’entità degli introiti, alla loro destinazione e ai criteri di valutazione dovrebbero vedere la luce non in risposta a polemiche, ma in modo automatico ‒ stiamo parlando di uno dei maggiori poli museali del mondo e quindi i cittadini possono aspettarsi un livello di trasparenza amministrativa superiore alla media. Non perché ci debba essere per forza un inghippo da scoprire (o tenere nascosto) ma semplicemente perché questa è la direzione in cui la PA sta andando. Se ne parla da anni a ForumPA, ci sono disposizioni e decreti, ma sappiamo tutti che le buone pratiche hanno bisogno di più tempo per crescere e spero, come cittadino e come dipendente MiBACT, che questa sia una buona occasione per fare qualche passo in quella direzione. Un secondo punto che mi sembra importante riguarda la

[…] bozza di tariffario dei canoni da applicare ai concessionari di spazi museali, un documento di lavoro elaborato nello scorso luglio, destinato a un uso interno della Soprintendenza, ma evidentemente fatto uscire all’esterno a insaputa del Soprintendente. Su questi dati provvisori sono stati espressi i commenti di cui sopra.

ovvero il documento su cui Tomaso Montanari basava le sue valutazioni negative. Quello su cui non sono d’accordo è la critica che viene fatta all’uso giornalistico di questo documento:

Ci si può chiedere a quale standard etico corrisponda l’avvalersi in pubblico di materiale riservato, uscito senza alcuna autorizzazione in quanto indebitamente sottratto.

I giornalisti usano fonti, e il fatto che un documento sia riservato o meno non è un criterio giornalistico. Le inchieste giornalistiche funzionano così, e dobbiamo essere contenti che ci siano inchieste giornalistiche, anche con le loro mancanze (vedi sopra), che permettono al pubblico di informarsi e approfondire. Io credo che il problema più grave dei luoghi della cultura in Italia sia proprio che sono fuori dal radar del quotidiano. Spero che le precisazioni della Soprintendenza (dovute e circostanziate) siano valide di per sé e che questa vicenda non prosegua come tante altre a colpi di querele.

Comunque, è un altro il problema messo a nudo da questo dibattito, almeno dal mio limitato punto di vista, quello dell’archeologo. Chi si indigna vorrebbe questi luoghi relegati nella sfera del sacro, o per lo meno dell’esageratamente caro ‒ in fondo la polemica nasce dal fatto che personaggi sfacciatamente ricchi avrebbero avuto sale e giardini in affitto a prezzi stracciati: andavano spremuti per bene. E giù a sciorinare le cifre che sarebbero appropriate (forse pagando mezzo milione di euro il rischio di incendi in museo diminuisce?). In definitiva, come sempre, guai a toccare la culla del Rinascimento, il trionfo dei bellissimi affreschi e così via. Io penso che se Cultura in Italia continua a far rima con Bellezza, possiamo pure continuare a redigere il listino prezzi e (s)vendere alle élite di oggi i fasti delle élite di ieri, mentre il pubblico sta a guardare e le luci della scena sono sempre e comunque puntate lì, sui capolavori, sulle meraviglie.

Ogni tanto qualcuno mi chiede se lavoro per le Belle Arti (sic) e le «testimonianze materiali aventi valore di civiltà» rimangono nei magazzini, nei musei di provincia, nelle località sperdute dell’Italia. Di quelli in tv difficilmente vedrete parlare.

Caro Mario Calabresi…

… poiché nel suo articolo di oggi ha (come direbbe il presidente del Consiglio) rovesciato la frittata invece che affrontare il problema, voglio fare un tentativo di spiegarmi, di capire.

Il problema è ovviamente l’articolo di Gianni Riotta pubblicato ieri da La Stampa. Mi limito all’articolo perché, netiquette (e/o buonsenso) alla mano, quello che è avvenuto dopo la pubblicazione è stato semplicemente penoso.

Lei scrive che Glenn Greenwald avrebbe torto, poiché ha accusato l’articolo in questione di essere una rara collezione di bugie senza però indicare nello specifico quali siano queste bugie. Siccome sono un groupie, provo ad addentrarmi in alcune di queste bugie, per vedere quanto è difficile riconoscerle da soli anche senza i segni della matita rossa.

Primo. Scrivete che Greenwald accusa Riotta e La Stampa. In realtà sono Riotta e La Stampa che hanno accusato Greenwald di: essere un attivista e non un giornalista; non verificare le proprie fonti; non trattare le fonti in modo responsabile; essere asservito al potere economico di eBay (avendo perdipiù la doppia morale). Evitando la retorica del “ma avete letto bene quello che ha scritto Riotta”, se siete disposti a negare che quell’editoriale contenesse delle accuse dirette, pesanti e prive di fondamento c’è qualcosa che non va, qualcosa di infantile. Il suo editoriale di oggi cerca di salvare capra e cavoli citando ampi stralci di un precedente editoriale, ma non convince, proprio perché di “fatti che non ci piacciono” nell’articolo di Riotta non ne troviamo. Meno male che ci sono altri editorialisti più competenti, anche senza cambiare quotidiano.

Secondo. Se in un articolo che parla di Greenwald e (indirettamente) di Snowden possiamo tranquillamente leggere il nome di Putin e addirittura del Kgb, oltre che di eBay, non vedo perché non si possa, per esempio, parlare di Riotta e de La Stampa citando anche Marchionne e la Chrysler. Ma preferirei una Informazione pertinente.

Terzo, importante. Riotta che accomuna lo spionaggio preventivo e indiscriminato da parte della NSA alla raccolta di dati da parte delle società private come Facebook, Google etc. è veramente il punto più basso dei contenuti dell’articolo. L’associazione tra le due attività è non solo falsa, ma perniciosa a più livelli. Anzitutto l’attività di raccolta dati dei grandi player privati è sempre stata del tutto nota, esplicita e regolamentata ‒ mentre i programmi di spionaggio della NSA sono illegali, non a detta di un ingenuo groupie ma di tanti cittadini, organizzazioni e imprese statunitensi che non vogliono né essere spiati né avere la colpa di spiare il resto del mondo. Il fatto che la maggior parte degli utenti dei social network (e di eBay, Amazon, etc.) tolleri passivamente l’attività di data mining condotta su di loro non rende questo fenomeno un buon metro di paragone. Anche se il mio supermercato conosce le mie abitudini alimentari tramite la mitica tessera fedeltà, questo non è un buon motivo perché qualcun altro inizi a spiare nelle mie borse della spesa per scoprire le stesse informazioni, che sia un altro supermercato, una agenzia dello Stato o il mio vicino di casa. Da parte di un giornalista che inserisce “Big Data” all’inizio del suo profilo Twitter, è lecito aspettarsi meno pressapochismo e informazioni corrette.

Quarto, breve. Il “Far West” si trova negli Stati Uniti d’America, in cui il direttore della NSA si sente libero di testimoniare il falso di fronte al Congresso, perpetrando la totale assenza di controllo sulle proprie attività.

Quinto, finale. Abbiamo scoperto una brutta storia grazie a Snowden, Greenwald, il Guardian e tanti professionisti dell’informazione giornalistica. Se la morale della storia è che le agenzie di sicurezza dei “buoni” devono coordinarsi meglio tra loro invece che spiarsi a vicenda, e noi cittadini possiamo anche subire in silenzio la sorveglianza ‒ un po’ come facciamo con le file al controllo bagagli (fastidiose, dichiaratamente inutili quanto le telecamere in strada, con buona pace di Riotta), non resta che ringraziare il signor Pierre Omidyar, preparandoci a criticarlo come un qualunque altro proprietario di mass media.

Quella volta che @riotta mi ha ritwittato

TL;DR Gianni Riotta è un vanesio incompetente.

Sul web tutti possiamo avere i nostri 15 minuti di gloria. Anche a me è capitato, e tutto grazie a @riotta, l’account Twitter di Gianni Riotta.

Ma facciamo un passo a destra, con un quiz. Sapete indicarmi a quale anno del calendario gregoriano mi riferisco con l’espressione seguente:

Anno XCI E.F.

Dai, lo sapete, non v’è dubbio. È il 1923. MCMXXIII ad essere precisi. In cui succede un po’ di tutto, dal brevetto dell’iconoscopio alla nascita della città di Imperia, dalla crisi di Corfù alla riforma Gentile. E la fondazione del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Questo è l’evento di cui parliamo.

Il 24 giugno 2013, 90 anni dopo, viene naturalmente celebrata la ricorrenza, in un incontro alla presenza delle massime cariche dello Stato, del Ministro Carrozza e “di componenti del Governo, Parlamentari ed esponenti della Comunità scientifica”. Un incontro di altissimo livello, certo, ma dal programma ancora un po’ noioso se volete, banale nella sua prevedibile carrellata celebrativa e sbrodolativa (come fa intuire il titolo Una festa per il futuro e per i giovani). Ma gli organizzatori se ne devono essere accorti, ed ecco un ospite d’eccezione: Gianni Riotta, (copio e incollo per timore di sbagliare) “Editorialista per La Stampa, visiting professor presso la Princeton University e l’IMT Lucca”. Il giornalista italiano più famoso del mondo parla di Ricerca e innovazione oggi (due argomenti di cui è evidentemente esperto, più esperto di chi l’innovazione e la ricerca la fa di mestiere probabilmente).

Io però, che sono un ignorante, mi domando cosa ci sia da festeggiare nell’anniversario di una istituzione strangolata dal fascismo sul nascere, che senso abbia celebrare senza ricordare (Vito Volterra, per esempio) e in fin dei conti a chi serve una festa della ricerca nel momento in cui la ricerca muore di tagli, di ANVUR, di idiozia. E soprattutto cosa avrà mai da dire un parolaio incompetente come Gianni Riotta, uno che da direttore del TG1 faceva le interviste a Berlusconi che Emilio Fede non aveva mai sperato di saper fare. Uno che siccome qui in Italia lo avevano già messo in tutte le posizioni possibili, hanno deciso di farlo visiting professor altrove. Una prova parlante e twittante del principio di Peter.

Esprimo tutto il mio malriposto sdegno con il più classico degli sfottò, così:

Quasi da legge di Godwin, in verità. Associare il lieto evento al calendario fascista. Insinuare che una boiata pazzesca come quella in programma sia “da non perdere”, usando quella maledetta ironia tipica degli hipsters più fastidiosi, che Riotta avrà imparato a conoscere bene a Princeton e a Lucca. E poi avviene l’inaspettato grottesco:

Gianni Riotta (@riotta) ha ritwittato uno dei tuoi Tweet!
Gianni Riotta (@riotta) ha ritwittato uno dei tuoi Tweet!

E i miei 15 minuti di celebrità sono trascorsi con 131750 follower di @riotta che non capivano, non potevano capire. Meno male che @riotta non cancella i tweet dalla sua timeline. Meno male che è un vanesio che ritwitta senza nemmeno guardare chi lo ha menzionato, dando per scontato che sia un suo groupie, ed evidentemente non è così un guru di Twitter come gli piace dare a credere. Meno male che è un incompetente che non sa nemmeno riconoscere il calendario fascista. Meno male che continua a scrivere, perché non è Riotta in sé che mi preoccupa, ma Riotta in me.