William Gibson, archaeologist

Earlier this year, in cold January morning commutes, I finally read William Gibson’s masterpiece trilogy. If you know me personally, this may sound ironic, because I dig geek culture quite a bit. Still, I’m a slow reader and I never had a chance to read the three books before. Which was good, actually, because I could enjoy them deeply, without the kind of teenage infatuation that is quickly gone ‒ and most importantly because I could read the original books, instead of a translation: I don’t think 15-year old myself could read English prose, not Gibson’s prose at least, that easily.

I couldn’t help several moments of excitement for the frequent glimpses of archaeology along the chapters. This could be a very naive observation, and maybe there are countless critical studies that I don’t know of, dealing with the role of archaeology in the Sprawl trilogy and Gibson’s work in general. Perhaps it’s touching for me because I deal with Late Antiquity, that is the closest thing to a dystopian future that ever happened in the ancient world, at least as we see it with abundance of useless objects and places from the past centuries of grandeur. Living among ruins of once beautiful buildings, living at the edge of society in abandoned places, reusing what was discarded in piles, black markets, spirituality: it’s all so late antique. Of course the plot of the Sprawl trilogy is a contemporary canon, and the characters are post-contemporary projections of a (very correctly) imagined future, but the setting is, to me, evoking of a world narrative that I could embrace easily if I had to write fiction about the periods I study.

Count Zero is filled with archaeology, of course especially the Marly chapters. Towards the end it gets more explicit, but it’s there in almost all chapters and it has something to do with the abundance of adjectives, the care for details in little objects. Mona Lisa overdrive is totally transparent about it, since the first pages of Angie Mitchell on the beach:

The house crouched, like its neighbors, on fragments of ruined foundations, and her walks along the beach sometimes involved attempts at archaeological fantasy. She tried to imagine a past for the place, other houses, other voices.

– William Gibson. Mona Lisa Overdrive, p. 35.

But really, you just have to follow Molly along the maze of the Straylight Villa in Neuromancer to realize it’s a powerful theme of all the Sprawl trilogy.

The Japanese concept of gomi, that pervades Kumiko’s view of Britain and the art of Rubin in the Winter Market, is another powerful tool for material culture studies, at least if we have to find a pop dimension where our studies survive beyond the inevitable end of academia.

Introducing the Nobel Prize in Literature Index

I have been thinking about my own ignorance in culture recently, questioning my self-perception as an intellectual.

A good example of this is how many Nobel laureates in Literature I have never bothered to read at all. In some cases books were only assignments in highschool, but I think that counts as education after all.

You can share my feeling of inadequate ignorance, too. Open the list of Nobel laureates in literature. Count how many authors you have read, only complete works or substantial parts are valid. The resulting number is your NoPLi index.

Mine is a shameful 8.

Libri 2013

Anche quest’anno una recensione sommaria dei libri che ho letto. Sempre troppo pochi. Libri vecchi e libri nuovi. Impressioni incoerenti. Questa non è una classifica.

Wu Ming 1, Roberto Santachiara. Point Lenana

Il mio libro del 2013. Perché?

Primo, perché è un libro che racconta una storia che mi appartiene un po’, avendola ereditata, di gente che va in cima alle montagne. Capire chi e cosa è quel Club Alpino Italiano di cui ho una tessera socio con una mia foto da bambino sopra. Quel Felice Benuzzi ha qualcosa di familiare sotto tanti angoli, non ultimo una vita trascorsa nella diplomazia internazionale.

Secondo, perché grazie a questo libro dopo tanti, troppi anni ho ripreso a camminare in montagna (1 vetta, altre 3 escursioni, 1 notte in rifugio). Ed eravamo in due a camminare!

Point Lenana è il mio libro del 2013 perché ha messo in moto un meccanismo che non si è ancora fermato.

Felice Benuzzi. Fuga sul Kenya

Lettura obbligata, eppure così diversa da Point Lenana. Solo apparentemente il racconto semplice di una vicenda straordinaria, perché in effetti la scrittura ha molto a che vedere con quella scalata.

E come ho avuto modo di commentare su Giap, la presa di consapevolezza che Felice ebbe al suo rientro nel campo di Nanyuki, il riconoscimento della “azione concentrata” come debolezza non è solo uno dei tanti momenti di antifascismo interiore (di cui si parla in Point Lenana) ma è secondo me anche uno specchio della lunga autocritica che Wu Ming ha fatto dopo Q e dopo il G8 di Genova.

Giovanni Balletto. Kilimanjaro. Montagna dello splendore

Lettura non scontata, questa. Come abbiamo scoperto dai libri precedenti, un medico alpinista genovese nell’Africa Orientale Italiana viene fatto prigioniero nel 1941, scala una montagna, torna libero e continua (cocciutamente?) a voler stare in Africa a fare il medico, vicino alla «Montagna delle Carovane». Balletto è diretto, semplice come salire in cima a un monte o morire di peste.

Questo libro era in casa dal 1974. In casa di un medico alpinista genovese.

Wu Ming 2, Antar Mohamed. Timira

Il romanzo meticcio, cugino di primo grado di Point Lenana, è stato un lunghissimo sospiro di sollievo mentre ascoltavo Isabella, il primo personaggio femminile in un romanzo di Wu Ming che mi ha trasmesso qualcosa di umano. Non è che nelle opere precedenti i personaggi femminili non ci fossero, ma ho sempre avuto l’impressione che fossero in secondo piano, vagamente stereotipate. Serviva l’incontro con un personaggio in carne ed ossa per cambiare, per essere travolti dalla femminilità?

Isabella è stata davvero un personaggio inimmaginabile ‒ il suo racconto è un antidoto molto potente contro quel “piccolo colonialista [che] occupa in pianta stabile i crani occidentali”.

SIC. In territorio nemico

La storia di In territorio nemico è potente e ripugnante, fa torcere le viscere. È scritta in un modo molto strano (la Scrittura Industriale Collettiva, SIC) da 115 persone. Il risultato è molto cinematografico e può sembrare poco “letteratura” perché è molto asciutto, diretto, ma io credo che abbia una carica epica invidiabile.

Paolo Cognetti. Sofia si veste sempre di nero

Ok, ammetto di aver comprato questo libro “solo” perché attirato dalla incessante macchina dell’entusiasmo dei lettori Minimum Fax (che ci prendono praticamente sempre). Sono dei racconti che si non si agganciano uno dietro l’altro ma complessivamente tengono eccome. Tutto intorno a Sofia, uscita direttamente da un fumetto, complicata, capricciosa. Cosa aspettano a comprare i diritti TV?

Lo sfondo è interessante ‒ piccola borghesia, gioventù ribelle e alternativa, gli anni ’70 che bussano sempre alla porta ‒ ma non mi ha convinto del tutto (a parte il gasometro).

Jeffrey Eugenides. La trama del matrimonio

L’ultimo libro di Jeffrey Eugenides ovviamente è fatto di molti livelli diversi. Un po’ di appunti sparsi …

A volte uno ha l’impressione che Eugenides in realtà sia una donna. Perché non mi viene in mente nessuno che abbia scritto al femminile così tanto e così bene. Ma sono stereotipi, cazzate.

Grecia, a sprazzi. Ma intensamente presente come d’obbligo.

Providence, cazzo. Quella Providence, quella di Lovecraft. Un effetto stranissimo vederla trasformata in una città universitaria. Sede di eventi di per sé banali, insignificanti. Eppure la storia letteraria ha il suo peso e nei momenti giusti si vede.

Sesso. Eugenides continua a saperlo usare come un elemento vitale, con un realismo difficile da trovare (per eccessi nell’uno o nell’altro senso).

Tempo. Il titolo del libro include la parola plot e con il plot Eugenides fa degli strani giochi, saltando avanti e indietro nel tempo, mescolando il ricordo con l’anticipazione.

Murakami Haruki. L’arte di correre

Questo libro è un regalo, che ho ricevuto perché nel 2013 mi sono messo a correre. Gli appunti su questo libro me li ero persi e arriveranno.

J. R. R. Tolkien. Il cacciatore di draghi

Nella bellissima edizione Einaudi con copertina rigida del 1975, un regalo inaspettato. Illustrazioni meravigliose. Una storia divertentissima e una satira tagliente. Che bello se potesse essere un racconto per bambini.

Machine of Death

Raccolta collettiva di racconti + fumetti, legati da un unico, assurdo tema: l’esistenza di una macchina che è in grado di predire la causa della vostra morte da un campione del vostro sangue. La macchina ha un pessimo senso dell’umorismo. Nonostante prevalga l’humour nero, non è una lettura leggera e ci sono alcune storie che vorrete rileggere.

L’unico libro in inglese che ho letto. What a slack.

James Ellroy. American Tabloid

Questo l’ho voluto leggere perché quei mangiapreti dei Wu Ming hanno sempre detto che era stato l’ispirazione per Q. E accidenti se è stato di ispirazione. Leggetelo e lascerete Veltroni da solo a pensare che JFK sia stato un mito.

Mauro Vanetti (curatore). Tifiamo Asteroide

Una folle raccolta di 100 racconti in cui alla fine c’è un buco per terra al posto del Presidente del Consiglio Enrico Letta, con la musica in sottofondo. Il modo in cui si arriva a questo finale è lasciato agli autori dei racconti. Sì, ci sono anche io. E leggetevelo, che si scarica.

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Per il reparto saggistica, una cosa interessante e una cosa noiosa.

Alessandro “jumpinshark” Gazoia. Il web e l’arte della manutenzione della notizia

Ebook di lettura semplice, molto chiaro nell’esposizione anche se forse un po’ troppo schematico e ripetitivo.  Lettura fortemente consigliata per chi ha a cuore l’informazione, e costa meno di un cornettoecappuccino.

Tomaso Montanari. Le pietre e il popolo

Non si capisce per chi sia scritto questo libro.  Non lo capisco io, diciamo. Se è scritto per il popolo, allora è sicuro che il popolo non lo leggerà. Se è scritto per gli specialisti, allora è inutile visto che ripete cose abbastanza note. Il messaggio è lo stesso che va ripetendo da anni Salvatore Settis, con scarsi risultati. Forse i professori universitari non sono le persone più indicate per cambiare le cose?