Trying to recover my Twitter account.
Autore: Stefano Costa
-
Innovation: Ubuntu Edge vs FairPhone
“We’re fighting for free software running on top of hardware that was manufactured by slaves.” – Vinay Gupta at #ohm2013
I have a smartphone, a Samsung Gingerbread device that does its job and allows me to use a mobile phone, check my email, use social networks and take decent pictures on the go (it does much more than that, actually). I have no need for an expensive alternative, so funding the Ubuntu Edge campaign was out of question. The Edge crowdfunding campaign will fail, even though it has been the biggest ever looking at the amount that was raised (but the Pebble campaign had more than twice the funders, and ultimately it was successful),
Is the Edge really driving innovation? My answer is no, quoting Vinay Gupta above. Sorry, Canonical, but I want innovation-that-makes-Earth-a-better-place, not innovation-that-makes-me-more-productive. Innovation for human beings, that is.
I think the Fairhone is a much more interesting project. The campaign shares many characteristics with the Edge, but it has had much less media coverage (because there is no Mark Shuttleworth here). The Fairphone aims at creating a more fair device that respects workers, using conflict-free resources (such as tin and tantalum), reducing the amount of waste in the production process. Interesting points:
- they needed to reach a certain amount of pre-orders to be able to enter production;
- they reached their goal and were able to produce 20,000 devices;
- the final price is 325 €;
- 13k phones sold so far ‒ more phones than the Edge campaign (see below);
- you can still buy one, even if you didn’t contribute.
The Edge campaign raised more than 12M $. The actual number of Edge devices “bought” by backers is 5300-ish. A lot of people only donated 20 or 50 $: again, I don’t see the rationale in funding the making of a device that you can’t afford or don’t want to buy.
I didn’t even touch on the topic of Canonical, the Ubuntu community and the free and open source community. Or software at all. My next smartphone is likely going to be a FirefoxOS device. Maybe a Fairphone 3?
-
Out of Twitter
I am currently locked out of my Twitter account, and for some reason the support tickets I submitted didn’t receive any response. In the meantime, you can have fun reading my blog and https://identi.ca/steko
-
L’indifferenza per la morte di Mame Mor Diop
Il 19 luglio 2013 a Ventimiglia è morto Mame Mor Diop. Magari lo avete letto su un quotidiano (Repubblica.it, TeleNord). Stava scappando dalla polizia perché era un venditore abusivo. Tutti i venerdì si tiene a Ventimiglia un mercato tra i più grandi d’Europa (dicono). Forse è fisiologico che ci siano venditori abusivi su un mercato così grande, ma a ogni modo, ci sono le forze dell’ordine che di mestiere fanno i controlli. La paura dei controlli e la breve fuga attraverso la foce del fiume.

La foce del Roia, dove è annegato Mame Mor Diop. La corrente è molto forte. Nel luogo dove questo uomo di 25 anni è morto non c’è niente a ricordarne la scomparsa, la fine assurda. C’è solo un volantino tenuto da due ciottoli ai piedi del monumento ai caduti in mare. Nel volantino si racconta la vicenda con toni un po’ meno asciutti di come sto facendo io. La si colloca nel più ampio contesto di una repressione locale a cui fa da rovescio la totale indifferenza dei passanti, dei bagnanti, degli acquirenti. A me ha dato fastidio che in tutto questo foglio A4 pieno di parole non ci fosse scritto neanche il suo nome. Mame Mor Diop. Morto il 19 luglio 2013.

Uno dei volantini di denuncia, lasciato sotto il monumento ai caduti in mare. Di questi volantini ho visto un paio di altre copie sulla passerella che attraversa il fiume. Quanto dureranno è difficile dirlo. Certamente più della memoria degli indifferenti, che è già finita.

Un altro volantino. Su questo qualcuno ha scritto “clandestino“. Tanto per mettere le cose in chiaro. -
Antinoe brucia. Colonialismo e archeologia romana
Antinoe è in preda ai saccheggi incontrollati. Non da ieri, come aveva già ampiamente segnalato Cinzia dal Maso su Filelleni. La città fondata da Adriano è abbandonata a se stessa e gli abitanti preferiscono i guadagni facili degli oggetti venduti “illegalmente” alla tutela del sito archeologico con cui convivono. Come sempre in questi casi, la situazione drammatica genera indignazione in un pugno di addetti ai lavori: non abbiamo abbastanza vite per firmare tutte le petizioni a difesa del museo che chiude, del sito distrutto dalla strada, del monumento deturpato dalla nuova costruzione, del paesaggio rovinato dalle pale eoliche. Antinoe però non è un sito come tutti gli altri, e infatti la notizia (con i suoi tempi) arriva sulle pagine de La Stampa. Maurizio Assalto il 7 giugno scorso ha raccontato questa brutta storia, raccogliendola direttamente dalla voce di Rosario Pintaudi, uno degli archeologi italiani (papirologi? egittologi? siamo così provinciali) che svolge ricerche nella antica e sfortunata Antinoupolis. Leggiamo il passo in cui Assalto ci offre la sua incitazione ad indignarci:
Una situazione drammatica, che dovrebbe coinvolgere in particolare noi italiani non soltanto perché Antinoe è stata fondata da un imperatore romano, sia pure di origine iberica, ma anche perché al sito lavorano dal 1935 missioni del nostro Paese – dopo che a fine ’800, in capo a un secolo di devastazioni di ogni genere, vi erano passati i francesi, con Albert Gayet, e prima della Grande guerra gli inglesi alla ricerca di papiri. Eppure, tra una crisi economica e una politica, da Roma nessuno si è fatto sentire. Le stesse autorità egiziane non sembravano troppo interessate, e si capisce, perché i lasciti romani sono sentiti come estranei al patrimonio locale (tanto è vero che si sono mosse soltanto quando hanno saputo che era minacciato anche un tempio costruito in zona da Ramesse II), e del resto un turista che si avventura sulle sponde del Nilo cerca le vestigia dei faraoni più che quelle dei dominatori successivi.
Ricapitoliamo:
- Adriano era di origine iberica (quasi extracomunitario e pure frocio, diciamolo) ma comunque è stato un imperatore romano, roba nostra
- tutto il territorio interessato dall’Impero romano, o perlomeno tutte le città fondate da imperatori romani, devono essere di immediato interesse non solo dei cittadini italiani, ma anche del Governo (“Roma”)
- per fortuna nel 1935 sono arrivati i bravi archeologi italiani a salvare Antinoe dai precedenti saccheggiatori e dai cercatori di papiri
- rimanendo sulle sponde del Nilo per appena un migliaio di anni, il regno tolemaico e l’Impero romano sono chiaramente “dominatori” dell’Egitto e per questo le loro vestigia vengono liberamente sottoposte a saccheggio
Tanto per capirci, sono 9 anni che partecipo a una missione archeologica all’estero, con qualche problema politico-militare in meno rispetto a quella in questione, ma con tutti gli stessi problemi etici e culturali. Da diversi anni mi pongo il problema di cosa ci stiamo a fare noi archeologi a casa degli altri. Ci sono oltre 150 missioni archeologiche italiane all’estero, limitandosi solo a quelle che il Ministero degli Esteri sostiene (solo in parte, ça va sans dir), tra le quali peraltro l’Egitto occupa il primo posto insieme alla Turchia (14 missioni). Ho avuto modo di ascoltare i ricercatori fiorentini alcuni anni fa e ricordo nelle loro parole la stessa sensazione di fragilità per l’equilibrio precario che sempre si crea tra missioni archeologiche e comunità locali (all’estero, in Egitto, in Grecia così come in Maremma e in Salento). Il patrimonio archeologico non è solo di chi ci abita a fianco, ci mancherebbe. Ma per secoli noi civili sapiens sapiens abbiamo “salvato” questo patrimonio strappandolo alle sue radici, decidendo cosa era di valore e cosa no, costruendo una fiaba crudele di impero rinnovato. Leggete chi e come ha partecipato alla lunga stagione degli scavi italiani in Egitto sul sito dell’Istituto Papirologico “G.Vitelli” per farvi un’idea. Personaggi di altissimo livello come Ernesto Schiaparelli (Senatore del Regno), Carlo Anti (rettore dell’Università di Padova), Evaristo Breccia (rettore dell’Università di Pisa). Ma dal 1935 ad oggi la missione civilizzatrice non ha funzionato. Colpa dei selvaggi abitanti di Sheikh ‘Ibada? Forse no, non solo. Rileggete la storia degli scavi e concentratevi sui nomi dei luoghi: Hermopolis Magna, Ossirinco, Tebtynis, Ankyronpolis, Antinoe. Ci muoviamo nel presente degli altri ignorandolo, abbiamo solo occhi per il nostro passato, che era lì, nello stesso posto dove si scava alla ricerca di papiri. Un esame di coscienza… si può rinunciare a indignarci allora? No.
Ma il valore di questo patrimonio non è assoluto, scolpito nella pietra (scusate la facile ironia). In Italia lo abbiamo scritto nella Costituzione, e tanti se ne fregano comunque. E forse l’indignazione non è ancora giunta alle orecchie di Assalto, ma nello stesso modo vengono regolarmente depredati anche i siti di età dinastica e predinastica in Egitto, che non sono certamente “estranei al patrimonio locale”. In Siria, in Iraq, in Libia, abbiamo visto le stesse immagini, la stessa indignazione verso persone ignoranti o disperate o proprio infami che distruggono il proprio passato o quello di un popolo intero per soldi (pochi o tanti, dipende dagli acquirenti, quasi tutti maschi bianchi). Abbiamo visto un po’ meno indignazione quando persone coltissime stringevano amicizia con chi distrugge il presente e il futuro del popolo siriano. Se il dubbio è tra regimi repressivi e devastazione del patrimonio archeologico, c’è qualcosa che non va nella nostra missione civilizzatrice. Se su un quotidiano “colto” come La Stampa si leggono queste amabili idee colonialiste, basta chiudere gli occhi e sembra davvero di essere tornati al 1935 e ad un imperatore torinese.
-
Paesaggio e infrastrutture
Oggi la sottosegretaria Borletti scrive:
promuovere il patrimonio culturale senza infrastrutture per viaggiare e’inutile.Ci aspetta un lavoro enorme ma la strada e’quella.
https://twitter.com/ilaborletti/status/331144062834978817Pochi giorni fa il presidente Letta ha detto:
Per questo dobbiamo rilanciare il turismo e, soprattutto, attrarre investimenti. Rimuoviamo quegli ostacoli che fanno sì che l’Italia per molti non sia una scelta di vita. Questo significa puntare sulla cultura, motore e moltiplicatore dello sviluppo, o sulle straordinarie realtà dell’agro-alimentare. Questo significa valorizzare e custodire l’ambiente, il paesaggio, l’arte, l’architettura, le eccellenze enogastronomiche, le infrastrutture stradali, ferroviarie, portuali e aeroportuali.
Parlando di patrimonio culturale onestamente la rete delle infrastrutture non è esattamente il primo punto che viene in mente. Chissà se si riferiscono al TAV o alla Cuneo-Ventimiglia, alla BreBeMi o alla provinciale 34 della Provincia di Siena. Sarei un po’ preoccupato, se il patrimonio culturale assumesse un valore solo come meta turistica.
-
GFOSS news
I’ve been meaning to do this for a long time now (since 2009 apparently). I am proud to announce the first issue of GFOSS news, a newsletter from and about the GFOSS community with a focus on Italy.
The tagline is “software, dati, persone” (software, data, people) and it is exactly like that. It’s a short summary of what has been going on in the past month: software releases, community events (including the much-discussed resignation of the association’s board) and other relevant news. News items are very short, which is in itself kind of unusual for the average Italian written text.
It is nothing original of course: all news come from OSGeo and GFOSS mailing lists, Planet OSGeo, Planet GIS Italia, Twitter and other sources (with links to the original announcements).
Spread the word, and submit your ideas for the next issue!
-
Un articolo per la prossima legge elettorale
Pare che nel programma del nuovo governo ci sia anche una nuova legge elettorale. Ma l’ho sentito dire da troppi governi per crederci veramente. Comunque. Che si faccia doppio turno alla francese, tedesco misto con mostarda, carpiato in e-voting o democrazia diretta (SVEGLIA!!11!!) c’è una cosa che potrebbe essere nella prossima legge elettorale. Non ne ho sentito parlare, quindi la scrivo qui se qualcuno volesse leggerla e farne qualcosa. È molto semplice.
Un cittadino può essere candidato per l’elezione nel parlamento italiano in un solo collegio elettorale, quello di residenza.
Basta con i leader politici candidati in tutte le regioni (tranne la Valle d’Aosta). Basta con i paracadutati. Anche chi è talmente dissennato da votare un partito senza primarie ha diritto ad avere dei rappresentanti che abbiano un legame con il territorio. Magari potrebbe bastare “un solo collegio” lasciando perdere la residenza? Io credo di no.
Risolverà i problemi? No. È un ingrediente per una ricetta. Ai cuochi l’ardua sentenza.

