Stefano Costa

There's more than potsherds out here

Faccio l’archeologo e vivo a Genova

Tag: archeologia pubblica

  • Qual è la colonna sonora di un gasometro?

    Non è facile cominciare a raccontare questa storia, quindi comincio da dove mi viene in mente. Avete presente un gasometro? Avete mai visto un gasometro dal vivo o in foto, in video, in televisione? Fino ad alcuni anni fa per me era una parola un po’ strana eppure è diventato uno dei luoghi con cui ho a che fare più spesso nella mia vita quotidiana. A Ventimiglia, dentro un’area archeologica romana abbastanza famosa e importante, ci sono due gasometri. Alcuni anni fa ho iniziato a occuparmi di questi due gasometri e di tutto quello che ci sta intorno che si chiama Officina del Gas è un impianto abbastanza grande, di 12.000 m² che dal 1906 al 1993 ha funzionato per dare il gas alla città.

    Foto aerea di un'area archeologica con resti di edifici romani e di due gasometri metallici. Il terreno è un grande prato verde intenso. Sulla sinistra passa una strada con auto e oltre la strada si vede la prosecuzione dell'area archeologica. Ai margini si vedono i tetti in tegole di costruzioni moderne.

    Prima di iniziare a lavorare veramente alla realizzazione del progetto, con alcune persone molto preparate ho iniziato a studiare la storia di questo luogo e a farmi raccontare dalle persone che ci vivono accanto che cosa rappresenta per loro.

    Ma un giorno ho anche condiviso alcune immagini di questi gasometri e di altri gasometri, tra cui quello di Corso Farini a Torino, ed è successo quello che succede sul fediverso, cioè qualcuno ha commentato lanciando un ponte verso un altro mondo diverso, il mondo musicale.

    Lo scheletro metallico di un gasometro ripreso guardando verso l'alto, la foto non è in bianco e nero ma il cielo grigio chiaro sullo sfondo la rende quasi tale. La struttura è una serie di travi orizzontali, verticali e diagonali disposta a formare un grande cilindro vuoto.

    Sembra quasi scontato ma ci sono alcuni generi specifici di musica che sembrano avere un legame profondo con l’immagine e l’essenza stessa di un gasometro e di un’officina del gas. Uno di questi generi è quello che possiamo etichettare come rock industriale, industrial rock, un genere che è molto diffuso soprattutto nel Regno Unito e in Germania. Un altro genere completamente diverso che ha un legame profondo con un gasometro con un impianto industriale è sicuramente la musica elettronica techno e techno industrial. Allora per chiudere temporaneamente il cerchio vediamo alcuni album e gruppi di artisti che hanno realizzato di recente o anche meno di recente una serie di opere musicali legate al gasometro. Non c’è quasi nulla che sia frutto di una mia ricerca: sono tutti suggerimenti che ho avuto sia dal fediverso sia da alcuni colleghi e colleghe che hanno condiviso con me questo percorso ed è interessante vedere che in certi casi addirittura il gasometro compare sulla copertina di un disco.

    Ovviamente questa abbuffata musicale molto variegata mi ha fatto pensare che il gasometro, ora che ha smesso di funzionare, rimane un buon posto dove esplorare questa connessione musicale e quindi ho cominciato a lavorare per rendere possibile un ritorno di suoni e musica sotto i gasometri stessi.

    Gli album

    Questa la selezione sul lato rock

    Sul versante techno, ho queste tracce:

    • The bells di Jeff Mills
    • Orbit degli Underground Resistance (sempre con Jeff Mills)

    E per finire l’incredibile performance di Jeff Mills, Jean-Phi Dary and Prabhu Edouard dentro il sito archeologico di Delos, Tomorrow comes the harvest. La metto qui perché chiude il cerchio in modo mirabile riportando all’unità l’archeologia classica, la musica elettronica e l’archeologia industriale da cui sono partito.

  • Archeologia due punto zero

    Archeologia due punto zero

    Appunti cartacei del sedici dicembre duemiladodici, in treno verso Genova e poi Roma e poi Paestum.

    Può darsi che qualche volta ci sia cascato anche io, ma su due piedi non ricordo di avere mai parlato o scritto di “archeologia 2.0”. A ogni modo, oggi ho deciso di scrivervi per dirvi quello che ne penso.

    L’archeologia 2.0 non esiste. Nel migliore dei casi, l’espressione è una crasi di archeologia e web 2.0. Ma c’è una bella differenza (pensate ad “archeocolonialismo” oppure “archeologia e colonialismo”) e credo non per caso nel febbraio 2011 il seminario organizzato a Siena si chiamava “Lo scavo e il web 2.0”. Ora non voglio andare contro chi ha usato questa espressione (fino a renderla il titolo di un fortunato blog), perché intendo questa riflessione anzitutto come autocritica. All’estero si studia già da qualche tempo in modo critico l’uso, l’abuso e la fascinazione morbosa dei social network nella pratica archeologica (Lorna Richardson, Dr. Web-Love). Qui forse siamo ancora alla fascinazione.

    Inizio con 2 parole sul “2.0”. Nell’industria del software si usa la pratica ingegneristica di numerare le versioni che vengono rilasciate. La prima versione è (era) tipicamente la 1.0. La versione 2.0 è quindi diventata per antonomasia la “prossima”, quella “migliore di sempre” rispetto alla quale la precedente diventa obsoleta, non supportata e imbarazzante. Ci sono nuove funzioni, una migliore usabilità, etc. La trasposizione di “2.0” come aggettivo del web ha degli specifici diversi (social, user-generated content, cloud) ma permane il concetto di “rivoluzionario miglioramento”.

    Non vedo rivoluzionari miglioramenti nell’archeologia, e in quella italiana in particolare. Ne ho sentito parlare, questo sì, e abbiamo avuto varie rivoluzioni annunciate, ma dopo l’annuncio niente. Forse c’è stata un po’ di confusione in un periodo (transitorio, come tanti periodi) in cui erano/eravamo in pochi a usare il web 2.0 per comunicare l’archeologia, e si è avuta l’impressione di fare la rivoluzione solo perché si usavano degli strumenti nuovi, un po’ come abbiamo fatto con il software libero (l’ho scritto all’inizio che era soprattutto autocritica). Il fatto è che l’archeologia pubblica esiste da molti decenni e da sempre ha usato i mezzi di comunicazione esistenti. Forse abbiamo assistito a un rovesciamento delle credenze popolari sugli Etruschi, sulla caduta dell’Impero Romano, sulla vita rurale nel Basso Medioevo? Abbiamo sovvertito qualcosa usando il web 2.0? Di nuovo, non mi sembra. Ma forse sto attaccandomi a dei dettagli senza andare al cuore del problema.

    Magari “archeologia 2.0” è solo wishful thinking, ché sarebbe bello davvero riscrivere da capo il nostro codice e aggiornare a una nuova versione del software, dove possiamo dimenticare l’egemonia culturale dell’Università (non delle università) verso i professionisti, smettere di attaccarsi all’articolo 9 della Costituzione per difendere in realtà i diritti dei lavoratori della cultura, accettare che la cultura è di elite, rifiutare che le elite siano chiuse e poi finirla di raccontare al pubblico un passato sempre edificante, lineare. Questo elenco è destinato a essere un campionamento casuale delle tante, troppe cose che non vanno nell’archeologia italiana.

    Intorno al 2006 ho detto e scritto che le rivendicazioni di specificità dell’archeologia nei confronti dell’informatica erano barzellette, perché saremo sempre costretti a usare quello che la società nel suo complesso usa. Siamo troppo pochi, troppo piccoli per essere noi a cambiare le cose. Nessun archeologo si vanta di usare l’automobile, ma quasi tutti lo fanno, quindi … Archeologia motorizzata! Ve lo immaginate? Per un breve periodo c’è stato eccitamento per la fotografia digitale (e il web 2.0 ci permette di vedere innumerevoli foto brutte, e poche foto belle che rendono ancora più brutte tutte le altre, in attesa di usare direttamente Instagram per le foto dei reperti). Ora che da qualche mese mio padre ha un account Twitter, posso mettere nel cassetto anche questa pagina della nostra gloriosa rivoluzione digitale. Eh sì, perché il punto è proprio quello, tra 2-3 anni il 2.0 sarà talmente banale…

    Non c’è niente di sbagliato nel “lasciare la porta aperta” sul proprio cantiere di scavo, ma qualcuno ha davvero il tempo di seguire una ricerca senza prendervi parte, tornando a recitare il ruolo di quel “pubblico a casa”, così fuori luogo nell’epoca della partecipazione?

    Da una archeologia 2.0 mi aspetto almeno che abbia perso un po’ dell’innocenza accumulata indebitamente.