I libri che ho letto nel 2018

Nel 2018 ho fatto una scelta piuttosto originale per guidare le mie letture: ho recuperato a casa dei miei genitori un pacco di libri rimasti impilati negli ultimi anni, generalmente arrivati in regalo, che per qualche motivo non mi ero mai portato via. Libri che non avevo letto, ecco. Libri che avevo dimenticato di leggere. Uno magari potrebbe decidere di leggere solo una certa autrice per tutto l’anno, solo libri pubblicati nel 1965, o qualche criterio del genere.

Ho finito la pila di libri non letti e poi mi sono tuffato dentro 4 3 2 1 come una lontra nel fiume.

Daniele De Silva, Non avevo capito niente

Questo non era rimasto impilato ma mi ha dato l’idea di una annata a tema. Un po’ sconnesso nell’incedere ma è stata una bella lettura, forse troppo veloce.

Annamaria Fassio, I giorni del Minotauro

Un giallo piemontese edito da Frilli. Ben architettato e ambientato.

Chinua Achebe, Non più tranquilli

Se con Le cose crollano eravamo di fronte alla tragedia di una società antica, di un suo protagonista inizialmente invincibile, il salto di due generazioni ci porta in un tempo dell’Africa quasi contemporaneo, eppure ancora legato a quella società antica, ai suoi legami indissolubili da cui è difficile sciogliersi anche per chi è apparentemente molto brillante.

Antonio Pennacchi, Canale Mussolini

A me Canale Mussolini non è piaciuto. Ho faticato per leggerlo. Ho sperato a lungo che abbandonasse la prosa dal fare omerico via via che la storia si dipanava, ripetendosi sempre uguale, e invece niente. Ci ho sperato un po’ perché varie persone erano rimaste entusiaste. Di sicuro è scritto per conquistare il lettore. Di sicuro non avevo mai letto una giustificazione così lunga del fascismo, così assolutoria per chi ne è stato protagonista al minuto e così, diciamo, controversa nella figura del narratore. È difficile sospendere il giudizio mentre si legge questa epopea familiare fatta di personaggi tragici, immobili.

Come dice, scusi? Canale Mussolini avrebbe vinto il Premio Strega e io non capisco un’acca della letteratura italiana contemporanea? Ma io sto unicamente raccontando il libro come l’ho trovato io, che guarda caso poi risulta scritto da un prete, e sempre quest’anno mi son trovato con un altro illustre premiato ancor più penoso, e in fin dei conti se per far rinascere l’epica italiana dobbiamo sorbirci un revisionismo palloso e ripetitivo, allora lasciamola nella tomba. Questa è la mia versione dei fatti, poi vedete voi e andate in malora.

Enrico Giannichedda, Quasi giallo

Non conosco molti archeologi che scrivono gialli (ad eccezione, forse, di Fred Vargas che non è proprio un’archeologa). Quindi non sono preoccupato di dire che questo quasi giallo non mi è piaciuto moltissimo. Forse perché le parti archeologiche, che abbondano e quasi debordano, mi sono note in buon dettaglio sia per studio sia per averle sentite proprio dalla voce di Enrico Giannichedda, e in questa cornice sembrano paradossalmente meno interessanti. Forse perché le parti gialle sono abbastanza solidamente nel solco del genere, senza però essere veramente nel solco giallo della copertina, magari più noir o 10YR 2/1. Altri che hanno letto il libro non sono rimasti soddisfatti dal finale, che però tutto sommato a me piace.

Michele Serra, Ognuno potrebbe

Michele Serra è un membro di quella categoria di persone che svolgono il meschino dovere di partorire ogni giorno un pensierino da scolaro delle elementari per la pubblica fruizione. La forma libresca non migliora l’esito e questa storia di un precario, scritta da uno che il precario non sa nemmeno recitarlo sotto forma di macchietta, non piace proprio.

Timur Vermes, Lui è tornato

Tanto inquietante (oggi ancora più di quando è stato scritto, solo nel 2011) quanto scopppiettante, questo è il libro che più mi è piaciuto leggere nel 2018, carico di continui rilanci che solo un buonsenso ormai intorpidito può considerare assurdi. Non ho visto il film che ne è stato tratto, in cui il protagonista non è Hitler bensì Mussolini, ma ne ho parlato con alcuni che lo hanno visto: il discorso è andato a parare sul “messaggio” che l’autore trasmette. Io penso che sia un messaggio molto implicito, che l’autore abbia saputo mostrare in modo eccellente come funzionano, come possono funzionare certi meccanismi psicologici e sociali che hanno conseguenze rapidamente irreparabili, senza bisogno di manifestare una “ovvia” valutazione negativa che avrebbe reso molto meno incisivo il suo autentico messaggio. In ogni caso, lui è tornato già parecchie volte negli ultimi anni e sembra che non siano state vendute abbastanza copie di questo libro.

Edoardo Nesi, Storia della mia gente

Chi abbia dato un premio a questo libro, dovrebbe almeno giustificare il vistoso errore grammaticale del titolo, poiché questa è una storia individuale e solipsistica, vissuta e narrata alla prima persona singolare, da parte di un autore che, del suo passato rimpianto da rampollo fallito di famiglia operosa, ricorda i nomi propri dei macchinari (femminili, ovviamente) ma non quelli degli operai. Uno che dedica varie pagine al Martini nell’ambito del tracollo economico della piccola media impresa manifatturiera italiana. Uno che è felice di scendere in piazza a manifestare perché lo fa stare bene.

Il motivo del blasone è presto detto, essendo l’autore stato precedentemente inserito nella shortlist ha deciso di titillare il premio stesso con continui rimandi ad esso, rendendolo (immaginiamo a propria insaputa) co-protagonista di questa farsa che sa rendersi lucida solo in forma onirica – rivelandosi anche genuinamente impregnata di razzismo.

Paul Auster, 4 3 2 1

Questo libro, questi libri, sono anzitutto una smisurata forma di devozione, una lunghissima dichiarazione d’amore verso la scrittura e la letteratura, verso New York e Parigi e forse anche verso l’essere ebrei negli Stati Uniti. Non per caso la prima parte mi ha ricordato fortissimamente Middlesex, così come il rimando continuo tra storia personale e storia collettiva, non un semplice sfondo ma un palcoscenico.

Il volume è imponente e ha richiesto una certa disciplina nella lettura, evitando tassativamente di leggere più di un capitolo al giorno per non andare in confusione, ma la trama è certo uno degli elementi meno portanti del capolavoro, come prevedibile. Trama che è composta anche di frammenti, mattoni autobiografici composti in modi sempre diversi.

Ci sono capoversi lunghissimi che vorresti non finissero mai. Ci sono liste, ma che liste, di libri, di film, di poesie, di musica. C’è tantissimo sesso, muoiono molte persone e sono sempre le stesse persone i personaggi che vivono 4, 3, 2 vite leggermente o completamente diverse dall’una che tiene il filo.

Si ride, si gode e si soffre moltissimo con questo libro.

Paolo Lazzarin, Patagonia

Questo che mi ha regalato Elisa il 26 dicembre è un delizioso resoconto fotografico di viaggio. La Patagonia, al di là delle frasi da guida turistica, è difficile da spiegare, e la vastità degli spazi soverchia la vista, la mente. Questo viaggio si è svolto principalmente lungo la catena andina, via terra in direzione sud e via mare in direzione nord. Il nostro viaggio, più spezzato e incoerente, era stato certamente meno lento ma comunque sfogliando le pagine ho ritrovato quelle montagne, quelle strade e quei guanachi — perché poi sono uno dei compagni di viaggio più memorabili. Grazie.


Nel 2019 ho deciso che leggerò solo libri scritti da autrici.

I libri che ho letto nel 2017

Quest’anno mi porto avanti di qualche settimana rispetto al ritardo astronomico maturato negli anni e pubblico la lista dei pochi libri che ho letto nel 2017.

Il 2017 è stato l’anno in cui sono diventato papà, in cui ho traslocato dalla città dove è nato mio figlio a quella dove sono nato io ma dove non avevo quasi mai abitato, in cui ho cambiato lavoro per poter finalmente continuare a fare il mio mestiere. Quindi, scusate se ho letto troppo poco. Anche nel 2017 non ho letto nessun libro che non fosse scritto in italiano (mica intenzionalmente).

Ho anche iniziato a tenere traccia dei libri su inventaire.io.

Piero Colaprico, Trilogia della città di M.

Questo libro mi è stato donato da Stefano R., nativo della città di M., quando ho iniziato a lavorare nella città di M. il 13 dicembre 2017. L’ho consumato nei vagoni ferroviari prima dell’alba e dopo il tramonto viaggiando quotidianamente da Genova.

Le tre storie in cui si muove l’ispettore Bagni sono ambientate in una città di mezzo, tra quella vecchia che sta scomparendo e lascia il tempo ad una nuova. Muovendomi nella zona del Ticinese più volte ho provato la sensazione di essere stato in quei luoghi. Non sono un assiduo frequentatore della letteratura di genere, ma se leggo un poliziottesco, ora preferisco Bagni ai suoi colleghi più televisivi.

Wu Ming 1, Un viaggio che non promettiamo breve

Ho iniziato a leggere questo libro verso fine anno, proprio come la Trilogia ad inizio articolo, viaggiando in treno lungo uno dei percorsi che dovrebbero essere toccati dalle Grandi Opere. E poiché il libro racconta con estrema precisione la realtà, ho faticato ad ogni pagina a reggere il peso di tutte le nefandezze, e per adesso non ho letto che un terzo del libro, forse un po’ meno.

È un libro che deve essere letto, perché è una storia che non è ancora conclusa e da queste parti oltre alla inutile e dannosa TAV abbiamo un altrettanto inutile terzo valico ferroviario, mentre le linee ferroviarie già esistenti del pendolarismo quotidiano sono in frantumi.

Edmund De Waal, La strada bianca

Questo è un libro di cui mi sono innamorato vedendo la copertina in vetrina nella mia libreria. A me piacciono le copertine che raccontano qualcosa del libro, e questa era già di per sé meritevole di essere portata a casa, anche se non ci fosse stato il libro dentro.

Ho letto il primo capitolo con l’emozione di chi scopre un tesoro. L’ho dovuto persino rileggere a voce alta, per poterlo capire in tutta la sua poesia. Questo libro è stato compagno di viaggio tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017.}

Non ho mai letto Un’eredità di avorio e ambra, che pure è sulla libreria di casa da anni. Non avevo capito bene di cosa si trattasse, potrei dire.

Per me la ceramica, e quindi anche la porcellana, è un elemento primordiale a cui ho dedicato moltissima parte della mia vita adulta, soprattutto manipolando, guardando, osservando migliaia di vasi rotti. Leggerne una storia raccontata in prima persona è stato un percorso di ricucitura, una forma di kintsugi letterario.

Marco Danielli, Uscita di sicurezza

Marco è prima di tutto un collega, che potrebbe sembrare molto versatile, vista la varietà di ruoli che ha rivestito nella vita in situazioni molto diverse. È stata una grande sorpresa scoprire che è anche un abile scrittore.

Un romanzo d’esordio finemente costruito che combina realtà autobiografica e finzione letteraria.

Igiaba Scego, Adua

Non so se i quattro lettori assidui di questa rubrica ci hanno fatto caso, ma da qualche anno leggo sempre almeno un libro di Africa. Quest’anno, addirittura due.

Leggere di Africa è inevitabilmente una seduta di colonialismo, di post-colonialismo, oltre che di un continente non misurabile, privo di significato a meno di non essere distorto da una proiezione geografica sbagliata. Nel caso clinico italiano credo si possa parlare a buon diritto di post-colonialismo assente – autrici come Igiaba Scego sono ogni giorno lì a smontare il buonismo, soprattutto con storie come quella di Adua, ben più di un romanzo storico.

Chinua Achebe, Le cose crollano

Ricevuto in dono e letto con gusto, questo primo libro della trilogia è un gioiello di grande profondità storica e soprattutto epica. Achebe muove e colpisce i suoi personaggi con l’eleganza di un vero classico. Leggendo è stato impossibile non rispecchiarsi nelle pagine di Congo, così totalmente diverso eppure intrecciato nelle stesse vicende storiche.

I libri che ho letto nel 2016

Diciamo subito che nel 2016 ho letto poco e male, e diamo la responsabilità al fatto che nella prima parte dell’anno invece ho scritto un po’ (abbastanza da concludere la mia tesi di dottorato, tanto per capirci), mentre nella seconda parte dell’anno ho dedicato del tempo allo studio per un concorso (che poi è andato bene).

Aggiungiamo che poco dopo la fine del 2016, come alcune delle letture suggeriscono, sono diventato papà, e ho aiutato come potevo la mamma con il suo pancione, invece che leggere (tranne un caso in cui ho letto per loro molte volte lo stesso libro ad alta voce).

  • James Ellroy, Perfidia è il mio preferito e mi ha fatto trovare vecchie mappe di Los Angeles (il massimo)
  • Wu Ming, L’invisibile ovunque
  • Joe R. Lansdale, Rumble Tumble che mi ha passato Andrea Bellotti e non glielo ho ancora reso
  • Roberto Negro, Bocca di rosa
  • Loredana Lipperini, Ancora dalla parte della bambine
  • Julien Blanc-Gras, Padri in attesa. Il giornale di bordo di un padre nella Terra della gravidanza
  • Chiara Cecilia Santamaria, Quello che le mamme non dicono
  • Emma Mora, L’orsacchiotto Gedeone (qualche dozzina di volte)

I libri che ho letto nel 2015

Come ogni anno faccio un elenco dei libri che ho letto, senza classifiche perché sono un esercizio abbastanza penoso e, per il 2015, anche perché ho avuto la fortuna di leggere quasi esclusivamente cose bellissime. Ve li presento quindi in ordine di lettura, aiutandomi con le stupidissime frasi che ho scritto su Twitter mentre li leggevo. Non c’è un errore: è il primo gennaio 2017 e questa lista arriva in ritardo di 366 giorni.

William Gibson: the Sprawl trilogy (Neuromancer, Count Zero, Mona Lisa Overdrive) + Burning Chrome

Proprio come lo scorso anno, è l’unica lettura in inglese, a cui sono arrivato per vie molto traverse che partono da un fumetto online e passano per un album indie. Ma non è una lettura qualunque. È un punto di non ritorno. Ho già scritto qualche riga sulle connessioni intessute da questa trilogia, che ho letto in mattinate non molto calde, decisamente buie, su un lettore di ebook e che mi ha fatto capire anzitutto l’epica del cyberpunk che è costruita interamente sul linguaggio. Le distopie tecnologiche dello Sprawl sono attuali perché si nutrono di dissociazioni contemporanee, immutate nei trent’anni passati dalla pubblicazione di questi libri, anzi, accresciute in un modo (im)prevedibilmente (in)concepibile.

Wu Ming, Cantalamappa

Come mi sono sentito di scrivere mentre lo leggevo:

Uno pensa di essere adulto, poi per fortuna i Wu Ming scrivono Cantalamappa e tutto prende una piega migliore

e continuo a pensarlo. Ci sono in questo libro storie che mi hanno fatto tornare bambino, anche quando parlano di cose “da adulti”. C’è un filo conduttore, la mappa, la scoperta del mondo che sia lontano o vicino, che è sempre stato uno dei miei modi di pensare. Un modo per una volta leggero di leggere Wu Ming. Regalato anche a lettori più giovani!

Yamunin, Diario di zona

Banalmente, potrei aver apprezzato Diario di zona perché racconta la città attraverso gli occhi di uno che è arrivato a Torino ma non ci è né nato né cresciuto, attraversandola in sella a una bicicletta e soffermandosi sulle tante lapidi che ricordano giovani morti lottando contro i nazifascisti. La verità è che a questo libro mi sono affezionato in prima persona, partecipando a letture e presentazioni. Che ho imparato a guardare chi fa le misurazioni dei contatori, e a vedere il lavoro e la persona che le fa. Che ogni città dovrebbe avere un suo diario di zona in cui si descrivano gli abitanti, le case, i marciapiedi senza vezzeggiativi. Che ognuno dovrebbe scrivere il proprio diario di zona e non limitarsi a percorrere le stesse quattro strade tutti i giorni, guardando come bestie gli abitanti degli altri quartieri in cui non avete mai messo piede.

David van Reybrouck, Congo

Un minimo di boria mi sia concessa per Congo, non il più bello ma certamente il più monumentale dei libri che ho letto nel 2015. Ho una copia di Congo. Een geschiedenis autografata da David van Reybrouck (con tanto di dedica e incoraggiamento ad imparare a leggere nederlands) nel 2012. Non ho comprato la traduzione italiana del libro attratto dalla fascetta di Roberto Saviano (come se qualcuno sapesse qualcosa dell’Africa, maledizione) né tantomeno dalla foto patetica sbattuta in copertina, così infedele all’originale da risultare fastidiosa. Congo non è una lettura facile, ma non è un manuale di storia ‒ è il narratore che ha magistralmente scelto per noi un pugno di persone che tengono insieme centoventi anni di politica, sette religiose, rivendicazioni, colonialismi pessimi e decolonizzazioni peggiori, musica, commercio, pugilato. La perla di Congo è scoprire pagina dopo pagina quanto sia importante il narratore di queste storie.

G.B. Canepa, La repubblica di Torriglia

Il giorno del mio compleanno siamo saliti sul Ramaceto e guardando forte là in fondo verso Cichero abbiamo letto ad alta voce la storia di Severino, lì in mezzo alle montagne dove ha combattuto la guerra partigiana contro i nazifascisti. Le montagne hanno la memoria lunga.

L’età della febbre

L’età della febbre è un’antologia edita da minimum fax, un sequel de La qualità dell’aria (che non ho letto) dove una manciata di autori italiani raccontano, a modo loro, il Paese e quello che ci succede. Nelle mie non-recensioni su Twitter, ho avuto l’ardore di definirlo

un Decameron poliedrico sulla famiglia italiana

perché è la sensazione ripetuta che ho incontrato leggendo ogni racconto, che ogni storia si arrotolasse intorno ad una famiglia, giovane o vecchia, con o senza figli, affiatata o scomposta.

Tommaso Pincio, Panorama

Panorama, o panòrama come mi è sembrato più naturale pronunciare il titolo di questo libro, era necessario. Perché sventra, magari in modo familiare a chi è più avvezzo al mondo letterario, un po’ della sua mitologia fondante, usando i social network come elemento di trama mescolata tra realtà e finzione. Poi per chi vive o conosce Roma più di me si trovano certamente altre chiavi di lettura.

Mi piacerebbe, per provocazione, leggere questo libro scritto a generi invertiti.

Alberto Prunetti, Amianto

Un libro in cui la voce narrante si fa beffe di ignari archeologi senesi rivendendo cazzuole maremmane come pregiate trowel britanniche sarebbe già di per sé meraviglioso. Ma non è per le burle che Amianto lascia il segno. È la serie di pugni nello stomaco, che si ripete impietosa alla Olivetti, alla IPLOM e in tante altre industrie “di eccellenza” dell’Italia che produce, lavora e crepa di mesotelioma. Negli stessi giorni in cui leggevo questo libro ho assistito alla clownesca performance di un fittizio padre fondatore del digitale italiano (uno dei tanti che si possono rintracciare) che proprio della Olivetti si fregiava, e il contrasto mentale che ne ho avuto era stridente quanto tonnellate di pece su corpi nudi. Avere tra le mani questa controstoria, umana e tragica, è un dovere. In più, Prunetti eccelle nel legare le lotte (semplicisticamente definibili) dei decenni scorsi con quelle (solo apparentemente) così diverse dei precari odierni, proletari intellettuali come è lui stesso.

José Saramago, Viaggio in Portogallo

Non ho terminato la lettura di questo libro perché quando ero a metà sono partito per il Portogallo, e durante il viaggio ho passato più tempo a vagare per Lisbona che a leggere. Ha un tempo magico, lentissimo e, se non ci si fa annoiare, ipnotico. È, semplicemente, una ininterrotta sequenza di epifanie lungo le strade di tutto il paese. Saramago ha voluto che tutti si innamorassero come lui degli angoli più nascosti del Portogallo, nelle campagne sperdute o in mezzo alle città. Non è una guida turistica né vuole assomigliarci!

Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso

Questo volumetto contiene vari discorsi di Vonnegut rivolti a studenti, di per sé abbastanza ripetitivi anche se impeccabili (e comunque sempre, sempre, sempre meglio di Steve Jobs) ed è una buona summa del Vonnegut-pensiero socio-letterario. Inoltre, è composto tipograficamente in modo delizioso.

Luca Mastrantonio, Pazzesco

Sottotitolo: Dizionario ragionato dell’italiano esagerato. Molto leggibile, alcune cose note e altre no. A volte sconfina un poco in un approccio da “spiegato bene” ed è più attento al registro politicoso che a quello verace della lingua italiana.

James Ellroy, Perfidia

Dopo aver letto con malsana avidità American Tabloid non potevo non lanciarmi a capofitto su Perfidia. Dalla metà di novembre è rimasto fermo e chiuso in attesa di avere un po’ di tempo per respirare, mentre mi dedicavo in modo più deciso alla scrittura. Perfidia è il primo libro che ho letto nel 2016.

Archeostorie a Genova

Il 7 maggio 2015 la tournée di Archeostorie ha fatto tappa a Genova. Grazie a Fabio Negrino, ci siamo trovati in una gremita aula universitaria in via Balbi 2. Per via dell’incendio che era scoppiato a Fiumicino nella notte, Cinzia Dal Maso è rimasta bloccata a Roma, e a rappresentare Archeostorie c’erano Francesco “Cioschi” Ripanti, Marina Lo Blundo e il sottoscritto.

Anche se è passato qualche giorno ho ancora addosso l’entusiasmo per la bella giornata e serata di giovedì scorso. Entusiasmo anzitutto per tutte le persone che sono venute ad ascoltare, e soprattutto a dire la loro.

Silvia Pallecchi ci ha regalato una emozionata orazione, ci ha spiegato meglio di come avremmo saputo fare noi che Archeostorie parla di due mondi fatti di mestieri codificati e mestieri non codificati, che devono parlare, che i mestieri non (ancora) codificati sono difficili ma necessari carburanti per il rinnovamento. Eleonora Torre ci ha parlato senza filtro di cos’è l’archeologia fuori dagli uffici, dalle aule, con i piedi nella terra e la testa salda sul collo ‒ Eleonora ci ha anche strappato un applauso spontaneo e perentorio quando ha ricordato ai più giovani l’importanza di avere dei maestri, come è stato per tanti di noi Tiziano Mannoni. Marta Conventi ci ha raccontato che l’idea di una archeologia che cerca il suo pubblico ha già messo radici solide anche in Soprintendenza. Vincenzo Tiné non ha fatto sconti nel descrivere tutte le difficoltà che, anche con le migliori intenzioni e capacità, gli archeologi dovranno affrontare nell’immediato futuro se vorranno trasformare la parola in azione, proprio a partire dalle Soprindentenze amputate della valorizzazione. Andrea De Pascale, che tante delle storie del libro le ha già messe in pratica al Museo Archeologico del Finale, ci ha confortato, ci ha detto che sì, questa è la strada giusta e i musei devono essere luoghi in cui sono prima di tutto le persone a parlare con il pubblico. Fabio Negrino ci ha guidato lungo questa lunga chiacchierata, raccontando al pubblico come questi 34 autori si siano trovati dietro la stessa copertina (per chi se lo fosse perso, è stato il Day of Archaeology 2014 a far scoccare la scintilla), e anche di come aver accettato a scatola chiusa di organizzare questo incontro si sia rivelato un buon investimento. Tanti altri sono intervenuti, chi per raccontare la sua (archeo)storia, chi per ricordarci di non perdere di vista la ricerca archeologica che è “l’arrosto” della situazione, chi per fare domande o semplicemente condividere un pensiero in libertà. Archeostorie ne è uscito non più come un libro, ma un invito a discutere, a confrontarsi e costruire qualcosa di nuovo. Un manuale di idee, di sopravvivenza. Un manuale per il futuro, su cui forse nei prossimi anni qualcuno potrà studiare, non per trovare regole e prescrizioni, ma idee… asce di guerra come mi piace dire.

A distanza di qualche giorno, credo che non potessimo sperare di meglio, tanto più che abbiamo venduto anche tantissime copie del libro. A occhio credo ci fossero 80 persone, dagli studenti liceali ai padri fondatori dell’archeologia medievale, dagli archeologi del paleolitico a quelli dell’età contemporanea ‒ e questo secondo aspetto non è da poco visto che gli autori del libro, per quanto numerosi, non abbracciano certamente l’ampiezza di studi, tradizioni e passioni che c’è nell’archeologia italiana. Per chi ha la memoria lunga, questa presentazione è stata un ritorno su uno dei tanti possibili luoghi del delitto per la filogenesi di Archeostorie: a Genova, dal 2005, al grupporicerche, prima Matteo Sicios e qualche anno dopo Marina Lo Blundo iniziavano a parlare di “Comunicare l’archeologia”, di sdoganare l’archeologo-che-comunica come una figura legittima. Anche Matteo era lì nell’aula.

La registrazione video che ho fatto è finita su Youtube: anche se l’audio non è particolarmente buono mi sembrava importante che ci fosse una memoria di quello che ci siamo detti. Sono quasi tre ore ininterrotte di dialogo.

Mentre tornavamo in macchina a Torriglia con Francesco ho cercato di spiegargli quanto fosse particolare avere così tanti archeologi liguri, di tutte le età e formazioni, insieme per una volta non solo ad ascoltare ma a dialogare. Francesco mi ha detto che aveva capito che c’era stato qualcosa di speciale anche per noi genovesi nel ritrovarsi a parlare del futuro dell’archeologia. Sarà che nelle tappe precedenti non si erano visti gli studenti intervenire e dire la loro, sarà che alcune delle storie del libro hanno toccato delle corde importanti per tanti di noi. Per me era una giornata speciale, ho visto sedute nella stessa stanza tante persone con cui ho condiviso parti della mia vita e che mi hanno insegnato qualcosa, come archeologo e come persona, prima a Genova, dentro l’università e soprattutto fuori, poi a Siena e infine di nuovo a Genova. Alcuni di noi hanno proseguito l’incontro a cena, di nuovo senza distinzione di età né specialismi ‒ insomma, tira una bellissima aria a Genova e spero che non vada persa come a volte è successo in passato. Si è parlato molto di passione, e spero che il 7 maggio per qualcuno si sia (ri)accesa un po’ di passione per l’archeologia fatta non solo di esami, crediti formativi, riunioni di dipartimento, pubblicazioni specialistiche, atti amministrativi e bilanci striminziti.

Nel frattempo Archeostorie si è meritato uno spazio su Repubblica (e non so cosa dire sui quotidiani genovesi a cui ho mandato il comunicato stampa sulla presentazione, ma lasciamo perdere), e a breve inizierà a circolare la ristampa. Avanti così, che l’inse.

Libri che ho letto nel 2014

Nel 2014 ho letto veramente poco. Un elenco abbastanza stringato:

  • La prosivendola, Daniel Pennac
  • Alta fedeltà, Nick Hornby
  • Il gioco grande del potere, Sandra Bonsanti
  • Per questo ho vissuto, Sami Modiano
  • È il tuo giorno, Billy Lynn, Ben Fountain
  • Baudolino, Umberto Eco
  • L’armata dei sonnambuli, Wu Ming

Archaeology stuff:

  • In small things forgotten, Jim Deetz
  • Punk Archaeology, Bill Caraher, Kostis Kourelis, Andrew Reinhard

Letture post-pedeutiche al viaggio in Patagonia, è stato anche meglio che leggerli prima:

  • In Patagonia, Bruce Chatwin
  • Patagonia, Chris Moss

Saggi, uno solo ma fondamentale:

  • Capital in the 21st century, Thomas Piketty

Se non vi scoccia ascoltare un consiglio, leggete Capital 21C, o almeno dedicate 20 minuti alla supersintesi video. Oppure al riassunto scritto di Cory Doctorow.