MAPPA video contest: still a long way to go

The friends of MAPPA Project have put up a video contest for their second and final workshop. Participants had to submit a 3-minutes video (or multimedia presentation, and this point had a very important effect on the results). You can vote until 15th June, one video per category. The videos are listed on the MAPPA website.

Go and have a look: there are 20 videos, it would take you one hour to see them all. Actually, it took me much less than that. Why? Because most of them are not really videos, but rather mute slideshows. First I will give some stats, and after that I’d like to add a brief comment.

On the audio side:

  • 10 out of 20 videos are mute, no sound, no music, no voice ‒ mostly an (animated) slideshow
  • of the other half, 7 have only a music background
  • only 3 have a recording of human voice

Looking at the video part:

  • 14 out of 20 are, as said above, simple slidehows of a (PowerPoint/Impress/Keynote/Prezi) presentation
  • the remaining 6 show a mixture of video footage, 3d models and slides

I have been following the topic of video-making in archaeology since 2008, when I made my first appearance in a docudrama thanks to my friend Cioschi. I am far from being an expert, but I am an opinionated archaeologist and to me the stats shown above sound like a disaster. After all these years, the majority of (Italian) archaeologists still thinks that a mute slideshow is good enough to take part in a video contest..? I don’t like to dismiss the work of other people as badly done, so I will try and look at the positive side, that is the two videos that caught my attention. I am definitely encouraging you to vote for these two ‒ not only because they are well done, but in the end I think we all need good models to follow and this contest is a good chance to provide such models.

The two videos I liked are, unsurprisingly, those where there is a human voice. The first one is #4 “Invisibile Heritage: The Paradox of Landscape” by G. Di Pasquale and others:

What’s so good about this one? The video footage is of high quality. The voice is telling a story, with a calm tone. Overall, it could be an excerpt from a longer video suitable for TV. However, there is still something missing: people. This is probably done on purpose, exactly because there is an almost obvious model in those TV documentaries where only landscape is seen and the voice provides a commentary.

However, I liked a lot more entry #12 by Giuliano De Felice and Francesco “Cioschi” Ripanti, called “Cannoni e farfalle” (Cannons and butterflies):

What’s so special about this one? There are three actors, with dialogues and a storyline. The footage is of good quality, and I really liked the photography with the contrast between dark and light. The setting is a familiar one, with dozens of crates filled with pottery. The plot provides a situated explanation of why open access is important, not an absolute one (much in the same spirit as the out of contest video where Socrates is seen engaging with other philosophers…). There is a musical background for the slides. This video is well-executed and it is clearly meant to fit into the 3-minutes slot from its inception. The model in this case is IMHO clearly represented by short videos shown in popular political TV shows where interviews and graphics are intertwined at a fast pace, both giving some factual information and involving the spectator on a more emotional level. Here the pace is quite slow, even though there is a mild contrast between the calmness of the dialogue and the music.

Nothing like the above could be said about all the other videos. They may be video files uploaded on a video platform, but there is no trace of “video” being used as a communication language. We really need to improve that. It’s not about using a video-editing program, that is useless if there is no storyline or even worse no story at all. I think this may be the right time to tackle this problem.

As a final disclaimer, I want to point out very clearly that I have the privilege of being friends with both Giuliano and Cioschi, so I may be biased here because I have been discussing these issues with them for some time now. And I also know Di Pasquale and some of his colleagues. Actually, I know some of those who submitted other entries in the contest, too. I hope they will understand my comments here are purely technical and with the needed training they will be able to create beautiful videos to present and promote their work. Videomaking is crucial for public archaeology: let’s get it right!

Archeologia due punto zero

Appunti cartacei del sedici dicembre duemiladodici, in treno verso Genova e poi Roma e poi Paestum.

Può darsi che qualche volta ci sia cascato anche io, ma su due piedi non ricordo di avere mai parlato o scritto di “archeologia 2.0”. A ogni modo, oggi ho deciso di scrivervi per dirvi quello che ne penso.

L’archeologia 2.0 non esiste. Nel migliore dei casi, l’espressione è una crasi di archeologia e web 2.0. Ma c’è una bella differenza (pensate ad “archeocolonialismo” oppure “archeologia e colonialismo”) e credo non per caso nel febbraio 2011 il seminario organizzato a Siena si chiamava “Lo scavo e il web 2.0”. Ora non voglio andare contro chi ha usato questa espressione (fino a renderla il titolo di un fortunato blog), perché intendo questa riflessione anzitutto come autocritica. All’estero si studia già da qualche tempo in modo critico l’uso, l’abuso e la fascinazione morbosa dei social network nella pratica archeologica (Lorna Richardson, Dr. Web-Love). Qui forse siamo ancora alla fascinazione.

Inizio con 2 parole sul “2.0”. Nell’industria del software si usa la pratica ingegneristica di numerare le versioni che vengono rilasciate. La prima versione è (era) tipicamente la 1.0. La versione 2.0 è quindi diventata per antonomasia la “prossima”, quella “migliore di sempre” rispetto alla quale la precedente diventa obsoleta, non supportata e imbarazzante. Ci sono nuove funzioni, una migliore usabilità, etc. La trasposizione di “2.0” come aggettivo del web ha degli specifici diversi (social, user-generated content, cloud) ma permane il concetto di “rivoluzionario miglioramento”.

Non vedo rivoluzionari miglioramenti nell’archeologia, e in quella italiana in particolare. Ne ho sentito parlare, questo sì, e abbiamo avuto varie rivoluzioni annunciate, ma dopo l’annuncio niente. Forse c’è stata un po’ di confusione in un periodo (transitorio, come tanti periodi) in cui erano/eravamo in pochi a usare il web 2.0 per comunicare l’archeologia, e si è avuta l’impressione di fare la rivoluzione solo perché si usavano degli strumenti nuovi, un po’ come abbiamo fatto con il software libero (l’ho scritto all’inizio che era soprattutto autocritica). Il fatto è che l’archeologia pubblica esiste da molti decenni e da sempre ha usato i mezzi di comunicazione esistenti. Forse abbiamo assistito a un rovesciamento delle credenze popolari sugli Etruschi, sulla caduta dell’Impero Romano, sulla vita rurale nel Basso Medioevo? Abbiamo sovvertito qualcosa usando il web 2.0? Di nuovo, non mi sembra. Ma forse sto attaccandomi a dei dettagli senza andare al cuore del problema.

Magari “archeologia 2.0” è solo wishful thinking, ché sarebbe bello davvero riscrivere da capo il nostro codice e aggiornare a una nuova versione del software, dove possiamo dimenticare l’egemonia culturale dell’Università (non delle università) verso i professionisti, smettere di attaccarsi all’articolo 9 della Costituzione per difendere in realtà i diritti dei lavoratori della cultura, accettare che la cultura è di elite, rifiutare che le elite siano chiuse e poi finirla di raccontare al pubblico un passato sempre edificante, lineare. Questo elenco è destinato a essere un campionamento casuale delle tante, troppe cose che non vanno nell’archeologia italiana.

Intorno al 2006 ho detto e scritto che le rivendicazioni di specificità dell’archeologia nei confronti dell’informatica erano barzellette, perché saremo sempre costretti a usare quello che la società nel suo complesso usa. Siamo troppo pochi, troppo piccoli per essere noi a cambiare le cose. Nessun archeologo si vanta di usare l’automobile, ma quasi tutti lo fanno, quindi … Archeologia motorizzata! Ve lo immaginate? Per un breve periodo c’è stato eccitamento per la fotografia digitale (e il web 2.0 ci permette di vedere innumerevoli foto brutte, e poche foto belle che rendono ancora più brutte tutte le altre, in attesa di usare direttamente Instagram per le foto dei reperti). Ora che da qualche mese mio padre ha un account Twitter, posso mettere nel cassetto anche questa pagina della nostra gloriosa rivoluzione digitale. Eh sì, perché il punto è proprio quello, tra 2-3 anni il 2.0 sarà talmente banale…

Non c’è niente di sbagliato nel “lasciare la porta aperta” sul proprio cantiere di scavo, ma qualcuno ha davvero il tempo di seguire una ricerca senza prendervi parte, tornando a recitare il ruolo di quel “pubblico a casa”, così fuori luogo nell’epoca della partecipazione?

Da una archeologia 2.0 mi aspetto almeno che abbia perso un po’ dell’innocenza accumulata indebitamente.