Caccia al tesoro di Certaldo – 2011

Il 19 giugno 2011 sono tornato a Certaldo per la mia seconda caccia al tesoro fantasy-medievale. Non avendo compagni di squadra in numero sufficiente, io e Alex ci siamo prestati come personaggi, nella fattispecie due ladruncoli che avrebbero dovuto distogliere i partecipanti più ingenui dagli obiettivi principali della loro missione …

Cioschi ha scattato qualche bella foto del duo Stecus & Carabius:

Caccia al tesoro a Certaldo

Caccia al tesoro a Certaldo

Ma ce ne sono moltissime, di tutti i personaggi e di molti partecipanti, sul blog Tuttoleo.

Developing a vocal language. Standing three miles apart.

Tonight I was walking along a country road near my house, almost in the
dark. Despite the highway that runs at less than 500 meters from there,
there was an unusual moment of silence (probably everyone else in Italy
was staring at the TV), and I suddenly realized that with that silence
it would be possible for me to hear someone crying out loud from the
Torre del Mangia — literally three miles away from there. Or viceversa,
if you like.

It’s not that different from how the muezzin is spreading his voice
and prayers. In a pre-industrial society, there is generally speaking
much more silence than now. As a consequence, you can hear voices and
sounds from far distances.

Now translate this concept in … 40,000 BP and imagine how you would
use your voice to communicate with someone else. The usual theory about
the development of human language deals with social practices like
sitting around the fire, etc. that happen while being in the same place.
That is fine, but to me it doesn’t explain everything: the same people
had to communicate also during the day, and if they were developing a
language that would fit their needs, we may suppose they used it during
hunting and catching as well. My idea is that in this way the language
that comes out is restricted by the use they made of it: if it was for
communicating from three miles away, it had to be made of distinct and
recognizable sounds. Thus, in a sense, a simpler language than what can
be used when sitting around the fire.

Following this line of reasoning, only with new habits and the
abandonment of nomadic life a more complex language would have been
developed. And, of course, this might as well imply that shepherds would
have continued to use such a language, or at least such

I’m perfectly aware that what I have written hasn’t a single link to
reality (and I don’t know anything about language), but it was certainly
more interesting than watching soccer and I had a nice walk in the dark.

Water basins are traces of extracting clay

Here around Siena there are lots of small water basins, measuring 10
meters in diameter on average. They tend to be near country houses, not
far from secondary roads.

They are used for water storage, but it’s not their original end.
Instead, they are what was left by small activities for the extraction
of clay – Siena is renowned for its “crete”.

The country house where I live is in a place once called “la Fornace”,
so it’s very likely that the basins around it were the last places where
clay was extracted before the kiln ceased to work.

Democrazia?

Silvia Ronchey una volta a lezione ci raccontò la sua scelta nel ’68: lei scelse di studiare. Indipendentemente da quello che lei scelse veramente e dalle sue ragioni, è stato meglio così. Il ’68 non ha rovesciato un regime, lo ha solo sostituito – operando a livello culturale quello che a livello politico è avvenuto con l’introduzione della democrazia.

La nostra democrazia, così come è scritta nella Costituzione, come ci viene (veniva?) insegnata a scuola, non esiste. Non esiste nella realtà, anzi. Si tratta di una fantastica forma di autorappresentazione della nostra società. Mi limito a parlare dell’Italia, pur con il sospetto che lo stesso sia vero anche altrove, e con la ragionata certezza di quanto questo sia vero per le varie “culle della democrazia” a partire dall’Atene del V secolo. L’autorappresentazione collettiva, i gruppi di potere (in misura variabile coscienti della sceneggiatura che governa il loro stesso agire) e la forma dello Stato hanno a che fare molto da vicino con la violenza, il suo monopolio, la tutela sacrale del potere in quanto potere in quanto forza razionale (oltre ogni altra ragione) di ordine sociale, di controllo (non necessariamente in senso negativo).

Il decreto salva-elezioni è una meravigliosa porta su questo mondo. Si sacrificano le regole formali in nome della necessità di “rappresentanza degli schieramenti”: la gente deve poter scegliere chi votare, altrimenti l’elezione è una farsa. Ma nessuno si lamenta invece dell’abolizione delle preferenze (“la gente deve poter scegliere chi votare”), perché evidentemente non si vota una persona, si vota invece uno schieramento, e si vota a priori, magari con l’impressione del “meno peggio”, “turandosi il naso”. Quindi, non democrazia, ma partitocrazia. I partiti sono indispensabili per lo svolgimento effettivo della vita politica, si dirà. Lo sono, perché condensano la necessità antropologica di identificazione del non-più-cittadino che vota il partito con la stessa parte del cervello che usa per tifare una squadra di calcio. Non lo sono certamente per lo svolgimento effettivo della democrazia, e solo un po’ per la sua rappresentazione teatrale.

Dietro questo decreto legge c’è un aspetto di brutale disumanità, di violenza annusata e ricacciata al buio. Condonare il mancato rispetto delle regole per evitare la carneficina, la protesta a mano armata. Era scontato dal momento stesso in cui è accaduto che tutte le liste escluse venissero riammesse. Non lo era invece la barbarie che ha reso necessario il metodo usato – in fondo il TAR poteva tranquillamente ammettere le liste senza una legge, la giustizia amministrativa non deve rendere conto a nessuno in Italia. Barbarie, violenza … ma che sto dicendo? Un passo indietro.

Il ritardo nella consegna delle liste, panini a parte, è ovviamente dovuto a lotte senza quartiere per l’inclusione in liste, listini e listelli che in ogni partito degno di questo nome si protraggono per mesi tra ricatti, svendite, accordi, prostituzione e minchiate. Succede a tutte le elezioni, questa non è speciale. Ogni nome aggiunto al listino, spostato in graduatoria, rimosso con sotterfugi, è il segnaposto di un piccolo o grande potentato. I poteri, tanti, tantissimi che in qualunque modo devono trovare la loro strada verso l’alto, sono impossibili da fermare e nulla può esser loro negato: chi si fa avanti pagando in contanti, chi in troie (evviva l’ottomarzo), chi in ricatti, chi in violenze, intimidazioni, voti, appalti, assunzioni, favori, amici, degli amici. Sono loro i barbari. Loro che non possono essere fermati da una banale regola burocratica, a cui non si può dire di no se non puntando una pistola alla tempia e l’altra alla minchia. Che però noi non possiamo farlo, forse nemmeno vogliamo, almeno per ora. Sono quei barbari che devono essere costantemente essere placati, e ogni tanto se ne colpisce uno per farne passare altri ventimilioni. Apparentemente è impossibile fermarne la corsa, e anche chi li cavalca prima o poi sarà disarcionato, comprato e venduto.

Potrei portare avanti la metafora barbarica, senza motivo né risultato: non siamo nel 410. E questi sono stronzi davvero, non solo morti di fame.