La chiesa di San Bartolomeo a Marzano (Torriglia)

Marzano è la frazione del comune di Torriglia (GE) dove sono cresciuto. Un paesino piccolo, luogo di origine dei miei antenati Costa. In questo periodo di isolamento ho avuto la fortuna di passare qui molti mesi e ho raccolto vecchi e nuovi appunti sulla sua storia, per quanto minore e frammentaria.


La chiesa di San Bartolomeo è l’unica chiesa di Marzano. Non è molto grande e viene variamente definita come cappella, oratorio o chiesa sussidiaria. La sua posizione centrale sulla piazza del paese (che è intitolata a Felice Cavallotti ma è chiamata da tutti “piazza della chiesa”) la rende facilmente riconoscibile. Non credo sia l’edificio più antico esistente in paese, ma è sicuramente quello su cui le notizie storiche sono più numerose, per quanto scarne. E con la storia della chiesa inevitabilmente si racconta anche la storia della comunità.

I maggiori dettagli storici si ricavano da un articolo del profilico don Giovanni Carraro, pubblicato sul notiziario parrocchiale nel 1938. Una descrizione architettonica più dettagliata che riprende in parte alcune notizie storiche si ricava dalla scheda di catalogo CEI. Riporto il contenuto dell’articolo quasi integralmente con alcuni commenti e soprattutto in ordine cronologico.

L’articoletto di don Carraro

La “grande cappella” dedicata a San Bartolomeo Apostolo fu edificata nella prima metà del XVII secolo. Tuttavia, nelle carte dell’archivio parrocchiale viene spesso indicata come cappella dedicata a San Terenziano, vescovo tudertinus (e non terdonensis). In effetti questo dualismo permane ancora oggi: il giorno di San Bartolomeo (24 agosto) viene celebrata la messa, ma è nel giorno dedicato a San Terenziano (San Ransiàn in dialetto, il 3 settembre) che si svolge la festa popolare più laica, quella con i frisceu per capirci. La grande tela che si trova all’interno della chiesa ritrae comunque entrambi i santi insieme a San Rocco, Santa Lucia e Santa Apollonia. La presenza di San Terenziano a Marzano è interessante ed è solo una tra le molte località dell’Appennino dove San Terenziano persiste, talvolta da un millennio. Significativo che le date siano così ravvicinate e a pochi giorni di distanza dal 29 agosto in cui ricorre la Madonna della Provvidenza / Madonna della Guardia.

La facciata della chiesa oggi

L’atto di fondazione della cappella fu rogato nel 1648 assegnando una dote di 15 lire annue su terreni vincolati: 10 lire per 8 messe l’anno e 5 lire per riparazioni.

Nel 1677 fu costituito un censo di 44 soldi su terra l. d. Canivella e un altro censo di 24 soldi.

Nel 1694 fu rinnovato lo strumento di dotazione della chiesa, autorizzando i massari a riscuotere la somma dalle 27 famiglie, tra cui 5 Guano, 6 Fascia, 2 Pregola, 12 Costa. Vediamo che almeno tre di questi cognomi rimangono tuttora tra quelli caratteristici di Marzano, pur con una differenza di grafia.

Nella visita pastorale del 28 agosto 1707 si parla di un oratorio campestre intitolato a San Terenziano martire e si descrive lo stato lacunoso delle suppellettili. Nello stesso anno, G. Casazza lasciava una terra detta Fasolai del valore di mezza Genovina.

Nel 1775 fu concesso di benedire il nuovo altare (che molto probabilmente è quello attuale), purché avesse le misure prescritte.

Nel 1850 fu dato in locazione per 6 anni un terreno con due castagni e un cerro, detta fascia della chiesa, e un altro terreno detto dell’orto, per 50 lire.

Il pavimento in graniglia alla veneziana porta la data del 1862 e il nome di Giacomo Costa.

Nel 1887 viene consentita la costruzione di una nuova casa addossata al coro (esistente ancora oggi), che quindi rende impossibili successivi ampliamenti dell’edificio.

Nel 1896 viene restaurata dentro e fuori, e provveduta di volta a botte. Nel 1897 viene rinfrescata la facciata e nuovamente nel 1927.


I lavori di restauro più recenti sono di circa 20 anni fa.

Pillole di storia marzanina
La chiesa di San Bartolomeo · Marzano 200 anni fa · La peste a Marzano nel 1656-1657

Archeologia nel Mediterraneo e colonialismo: seconda puntata

Questo articolo è stato scritto nel 2012 ed è rimasto in bozze per 8 anni. Mi pare ancora degno di vedere la luce del sole e lo pubblico tale quale con qualche aggiornamento ai link.

Riprendendo il discorso iniziato qualche tempo fa su archeologia italiana e colonialismo, metto sul piatto altri appunti.

Il primo punto importante, che ho dato per scontato in precedenza, è che tutto questo ragionamento si applica a quel particolare sottoinsieme dell’archeologia rappresentato dalla ricerca universitaria o accademica in genere, l’unica che in modo sistematico si dedica alla ricerca sul campo all’estero.

Non penso che ci siano davvero parametri per giudicare se un ricercatore o un gruppo di ricerca siano colonialisti o meno. I problemi di cui ho parlato sono dei temi di riflessione, che conducono il discorso nell’ambito della questione colonialista e fanno diventare una gomena il filo che nessuno può negare ci leghi al colonialismo con la F maiuscola. Sul rapporto tra colonialismo e fascismo di ieri nell’Italia di oggi ci sono spunti in più di un punto di questa intervista a Wu Ming 2. Incluso un riferimento alla rivista Interventions: international journal of postcolonial studies, purtroppo costosissima.

Avere una pratica colonialista facendo archeologia a volte è semplicemente un fatto. Non essere colonialisti facendo archeologia nel Mediterraneo è difficile, secondo me. Avere una teoria colonialista è una cosa diversa.

Io penso che nel ventunesimo secolo la parola chiave sia strumentalità: ovvero intendere un luogo, con il suo patrimonio archeologico, semplicemente come uno strumento (indispensabile) per condurre la propria ricerca e per accrescere il proprio prestigio accademico. È evidente che questo concetto non è limitato alle ricerche svolte all’estero, e già questo mi sembra un elemento molto importante, perché apre la strada ad una riflessione sul “colonialismo dietro casa”, sugli archeologi che arrivano da fuori a imporre la loro agenda ad una comunità, a una società.

Va considerato il punto importante dei finanziamenti per la ricerca. In Italia una parte importante della ricerca all’estero è finanziata dal Ministero degli Esteri (il quadro è ben documentato sul sito web del Ministero). Di questo tema ho avuto modo di parlare con Andrew Bevan alcuni mesi fa. Il confronto con le esperienze straniere ‒ in modo particolare di ex (?) potenze coloniali ‒ è importante ma per qualche motivo mi voglio soffermare sull’Italia e sugli italiani.

Il discorso sulla ricerca dell’esotico è molto complesso, e probabilmente va nella direzione di una riflessione più profonda sull’identità. Ma identità personale e identità politica si incontrano sempre, anche quando non vorremmo.

E non dimentichiamo infine di pensare anche all’Italia colonizzata. Non credo esista un elenco di tutte le missioni di ricerca archeologica straniere in Italia. Ma certamente sarebbe interessante averlo, e sarebbe molto lungo. Non solo si scava e si cammina per l’Italia, ma si organizzano anche incontri di alto profilo (e non da ieri).

Reproducible science per archeologi

Il 20 febbraio 2019, a Padova, tengo un workshop su Reproducible science per archeologi dentro il convegno FOSS4G-IT 2019. Avete tempo fino a mercoledì 13 febbraio per iscrivervi.

Cosa facciamo

Questo workshop guida i partecipanti nella creazione di una analisi di dati archeologici, secondo i canoni della reproducible science sempre più diffusi a livello internazionale e trasversale.

Utilizzando software di elaborazione ben noti come il linguaggio R e l’ambiente di programmazione RStudio, partiremo da alcuni dataset e affronteremo i vari passaggi analitici che vengono trasposti sotto forma di codice: è una procedura pensata per rendere esplicito il processo di ricerca con i suoi meccanismi di tentativi ed errori, secondo il principio della ripetibilità sperimentale.

I partecipanti potranno intervenire attivamente con me nella definizione del percorso e del prodotto finale del workshop, esplorando le pratiche più attuali della open science archeologica diffuse a livello internazionale.

Ci colleghiamo ad altri workshop svolti negli anni scorsi negli USA da Ben Marwick e Matt Harris.

Come iscriversi

Vi potete registrare fino al 13 febbraio 2019 su questa pagina http://foss4g-it2019.gfoss.it/registrazione

Per l’iscrizione è richiesto un pagamento di 10 € che vanno a coprire i costi organizzativi dell’evento – non serve a pagare il sottoscritto.

Letture e riferimenti

Per partecipare servirà avere installato R, RStudio e se possibile anche Git:

Di seguito qualche link a letture utili per prepararsi al workshop:

Usare SIGECweb su macOS o GNU/Linux

SIGECweb è la piattaforma del Sistema informativo generale del catalogo accessibile via web.

AGGIORNAMENTO 8 MAGGIO 2020: con il rilascio della versione di SIGECweb 2.1.0,   Il SIGECweb è ora compatibile con tutti i browser, quindi per il suo corretto utilizzo NON dovrà più essere utilizzata l’apposita versione (45.02) del browser Mozilla Firefox.

Tramite SIGECweb tutti gli utenti abilitati (sia interni al Ministero, sia esterni) possono accedere al patrimonio informativo delle schede di catalogo per effettuare nuove catalogazioni, digitalizzazioni delle schede cartacee esistenti o campagne di revisione delle schede già inserite in banca dati, nonché ricerche estese. Si tratta di uno strumento fondamentale per la tutela del patrimonio culturale italiano.

Da alcuni anni, per una serie di problemi tecnici, SIGECweb è accessibile solo tramite una specifica versione del browser Firefox, la 45, che l’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD) mette a disposizione tramite il proprio sito. In pratica questa versione personalizzata non sostituisce il browser esistente ma viene installata esclusivamente per l’uso del SIGECweb.

Il file di installazione fornito è disponibile solo per sistemi Windows, e una volta installato crea un nuovo profilo utente separato da quello principale (non troveremo la cronologia dei siti visitati, le password salvate, i segnalibri, le opzioni etc).

Se abbiamo esigenza di usare SIGECweb da macOS o GNU/Linux, è possibile comunque seguire attentamente i suggerimenti riportati nell’articolo Install an older version of Firefox e scaricare la stessa versione 45 per il nostro sistema operativo dall’archivio ufficiale di Mozilla:

La versione per GNU/Linux è direttamente funzionante una volta estratti i file dall’archivio compresso. È tuttavia necessario creare un diverso profilo utente, analogamente alla versione predisposta da ICCD. In questo profilo utente sarà anche salvata l’opzione di disattivare gli aggiornamenti, che dobbiamo limitare al solo Firefox per SIGECweb.

Il modo più semplice per creare il nuovo profilo utente è eseguire Firefox dal terminale dalla directory dove è stato scaricato:

» ./firefox -P
Schermata dell’archivio con la versione 45.9.0 di Firefox
La finestra di selezione del profilo utente. Da qui, solo la prima volta, dobbiamo creare il nuovo profilo SIGECweb e deselezionare la voce “Utilizza il profilo selezionato senza chiedere all’avvio”.

Una volta creato il profilo utente dedicato, è necessario disattivare gli aggiornamenti automatici, che purtroppo non possiamo installare. Visto che è importantissimo mantenere aggiornata la versione di uso generale, l’uso di due profili separati ci permette di limitare questa disattivazione alla versione “parallela” dedicata a SIGECweb.

Adesso siamo pronti per continuare a usare il normale Firefox (debitamente aggiornato alla versione più recente!) per tutte le nostre attività, riservando la versione 45 a SIGECweb.

Chiudiamo tutte le finestre di Firefox, e poi apriamo nuovamente la versione normale. A questo punto comparirà nuovamente la finestra di selezione del profilo: possiamo riattivare l’utilizzo del profilo utente default senza chiedere all’avvio della versione Firefox normale, mentre useremo il profilo “SIGECweb” in modo dedicato avviando dal terminale.

Ripristinare il profilo di default per la versione aggiornata di Firefox.

Sempre dalla directory dove è stata scaricata la versione 45, possiamo usare questo comando:

» ./firefox -P SIGECweb --no-remote

L’opzione -P indica quale profilo caricare (senza far comparire la finestra di scelta) mentre l’opzione --no-remote permette di eseguire in parallelo entrambe le versioni di Firefox senza che quella dedicata a SIGECweb prenda il sopravvento.

Ora possiamo dedicarci alla catalogazione di beni culturali anche se il nostro sistema operativo non è Windows.

IOSACal on the web: quick calibration of radiocarbon dates


The IOSA Radiocarbon Calibration Library (IOSACal) is an open source calibration software. IOSACal is meant to be used from the command line and installation, while straightforward for GNU/Linux users, is certainly not as easy as common desktop apps. To overcome this inconvenience, I dedicated some efforts to develop a version that is immediately usable.

The IOSACal web app is online at https://iosacal.herokuapp.com/.

This is a demo service, so it runs on the free tier of the commercial Heroku platform and it may take some time to load the first time you visit the website. It is updated to run with the latest version of the software (at this time, IOSACal 0.4.1, released in May).

Since it may be interesting to try the app even if you don’t have a radiocarbon date at hand, at the click of a button you can randomly pick one from the open data Mediterranean Radiocarbon dates database, and the form will be filled for you.

The random date picker in action
The random date picker in action

Unfortunately, at this time it is not possible to calibrate or plot multiple dates in the web interface (but the command-line program is perfectly capable of that).

IOSACal Web is made with Flask and the Bootstrap framework, and the app itself is of course open source.

IOSACal is written in the Python programming language and is based on Numpy, Scipy and Matplotlib. This work wouldn’t be possible without the availability of such high quality programming libraries.

IOSACal 0.4

IOSACal is an open source program for calibration of radiocarbon dates.

A few days ago I released version 0.4, that can be installed from PyPI or from source. The documentation and website is at http://c14.iosa.it/ as usual. You will need to have Python 3 already installed.

The main highlight of this release are the new classes for summed probability distributions (SPD) and paleodemography, contributed by Mario Gutiérrez-Roig as part of his work for the PALEODEM project at IPHES.

A bug affecting calibrated date ranges extending to the present was corrected.

On the technical side the most notable changes are the following:

  • requires NumPy 1.14, SciPy 1.1 and Matplotlib 2.2
  • removed dependencies on obsolete functions
  • improved the command line interface

You can cite IOSACal in your work with the DOI https://doi.org/10.5281/zenodo.630455. This helps the author and contributors to get some recognition for creating and maintaining this software free for everyone.

Numbering boxes of archaeological items, barcodes and storage management

Last week a tweet from the always brilliant Jolene Smith inspired me to write down my thughts and ideas about numbering boxes of archaeological finds. For me, this includes also thinking about the physical labelling, and barcodes.

The question Jolene asks is: should I use sequential or random numbering? To which many answered: use sequential numbering, because it bears significance and can help detecting problems like missing items, duplicates, etc. Furthermore, if the number of items you need to number is small (say, a few thousands), sequential numbering is much more readable than a random sequence. Like many other archaeologists faced with managing boxes of items, I have chosen to use sequential numbering in the past. With 200 boxes and counting, labels were easily generated and each box had an associated web page listing the content, with a QR code providing a handy link from the physical label to the digital record. This numbering system was put in place during 3 years of fieldwork in Gortyna and I can say that I learned a few things in the process. The most important thing is that it’s very rare to start from scratch with the correct approach: boxes were labeled with a description of their content for 10 years before I adopted the numbering system pictured here. This sometimes resulted in absurdly long labels, easily at risk of being damaged, difficult to search since no digital recording was made. I decided a numbering system was needed because it was difficult to look for specific items, after I had digitised all labels with their position in the storage building (this often implied the need to number shelves, corridors, etc.). The next logical thing was therefore to decouple the labels from the content listing ‒ any digital tool was good here, even a spreadsheet. Decoupling box number from description of content allowed to manage the not-so-rare case of items moved from one box to another (after conservation, or because a single stratigraphic context was excavated in multiple steps, or because a fragile item needs more space …), and the other frequent case of data that is augmented progressively (at first, you put finds from stratigraphic unit 324 in it, then you add 4.5 kg of Byzantine amphorae, 78 sherds of cooking jars, etc.). Since we already had a wiki as our knowledge base, it made sense to use that, creating a page for each box and linking from the page of the stratigraphic unit or that of the single item to the box page (this is done with Semantic MediaWiki, but it doesn’t matter). Having a URL for each box I could put a QR code on labels: the updated information about the box content was in one place (the wiki) and could be reached either via QR code or by manually looking up the box number. I don’t remember the details of my reasoning at the time, but I’m happy I didn’t choose to store the description directly inside the QR code ‒ so that scanning the barcode would immediately show a textual description instead of redirecting to the wiki ‒ because that would require changing the QR code on each update (highly impractical), and still leave the information unsearchable. All this is properly documented and nothing is left implicit. Sometimes you will need to use larger boxes, or smaller ones, or have some items so big that they can’t be stored inside any container: you can still treat all of these cases as conceptual boxes, number and label them, give them URLs.

QR codes used for boxes of archaeological items in Gortyna

There are limitations in the numbering/labelling system described above. The worst limitation is that in the same building (sometimes on the same shelf) there are boxes from other excavation projects that don’t follow this system at all, and either have a separate numbering sequence or no numbering at all, hence the “namespacing” of labels with the GQB prefix, so that the box is effectively called GQB 138 and not 138. I think an efficient numbering system would be one that is applied at least to the scale of one storage building, but why stop there?

Turning back to the initial question, what kind of numbering should we use? When I started working at the Soprintendenza in Liguria, I was faced with the result of no less than 70 years of work, first in Ventimiglia and then in Genoa. In Ventimiglia, each excavation area got its “namespace” (like T for the Roman theater) and then a sequential numbering of finds (leading to items identified as T56789) but a single continuous sequential sequence for the numbering of boxes in the main storage building. A second, newer building was unfortunately assigned a separate sequence starting again from 1 (and insufficient namespacing). In Genoa, I found almost no numbering at all, despite (or perhaps, because of) the huge number of unrelated excavations that contributed to a massive amount of boxes. Across the region, there are some 50 other buildings, large and small, with boxes that should be recorded and accounted for by the Soprintendenza (especially since most archaeological finds are State property in Italy). Some buildings have a numbering sequence, most have paper registries and nothing else. A sequential numbering sequence seems transparent (and allows some neat tricks like the German tanks problem), since you could potentially have an ordered list and look up each number manually, which you can’t do easily with a random number. You also get the impression of being able to track gaps in a sequence (yes, I do look for gaps in numeric sequences all the time), thus spotting any missing item. Unfortunately, I have been bitten too many times by sequential numbers that turned out to have horrible bis suffixes, or that were only applied to “standard” boxes leaving out oversized items.

On the other hand, the advantages of random numbering seem to increase linearly with the number of separate facilities ‒ I could replace random with non-transparent to better explain the concept. A good way to look at the problem is perhaps to ask whether numbering boxes is done as part of a bookkeeping activity that has its roots in paper registries, or it is functional to the logistics of managing cultural heritage items in a modern and efficient way.

Logistics. Do FedEx, UPS, Amazon employees care what number sequence they use to track items? Does the cashier at the supermarket care whether the EAN barcode on your shopping items is sequential? I don’t know, but I do know that they have a very efficient system in place, in which human operators are never required to actually read numerical IDs (but humans are still capable of checking whether the number on the screen is the same as the one printed on the label). There are many types of barcode used to track items, both 1D and 2D, all with their pros and cons. I also know of some successful experiments with RFID for archaeological storage boxes (in the beautiful depots at Ostia, for example), that can record numbers up to 38 digits.

Based on all the reflections of the past years, my idea for a region- or state-wide numbering+labeling system is as follows (in RFC-style wording):

  1. it MUST use a barcode as the primary means of reading the numerical ID from the box label
  2. the label MUST contain both the barcode and the barcode content as human-readable text
  3. it SHOULD use a random numeric sequence
  4. it MUST use a fixed-length string of numbers
  5. it MUST avoid the use of any suffixes like a, b, bis

In practice, I would like to use UUID4 together with a barcode.

A UUID4 looks like this: 1b08bcde-830f-4afd-bdef-18ba918a1b32. It is the UUID version of a random number, it can be generated rather easily, works well with barcodes and has a collision probability that is compatible with the scale I’m concerned with ‒ incidentally I think it’s lower than the probability of human error in assigning a number or writing it down with a pencil or a keyboard. The label will contain the UUID string as text, and the barcode. There will be no explicit URL in the barcode, and any direct link to a data management system will be handled by the same application used to read the barcode (that is, a mobile app with an embedded barcode reader). The data management system will use UUID as part of the URL associated with each box. You can prepare labels beforehand and apply them to boxes afterwards, recording all the UUIDs as you attach the labels to the boxes. It doesn’t sound straightforward, but in practice it is.

And since we’re deep down the rabbit hole, why stop at the boxes? Let’s recall some of the issues that I described non-linearly above:

  1. the content of boxes is not immutable: one day item X is in box Y, the next day it gets moved to box Z
  2. the location of boxes is not immutable: one day box Y is in room A of building B, the next day it gets moved to room C of building D
  3. both #1 and #2 can and will occur in bulk, not only as discrete events

The same UUIDs can be applied in both directions in order to describe the location of each item in a large bottom-up tree structure (add as many levels as you see fit, such as shelf rows and columns):

item X → box Y → shelf Z → room A → building B

or:

b68e3e61-e0e7-45eb-882d-d98b4c28ff31 → 3ef5237e-f837-4266-9d85-e08d0a9f4751
3ef5237e-f837-4266-9d85-e08d0a9f4751 → 77372e8c-936f-42cf-ac95-beafb84de0a4
77372e8c-936f-42cf-ac95-beafb84de0a4 → e895f660-3ddf-49dd-90ca-e390e5e8d41c
e895f660-3ddf-49dd-90ca-e390e5e8d41c → 9507dc46-8569-43f0-b194-42601eb0b323

Now imagine adding a second item W to the same box: since the data for item Y was complete, one just needs to fill one container relationship:

b67a3427-b5ef-4f79-b837-34adf389834f → 3ef5237e-f837-4266-9d85-e08d0a9f4751

and since we would have already built our hypothetical data management system, this data is filled into the system just by scanning two barcodes on a mobile device that will sync as soon as a connection is available. Moving one box to another shelf is again a single operation, despite many items actually moved, because the leaves and branches of the data tree are naïve and only know about their parents and children, but know nothing about grandparents and siblings.

There are a few more technical details about data structures needed to have a decent proof of concept, but I already wrote down too many words that are tangential to the initial question of how to number boxes.

La fine dell’archeologia in Italia

L’archeologia italiana è finita. C’è chi dice che non è vero e c’è chi non se n’è ancora accorto, ma molti elementi puntano in questa direzione e si stanno verificando tutti in un tempo brevissimo. Provo a farvi una panoramica, se mi riesce.

1. La riforma del MiBACT

Per chi non lo sapesse ancora, con DPCM 171/2014 il MiBACT ha avviato una riforma che ogni tanto viene ripresa, a cui viene aggiunto un altro capitolo, come una specie di romanzo che non ha mai fine. Dopo l’accorpamento delle soprintendenze storico-artistiche e architettonico-paesaggistiche adesso è il turno di quelle archeologiche. Non importa che tutta la struttura periferica del ministero sia paralizzata da un anno proprio per mettere in atto la prima fase di questa riforma, con il passaggio di beni e competenze ai nuovi poli museale e agli sbandierati musei autonomi. Non importa che le grandi inefficienze nella gestione attuale siano da imputare ai continui cambiamenti a cui la macchina già lenta del ministero è sottoposta.

Adesso, con avallo e sostegno di personalità come Giuliano Volpe, si riparte con una nuova puntata della riforma, prima ancora di aver minimamente concluso il ciclo precedente. Stupisce la ferocia da storyteller con cui si dipinge la beltà tutta verbale e teorica di questi nuovi assetti da venire, che tradisce una profonda ignoranza dello stato effettivo delle cose. E a sentire Volpe, pare non sia nemmeno finita e che ci debba essere ancora una fase 3 in cui, udite udite, si avvierà una integrazione tra università (a proposito di istituzioni moribonde) e MiBACT. Io mi domando se e come chi è rimasto miracolosamente a galla dopo un decennio abbondante di sfascio del sistema universitario schiacciato da riforme su riforme pensa che sia questo il modo per migliorare l’efficienza dell’apparato che deve tutelare il patrimonio culturale italiano. Domanda retorica. Io sono miope, mi mancano 5 diottrie, che ci volete fare.

Qualunque sia l’assetto sulla carta che questa riforma vuole dare al ministero, di fatto l’unico risultato effettivo e già ben visibile è la sua totale paralisi ed inefficacia, in tempi di efficientissimo silenzio-assenso. Non diamo il beneficio del dubbio ad un governo che ha dimostrato di avere a cuore solo gli interessi di pochi, e pensiamo ‒ con il rassoio di Occam in mano ‒ che sia pienamente raggiunto l’obiettivo di eliminare un fastidioso ostacolo alle attività economiche tipiche del rilancio post-crisi come edilizia, gli scempi paesaggistici, etc. e non a caso altri ostacoli hanno subito sorte anche peggiore in questi stessi giorni (abolito il Corpo Forestale dello Stato).

Temo che a poco servano gli strali quotidiani di Tomaso Montanari, che ha sostituito Salvatore Settis nel ruolo di Grillo parlante. È un gioco delle parti che al massimo rassicura quei pochi che ancora si preoccupano di questi problemi di non essere soli, e di aver assolto la pratica dell’indignazione tramite la lettura sulle pagine di un quotidiano.

2. L’abolizione dell’archeologia preventiva

L’archeologia però dà veramente fastidio a Matteo Renzi. Infatti, come voci bene informate dicevano da un paio di mesi, nelle ultime bozze della nuova versione del Codice degli Appalti gli artt. 95 e 96 sulla “archeologia preventiva” sono completamente scomparsi. Fonti di alto livello del MiBACT confermano questa versione dei fatti, lasciando un minuscolo spiraglio per la possibile inclusione della stessa norma nel Codice dei BBCC. Ma vedete al punto sopra per immaginare con quale efficacia potrà essere attuata l’archeologia preventiva fuori dai cardini del sistema più ampio dei lavori pubblici (lasciamo perdere le opere private, eh). Siamo in pieno spregio alla Convenzione della Valletta, che pure con una tipica operazione renziana di fumo negli occhi era stata ratificata a 23 anni di distanza dal Parlamento italiano (altre operazioni di fumo negli occhi: unioni civili, Freedom of Information Act … per creduloni di ogni ordine e grado).

Ovviamente questa riforma avviene al di fuori del MiBACT, e quindi conferma che la scure sull’archeologia è un unico disegno più ampio, di cui il ministero è solo spettatore passivo (la riforma è stata d’altra parte scritta dal prof. Lorenzo Casini).

Vedremo nei prossimi anni chi sarà tanto ingenuo da voler intraprendere studi archeologici all’università. Ormai è passata la stagione delle iscrizioni facili e ben pochi atenei hanno le carte per attrarre studenti verso le materie umanistiche in generale, figuriamoci verso una professione fallita in partenza. Una volta ridotti all’osso gli iscritti ai corsi universitari di archeologia vedremo chi sarà ancora così soddisfatto del nuovo assetto e delle nuove libertà di ricerca concesse agli atenei se è vero che anche gli articoli 88 e 89 del Codice cadranno sotto la scure della riforma.

3 . La fine delle piccole cose

Qualche giorno fa è stata diffusa la notizia del taglio dei fondi del MiBACT a FastiOnline, un progetto unico nel suo genere di raccolta e condivisione dei dati sugli scavi archeologici in molti paesi, che aveva avuto uno slancio particolarmente bello con l’obbligo per tutti i concessionari di scavo di contribuire ad aggiornare la banca dati. Ma dimensione internazionale, open data, trasparenza e standardizzazione sono tutte voci assenti dal nuovo corso dell’archeologia italiana e magari qualche concessionario di scavo sarà contento di non dover più rendere conto delle proprie goffe performance sul campo. Nelle nuove, bellissime soprintendenze uniche su base interprovinciale si farà una tutela di puro cabotaggio burocratico, entro confini ancora più ristretti dei precedenti (perché, lo sappiamo benissimo, l’archeologia italiana di Stato non brilla né per ecumenismo né per ampiezza di vedute).

Qualche settimana fa tutte queste notizie mi sembravano già gravi sintomi, e non ho avuto il tempo di scrivere tutto in un unico foglio, su cui mostrarvi come unire i puntini. Le voci di corridoio si confermano sempre, e Matteo Renzi ci ha abituati a svolgere i suoi obiettivi con efficienza inumana. A breve quindi le nuove soprintendenze uniche, ancora in pieno marasma riorganizzativo, saranno trasferite sotto i nuovi uffici territoriali dello Stato, per garantire la loro totale servitù nei confronti della politica, in uno dei paesi più intrisi di corruzione e malaffare.

Rimane solo una soddisfazione: il riconoscimento che l’archeologia ha un ruolo veramente straordinario nella società, trasformativo dei rapporti di potere e di accesso al paesaggio, e questo ruolo dà fastidio a chi vuole mantenere lo status quo a proprio vantaggio. Di questo possiamo essere orgogliosi e continuare come possiamo a infastidire il popolo italiano presentandogli i frammenti del suo passato.

Immagine di copertina: Woodcut illustration of Cassandra’s prophecy of the fall of Troy (at left) and her death (at right) – Penn Provenance Project by kladcat [CC BY 2.0], via Wikimedia Commons

L’etimologia di Genova

Perché Genova si chiama così? Dipende dall’epoca in cui fate questa domanda.

Oggi il calendario segna 2015 quindi lasciamo perdere la (interessante ma ben nota) paretimologia medievale di Ianua e quella molto meno interessante che rimanda al termine greco xenos. Parliamo dell’etimologia “vera” di Genua, attestata per la prima volta in un cippo miliario dell’anno 148 a.C. (CIL I¹ 540 = CIL V 8045).

L’ipotesi principale è che genua sia un termine indoeuropeo, che significherebbe “bocca” (*genaua), riferito alla foce del fiume ‒ il Bisagno. La tesi è stata formalizzata da Xavier Delamarre che nota nel suo Noms de lieux celtiques de l’Europe ancienne. Dictionnaire (p. 13, nota 5; traduzione mia):

Per limitarsi alla toponomastica, è notevole che l’antico nome di Genova, Genua, porto ligure per antonomasia, abbia una costruzione precisamente simile a quello della gallica Ginevra, Genava, entrambi esito di *Genoṷā, derivazione in -ā di un tema *genu- che indica la bocca in celtico (irlandese gin bocca, gallese gên ‘mascella’), e quindi per estensione ‘l’imboccatura’. Ora, se la derivazione semantica bocca → imboccatura, porto è banale e universale (latino ōsōstium, tedesco MundMündung, finlandese suu ‘bocca’ → (joen)suu, etc), è in celtico e solo in celtico che il tema indoeuropeo *ǵénu- / *ǵonu- che inizialmente indica la mascella o le guance (latino genae, gotico kinnus, sanscrito hanu-, etc.) è passato per metonimia a designare la bocca. Il nome «ligure» del porto di Genua è pertanto costruito su un tema la cui semantica è specificamente celtica.

Tra gli archeologi Delamarre ha trovato un primo forte sostegno da parte di Filippo Maria Gambari. La validità di questa ipotesi è slegata dalla attribuzione della lingua ligure preromana alla famiglia indoeuropea o al substrato pre-indoeuropeo, proprio perché il nome è attestato solo in epoca così tarda, e quindi potrebbe essere una acquisizione linguistica dalla lingua celtica in una situazione ‒ attestata anche archeologicamente ‒ di commistione celto-ligure. Le scoperte archeologiche dell’ultimo decennio nella zona della foce del Bisagno rafforzano questa ipotesi e indeboliscono molto la precedente ipotesi, sempre di ambito indoeuropeo, che indicava una possibile radice *genu– “ginocchio”, riferita ad un altra caratteristica geografica di Genova: l’insenatura del porto.

È interessante come in entrambe le ipotesi sia stata data per acquisita la coincidenza dell’etimologia di Genova con quella di Ginevra (registrata per la prima volta come Genaua nel De Bello Gallico), come indicato ad esempio sul Wikeriadur Brezhoneg (wikizionario bretone). Il bretone (con alcune lingue affini) e il gallese sono di fatto le uniche lingue che permettono di indicare questa parola come celtica, creando quindi un possibile legame etimologico. In effetti nel Catholicon breton (1464), la più antica testimonianza scritta di questo termine è indicata come guenou (mentre nel bretone contemporaneo il lemma è genoù), quindi il termine antico è più difforme dalla forma “celtica” rispetto a quello contemporaneo. In gallese genau indica “mouth, lips; estuary, entrance to a valley, pass, mouth (of sack, cave, bottle, &c.), hole; fig. saying, speech.” (Geiriadur Prifysgol Cymru). Sia il gallese sia il bretone sono considerate lingue celtiche “insulari”, cioè parzialmente distinte dalle lingue celtiche parlate sul continente (a maggior ragione in Liguria) e ora estinte.

L’archeologa Piera Melli, accettando questa ipotesi, sostiene nel suo recente volume Genova dalle origini all’anno Mille che potrebbe anche essere avvenuta una “etruschizzazione” del nome, in cui sarebbe stato sostanzialmente preso a modello il nome di  kainua (Marzabotto) e di altri nomi di città etrusche come mantua e padua. Tuttavia questa forma etrusca del nome di Genova non è attestata, e rimane una suggestione legata alla relativa abbondanza di iscrizioni in alfabeto etrusco rinvenute a Genova.

Genova nacque alla foce del Bisagno, ma era solo l’inizio.

Interlude pages for my PhD thesis (with sketch drawings!)

Who said PhD theses have to be boring texts with horrible typography?

Even if my thesis is far from being ready for discussion, I can’t help some diversion from the actual writing. Today I put together this experiment for an interlude page: imagine you’re skimming through dozens of pages and suddenly your eyes catch something different: a short sentence at font size 36, coupled with a rough sketch drawing of a Byzantine cooking pot, or the interior of a cellar where a young girl is walking to bring wine to the table.

Challenging myself to hand-drawingThe drawings are mine ‒ pencil on pieces of recycle paper with minor passages of digital editing and vectorisation. You may like them but they’re not sketchy for an artistic choice, that’s just the best I am able to do with my bare hands. Some practice might help, I am told.

The text is typeset in the Brill font, that is only free for personal use, but I like it and I wanted to experiment. Alegreya, Linux Libertine, Source Serif all look good on that page, too. I think it needs a serif font.

Does this bring more value to the surrounding pages? I’m not sure, to be honest. It could be said that they distract from the actual content, that is supposed to be of academic value, and that this kind of page layout is best left for architecture and design magazines. However, not everyone is going to read your PhD thesis from cover to cover, and a bit of typographic color here and there will not hurt.