Stefano Costa

There's more than potsherds out here

Faccio l’archeologo e vivo a Genova

  • Gortina di Creta nel IV e nel VII secolo d.C.

    Lunedì 11 e mercoledì 13 aprile 2011 si sono svolti a Padova e a Siena due seminari su Gortina di Creta nel IV e nel VII secolo d.C., nell’ambito delle rispettive scuole di dottorato in archeologia. Gli incontri erano aperti agli studenti ma hanno avuto come scopo principale quello di agevolare la presentazione dei risultati più recenti delle ricerche in corso e la discussione dei temi più rilevanti per l’agenda della ricerca a Gortina.

    Questi due seminari facevano seguito a quello del 2009 sullo studio della ceramica tenuto a Milano, e dovrebbero essere seguiti nell’autunno 2011 da un seminario sull’VIII secolo, a Bologna.

    Il IV secolo (de ruptura)

    A Padova le presentazioni hanno trattato il teatro del Pythion e l’area antistante (successivamente occupata dal quartiere bizantino), oltre ad una panoramica più ampia sull’area del Pretorio e del complesso santuariale del Pythion tra età tardo-ellenistica e tardoantica.

    Il punto più importante, che emerge con chiarezza dalle tre aree di scavo qui presentate, è che già dall’inizio del IV secolo si hanno chiari segni di abbandono del complesso santuariale del Pythion (tempio, teatro, stadio) che occupa l’intera area monumentale antica (in pratica, quella oggetto di studio della Scuola Archeologica Italiana). Il terremoto del 365 d.C. andò quindi a colpire un insieme di edifici già in corso di degrado, riutilizzati per stabulazione di animali (questa non deve essere necessariamente intesa come una attività “povera” ‒ in particolare per quanto riguarda i cavalli uccisi dal crollo del teatro) e recupero di materiale da costruzione.

    Il VII secolo (de continuitate)

    A Siena abbiamo trattato il VII secolo, che è il tradizionale momento di “rottura” nelle periodizzazioni della vita della città, in particolare in virtù del sisma dell’anno 670 d.C., che avrebbe posto bruscamente fine ad una precedente situazione di relativo ordine urbano. Di fatto, sono invece ormai molti gli indizi che invece fanno intuire una prosecuzione della forma urbana, almeno in alcune aree della città, legate al potere religioso o civile. La necessità di affinare gli strumenti di analisi e datazione per il periodo tardo è stata sottolineata, pur con la difficoltà legata ad un panorama mediterraneo completamente cambiato: assenza di ceramiche sigillate, volume del traffico in anfore drasticamente ridotto, tendenza dei centri urbani ad una progressiva autarchia basata sul proprio territorio (in alcuni casi, senza successo sul lungo termine come a Gortina).

  • Two short science-fiction stories from the early 20th century

    Today I spent 1 hour reading two science-fiction short stories from the early 20th century:

    The first one is really surprising: to me, it is a very early example of dystopian science fiction, only two years later than Jack London’s The Iron Heel, referred to as the first of this genre (next on my reading list, obviously). The story is set in a distant future that has many features in common with our present, and it’s not easy to accept that Forster would imagine a world in which

    There was the cold-bath button. There was the button that produced literature. And there were of course the buttons by which she communicated with her friends. The room, though it contained nothing, was in touch with all that she cared for in the world.

    All this and more thanks to the Machine, a man-made world-wide mechanism that is slowly becoming a divinity, in a world where religion has been banned. There’s a shadow of the totalitarian regimes that were to come in the 20th century, and it has reminded me of diverse things like 1984, Fahrenheit 451 and 12 Monkeys. And I cannot help seeing the shadow of our world wide machine, that keeps us in our rooms, with no need to go out for communicating with our friends.

    Still, if I was to name one step of the entire human technical evolution that is absolutely superior to any other, it’s certainly long-distance communication.

    The second story is a horror science-fiction, much alike some stories by H. P. Lovecraft such as The Color Out of Space (1927). In fact, both England’s and Lovecraft’s works were published on the Amazing Stories science fiction magazine. The Thing from—”Outside” is quite short, and may not be the best example of this genre, and however I like to know not only the masterpieces, but also the minor works that certainly helped shaping the readers’ taste of that period.

    And what is so good about these works is that they’re all in the public domain and gentle people out there have transcribed the texts in digital format on Wikisource or other public archives.

  • Ossessione, identità, stratigrafia

    L’archeologia ha/è l’ossessione del tempo che scorre. Vedere il passato, il susseguirsi dei fatti, guardando nel presente oggetti immobili, inutilizzati.

    L’archeologia ha a che fare con l’identità, l’identificarsi in qualcun altro, in un altro tempo-luogo, facendolo temporaneamente, lucidamente e in maniera ripetitiva. L’archeologia è teatro.

    La strati-grafia va intesa come tutte le altre -grafie artistiche e creative: una forma di composizione con sue regole ma intimamente bisognosa di un atto creativo: strati- è lo strumento utilizzato per la -grafia.

  • Caccia al tesoro di Certaldo – 2011

    Il 19 giugno 2011 sono tornato a Certaldo per la mia seconda caccia al tesoro fantasy-medievale. Non avendo compagni di squadra in numero sufficiente, io e Alex ci siamo prestati come personaggi, nella fattispecie due ladruncoli che avrebbero dovuto distogliere i partecipanti più ingenui dagli obiettivi principali della loro missione …

    Cioschi ha scattato qualche bella foto del duo Stecus & Carabius:

    Caccia al tesoro a Certaldo

    Caccia al tesoro a Certaldo

    Ma ce ne sono moltissime, di tutti i personaggi e di molti partecipanti, sul blog Tuttoleo.

  • Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm

    Questo libro era un regalo per mio fratello, grande amante dell’epica di Tolkien e non solo. Qualche settimana fa, in uno dei rari periodi di permanenza ligure che riesco a concedermi, l’ho trovato sul comodino. Avevo già iniziato a sfogliarlo varie volte, ma senza mai iniziare la lettura dei testi veri e propri.

    Ebbene, avendo letto molto di Tolkien (sicuramente tutto quello che è stato tradotto in italiano più vari testi in inglese), anche se sono passati diversi anni dalla mia prima infatuazione per l’Ainulindalë, Fëanor e Bilbo Baggins, ho trovato al tempo stesso meraviglioso e coerente questo lavoro.

    Meraviglioso perché Tolkien porta qui alle estreme conseguenze quello che aveva iniziato con il Beowulf, dove la fine lettura e la conoscenza diretta della lingua e della letteratura lo porta non solo a identificare alcune parti spurie, ma al tempo stesso ad attribuire ad un autore cristiano il componimento dell’opera, evidenziando il carattere non occasionale con cui Beowulf è tratteggiato negativamente.

    Coerente, pertanto, perché (come spiegato esaustivamente da Wu Ming 4 nell’introduzione) è in linea con l’epica non contemporanea di un Tolkien che visse in prima persona la Grande Guerra, con il credente cattolico: diversi aspetti che rendono la critica alla figura dell’eroe un aspetto imprescindibile per capire anche le opere più note del poeta di Bloemfontein.

  • Barriere fluide tra sistemi di gestione della conoscenza in archeologia

    Il 3 febbraio 2011 ho partecipato al seminario “Lo scavo e il web 2.0. Percorsi/pratiche/riflessioni” organizzato presso il mio dipartimento a Siena da Marco Valenti ed Enrico Zanini. L’idea era quella di avere una serie di interventi lampo sul tema, affrontato dalle diverse prospettive che caratterizzano i gruppi di ricerca attivi nei diversi ambiti cronologici (in particolare tarda antichità e alto medioevo) e geografici (Toscana, Mediterraneo).

    Di fatto il risultato è stato un po’ diverso, un po’ più “convegno”, ma non sono comunque mancati gli spunti di riflessione.

    Io ho fatto un intervento di taglio molto riflessivo e autocritico (forse troppo?), la cui unica illustrazione era la seguente:

    Barriere fluide, uno schizzo a mano

    Di fatto il problema che mi sono posto e che ho condiviso con gli altri partecipanti era il seguente: già ad oggi non abbiamo le risorse per gestire “in casa” tutti i dati che produciamo, e ci affidiamo in modo crescente a servizi esterni per la gestione di video, immagini, discussioni, dati. Quanto dovrebbe essere sotto il nostro diretto controllo? Cosa può tranquillamente essere gestito tramite servizi gratuiti o a pagamento? Abbiamo riflettuto sul cloud computing e valutato la possibilità di farne uso? Abbiamo più bisogno di contenitori o di elaboratori?

    Credo che la cosa più importante non sia tanto scegliere, ma avere la concreta possibilità di scegliere in ogni momento il modo più consono alle nostre esigenze e risorse, con il minimo attrito nel passaggio da un sistema all’altro. Ecco quindi che il wiki, al di là di tutte le sue carenze (di fatto, una sola: non essere un database relazionale), ha il grande vantaggio di essere già in rete, e di essere quindi naturalmente predisposto ai collegamenti da e verso l’esterno. La carenza più significativa che individuo in questa fase è semmai il fatto che i nostri wiki sono chiusi (per una serie di ragioni, alcune valide, altre superabili) e quindi viene meno la possibilità di usare i motori di ricerca, di linkare i contenuti dall’esterno, e così via.

    Il video con il mio intervento e una parte della discussione successiva si trova qui, grazie al Mediacenter di Archeologia Medievale.

    Voi, come usate il web 2.0 e quali barriere date all’informazione?

  • Legacy archaeological data and storage devices

    I found a CD and a floppy disk inside one of the lockers in our laboratory:

    Legacy archaeological data and storage devices

    They are from 8 years ago, and they contain data about the ceramic finds from the 2003 campaign in Gortyna. This looked like a very interesting finding, from two related points of view:

    1. legacy storage devices;
    2. legacy data formats.

    Storage devices

    Nowadays, only certain desktop PCs are equipped with a floppy disk reader, and normal laptops are missing it since 2004 at least. I verified that the content of the floppy disk and that of the optical disk were exactly the same. My colleague made a good choice then, when she decided to backup the content of the floppy disk to the CD-R. With the exception of netbooks and tablets, all computers have an optical drive for CDs and DVDs, and they are probably going to have one for a long time.

    On the other hand, optical disks are the least resistant medium for digital archiving. Good quality CDs have an average life of 10-15 years, if they are stored properly and never taken out of their case. This specific disk was manufactured by TDK, that’s a good quality manufacturer generally speaking. Magnetic disks (like 3.5″ floppy disks) can last much longer, if they are kept away from electromagnetic sources (e.g. a TV, radio, PC, electric cables in general). Magnetic tape is generally considered the most safe archival medium, but it’s not available to common users.

    Whatever storage medium is chosen, the true difference is actually made by the long-term archival strategy of your team or (better) institution. Having regular backups at secure and distant locations is perhaps easier nowadays with cloud providers like Dropbox and Ubuntu One, but a research institution should (must?) be able to define its own archival strategy under full control of its own staff. What I see in a lot of universities is instead a team-wise scale for long-term storage of digital archives, with a diversity of approaches. I’ve written elsewhere about existing general recommendations, and it’s no surprise that all of them are from the UK, Germany or the EU.

    Data formats

    As for storage devices, the issue of data formats is two-fold:

    • the digital formats in which information is stored;
    • the way information is structured.

    Digital formats are well known and usually associated with file extensions, such as .jpg for JPEG images, .odt for Open Document text files and so on. Open formats are better than proprietary, especially in the light of digital preservation. Some formats are nevertheless so widespread that it’s impossibile to to avoid them, if not for yourself from your colleagues. This is the case of Microsoft Office file formats.

    The data I found on the CD are in a Microsoft Excel spreadsheet (.xls extension). Apart from that, it’s just a table that could have been saved in any other format, including a plain-text comma-separated values file (.csv) or inside a relational database. With this I mean that one thing is the format in which data is translated into bits on a machine, and another thing is how information (or data, if you prefer) is structured inside a file or any other container, and also how much it is actually structured.

    Let’s take a look at this dataset then. As common in spreadsheets, there are three separate sheets:

    • drawings catalogue;
    • fabrics catalogue;
    • general catalogue of all diagnostic sherds.

    The third one is the main table and contains more than 660 entries from 59 contexts. It also has pointers to the two previous tables, so this should have been a relational database if it was done right. Or not. A relational database made in 2003 would have been either Microsoft Access or FileMaker (still two incredibily popular choices). In both cases, recovering data if you don’t own a copy of the software is almost impossible. Then? Hooray for relational databases in spreadsheets! In other words, always try to use formats that can be accessed by a variety of programs, and leave the logic of your data inside the data themselves instead of assuming that other people will be able to infer them by means of conventional knowledge.

    I was able to recover the entire archive and it’s now being integrated into our current documentation system.

  • Libri letti nell’anno duemiladieci

    Settembre-Dicembre

    Wu Ming
    Manituana. Iniziato a leggere diversi mesi prima a dire il vero. La parte londinese è un po’ noiosa (e i capitoli à la Arancia Meccanica abbastanza insostenibili). Diciamo che il confronto con Q non rende giustizia a un libro comunque gonfio di vita e morte. E come sempre in Wu Ming, si parla di noi. Di Elisa.
    H. P. Lovecraft
    Racconti dell’orrore 1927-1930, o meglio capolavori assoluti come Lo strano caso di Charles Dexter Ward, The Dunwich Horror, Il colore venuto dallo spazio. Prestato da Fede come il precedente.

    Agosto

    Fred Vargas e Baudoin I quattro fiumi
    Un fumetto su una nuova storia di Adamsberg ‒ veramente bello. Un regalo di Dora.

    Luglio

    Wu Ming
    Altai. La storia non è ai livelli di Q, alcuni passi sono scritti meno bene (a occhio l’impressione che ci siano troppi aggettivi), ma è comunque notevole. Una specie di Odissea, per dire.
    Luther Blissett
    Q. Era ora che lo leggessi. Regalato dai genitori di Elisa.

    Aprile-Giugno

    H. P. Lovecraft
    Racconti dell’orrore 1923-1926. È la prima volta che leggo Lovecraft e sono sbalordito dalla grandezza di molti racconti, dal linguaggio omerico e incalzante. Aggiungo che l’autentica manìa di Lovecraft per l’antico è quanto di più gradevole ci sia per un archeologo. Delizioso Sotto le piramidi, scritto con Houdinì. Prestato da Fede.

    Marzo

    Peter Brown, Povertà e leadership nel mondo tardoantico
    Come sempre interessante, anche in ottica strettamente archeologica (ovvero ignorando la direzione archeologia → storia della ricerca).

    Febbraio

    Remo Bodei, La vita delle cose
    Titolo accattivante, recensione positiva sul Tuttolibri, sembrava il libro ideale per agganciare riflessioni antropologiche alla mia ricerca di archeologo. E invece è una cagata pazzesca, a malapena si potrebbe intitolare “la storia del pensiero intellettuale e artistico-letterario occidentale sugli oggetti”. Ma a malapena, perché è di una banalità sconcertante, si rivolge ad un pubblico di élite che quasi sicuramente non esiste, non dice niente di nuovo e ripete male le cose vecchie. Non conosce l’archeologia. Da una persona che vuole insegnare una storia della vita delle cose è lecito aspettarsi che la conosca. Meno male che non l’ho comprato.

    Gennaio

    Norberto Bobbio, Autobiografia
    Passeggiavo per Torino e vedendo i cartelli di una mostra per il centenario della sua nascita mi è venuta voglia di leggere qualcosa. Il giorno dopo ho trovato questo libro in offerta. Ci ho trovato molte cose belle, e ho scoperto che anche lui teneva una lista di libri, e che ha insegnato all’Università di Siena prima della guerra, e conosceva Franco Fortini.
  • In volo

    Il cambiamento avviene ai margini, in periferia, ai confini. Non avere una identità definita, prescritta, è una condizione privilegiata. Non mi dispiace essere sempre a metà strada, sempre in discussione, mai precisamente pertinente.

    Sono anarchico. Vedo e sento i miei coetanei parlare sempre al passato, con il rimpianto di non avere qualcosa di scontato ad aspettarli: un lavoro, una famiglia. Non sento mai parlare di “quello che faremo”, “voglio fare così”, perché c’è sempre qualcun altro che ti dice cosa fare, come fare. Questo è il precariato. Parlare di politica è sempre lamentarsi, e mai proporre, pianificare, cambiare le cose. Come se la realtà fosse impossibile da manipolare e l’unica possibilità sia quella di allinearsi a qualche idea già fatta e pronta. Un partito, una petizione, e mai un sogno, un progetto.

    Non do niente per scontato. Non penso che sia ovvio e necessario che gli altri supportino quello che faccio, che sia degno di ricevere attenzione, denaro. Se mi chiedete cosa faccio, o perché lo faccio, non ho la risposta pronta, preconfezionata. Cerco sempre di capire a cosa serve.

    Penso che l’archeologia abbia molto a che fare con il teatro, con l’identità. Plasmiamo identità per chi non ha tempo di farsene una da sola. L’importante è capire quando si è sul palcoscenico. L’importante è non cadere dal palco.

  • Museo archeologico di Portoferraio

    Il museo civico archeologico di Portoferraio ospita reperti provenienti da tutta l’isola d’Elba e da alcuni relitti delle acque circostanti.

    Ceramica romana di età repubblicana nelle vetrine del museo

    Fortunatamente è stato possibile scattare fotografie all’interno, anche se naturalmente la qualità non è molto buona. Purtroppo non esiste un catalogo, anche se il materiale è in gran parte pubblicato.

    Scavando a Vignale, un sito di età romana di fronte all’isola d’Elba, la visita era in qualche modo un dovere. La collezione di ceramiche ellenistiche e romane è ampia: sono particolarmente interessanti i rinvenimenti subacquei e quelli degli scavi nelle villae maritimae dell’isola, come la villa delle Grotte.