Democrazia?

Silvia Ronchey una volta a lezione ci raccontò la sua scelta nel ’68: lei scelse di studiare. Indipendentemente da quello che lei scelse veramente e dalle sue ragioni, è stato meglio così. Il ’68 non ha rovesciato un regime, lo ha solo sostituito – operando a livello culturale quello che a livello politico è avvenuto con l’introduzione della democrazia.

La nostra democrazia, così come è scritta nella Costituzione, come ci viene (veniva?) insegnata a scuola, non esiste. Non esiste nella realtà, anzi. Si tratta di una fantastica forma di autorappresentazione della nostra società. Mi limito a parlare dell’Italia, pur con il sospetto che lo stesso sia vero anche altrove, e con la ragionata certezza di quanto questo sia vero per le varie “culle della democrazia” a partire dall’Atene del V secolo. L’autorappresentazione collettiva, i gruppi di potere (in misura variabile coscienti della sceneggiatura che governa il loro stesso agire) e la forma dello Stato hanno a che fare molto da vicino con la violenza, il suo monopolio, la tutela sacrale del potere in quanto potere in quanto forza razionale (oltre ogni altra ragione) di ordine sociale, di controllo (non necessariamente in senso negativo).

Il decreto salva-elezioni è una meravigliosa porta su questo mondo. Si sacrificano le regole formali in nome della necessità di “rappresentanza degli schieramenti”: la gente deve poter scegliere chi votare, altrimenti l’elezione è una farsa. Ma nessuno si lamenta invece dell’abolizione delle preferenze (“la gente deve poter scegliere chi votare”), perché evidentemente non si vota una persona, si vota invece uno schieramento, e si vota a priori, magari con l’impressione del “meno peggio”, “turandosi il naso”. Quindi, non democrazia, ma partitocrazia. I partiti sono indispensabili per lo svolgimento effettivo della vita politica, si dirà. Lo sono, perché condensano la necessità antropologica di identificazione del non-più-cittadino che vota il partito con la stessa parte del cervello che usa per tifare una squadra di calcio. Non lo sono certamente per lo svolgimento effettivo della democrazia, e solo un po’ per la sua rappresentazione teatrale.

Dietro questo decreto legge c’è un aspetto di brutale disumanità, di violenza annusata e ricacciata al buio. Condonare il mancato rispetto delle regole per evitare la carneficina, la protesta a mano armata. Era scontato dal momento stesso in cui è accaduto che tutte le liste escluse venissero riammesse. Non lo era invece la barbarie che ha reso necessario il metodo usato – in fondo il TAR poteva tranquillamente ammettere le liste senza una legge, la giustizia amministrativa non deve rendere conto a nessuno in Italia. Barbarie, violenza … ma che sto dicendo? Un passo indietro.

Il ritardo nella consegna delle liste, panini a parte, è ovviamente dovuto a lotte senza quartiere per l’inclusione in liste, listini e listelli che in ogni partito degno di questo nome si protraggono per mesi tra ricatti, svendite, accordi, prostituzione e minchiate. Succede a tutte le elezioni, questa non è speciale. Ogni nome aggiunto al listino, spostato in graduatoria, rimosso con sotterfugi, è il segnaposto di un piccolo o grande potentato. I poteri, tanti, tantissimi che in qualunque modo devono trovare la loro strada verso l’alto, sono impossibili da fermare e nulla può esser loro negato: chi si fa avanti pagando in contanti, chi in troie (evviva l’ottomarzo), chi in ricatti, chi in violenze, intimidazioni, voti, appalti, assunzioni, favori, amici, degli amici. Sono loro i barbari. Loro che non possono essere fermati da una banale regola burocratica, a cui non si può dire di no se non puntando una pistola alla tempia e l’altra alla minchia. Che però noi non possiamo farlo, forse nemmeno vogliamo, almeno per ora. Sono quei barbari che devono essere costantemente essere placati, e ogni tanto se ne colpisce uno per farne passare altri ventimilioni. Apparentemente è impossibile fermarne la corsa, e anche chi li cavalca prima o poi sarà disarcionato, comprato e venduto.

Potrei portare avanti la metafora barbarica, senza motivo né risultato: non siamo nel 410. E questi sono stronzi davvero, non solo morti di fame.

Pubblicato da

Stefano Costa

Archaeologist, I study the Late Antique and Early Medieval/Byzantine period on the northern side of the Mediterranean, focusing on pottery usage patterns. I'm also involved in open source and open knowledge communities, like OSGeo, the IOSA project and the Open Knowledge Foundation.

Rispondi