Open archaeology: otto anni di discussioni tra tecnica, metodologia e professione

For my non-Italian-speaking friends and readers: there is an older post in English, touching several of the topics discussed here.

Il 17 e 18 novembre ero a Paestum per il workshop “Il futuro dell’antico” organizzato dall’Associazione Nazionale Archeologi (ANA) che mi ha invitato a parlare di “Open archaeology”. I risvolti nel mondo professionale della cosiddetta (non da me) “rivoluzione” open mi interessano molto, in più non avevo mai partecipato alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (evento contenitore all’interno del quale si svolgeva il workshop) e tutto sommato mi mancava un viaggio agli estremi della logistica ferroviaria (sono passato sull’Albegna poche ore dopo la riapertura ‒ attraversando il disastro ancora nell’aria). Insomma, l’invito è stato veramente gradito.

XV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico - Paestum

Gli otto anni del titolo si contano a partire dal 2004. Il 2004 non è solo l’anno in cui prese vita IOSA, ma più in generale si avviò un processo di convergenza tra realtà fino a quel momento isolate che poi avrebbe condotto nel 2006 al primo workshop di Grosseto.

Con il senno di poi il mio intervento non è stato dei più comprensibili. Proverò qui a svolgere il tema in modo più articolato, riflettendo sui punti che ho affrontato.

Ho iniziato con una domanda che mi pongo da qualche tempo, riassunta così:

tecnologia + futuro = futuro migliore?

Forse è banale domandarselo. Forse è incoerente con il fatto che gran parte delle mie attività hanno a che fare con la tecnologia. Ma se guardo l’archeologia del 2012 e la confronto con quella del 2002 (c’ero già dentro… il tempo passa) o del 1992, sarei disonesto se volessi vedere un radicale miglioramento avvenuto grazie alla tecnologia:

  • maggiore precisione nelle misurazioni? Certamente sì, ma il rapporto costi/benefici non è stato opportunamente preso in considerazione;
  • maggiore quantità di dati raccolti? Certamente sì, ma i dati solo ora iniziano timidamente a circolare in rete, 20 anni dopo l’invenzione del web, mentre un report di scavo o un volume monografico sono immutati in forma, dimensione e fruibilità;
  • maggiore qualità dei dati raccolti? Non saprei;
  • migliore comunicazione al pubblico? In alcuni casi, una ristretta minoranza;
  • grandi scoperte grazie alla tecnologia? Nemmeno l’ombra;
  • cambiamenti di paradigma? rivoluzioni copernicane? Lasciamo perdere.

Questo non significa che dobbiamo rinunciare alla tecnologia o rifiutarla. Al contrario dobbiamo appropriarcene molto più di quanto abbiamo fatto finora, e liberarci della fascinazione che esercita. Ma andiamo con ordine.

Delicious, GeoCities e il software libero

Ho portato l’esempio dei social network come anello debole del nostro uso dei sistemi di informazione. I social network più diffusi (Facebook, Twitter, Google+ e tutti gli altri) sono al di fuori del nostro controllo. Inseriamo informazioni, aggiornamenti, foto in sistemi di cui non possediamo la chiave. Sono sistemi gratuiti: il prodotto non è il sito web usato da noi, bensì siamo noi il prodotto. Non è solo teoria catastrofista, purtroppo, come dimostrano la chiusura di GeoCities e di Delicious, tanto per fare alcuni esempi. A quando la chiusura di Facebook? Una persona qualunque può credere ingenuamente alla durata eterna di qualcosa. Un’archeologa, un archeologo no, per definizione.

Questo è importante per capire il ruolo del software libero: esistono sistemi distribuiti, cioè non centralizzati, che funzionano secondo gli stessi principi del Web. Questo blog utilizza un software (WordPress) che posso installare su altri server, anche se questo ha un costo superiore all’utilizzo di un sistema gratuito. In questa dicotomia tra “libero ma costoso” e “proprietario ma gratuito” spero si possa finalmente superare la grande confusione tra software open source e software gratuito che ancora permane.

Che sia in rete o installato sui nostri pc, il software proprietario ci priva del controllo sulle informazioni e sui dati. Ma perché siamo tanto attirati dalle novità tecnologiche?

Nuove tecnologie?

Il GIS (al singolare maschile), il 3D, le reti neurali, il laser scanning, il web semantico, i social network… tutti episodi nella grande saga delle nuove tecnologie per l’archeologia. 20 anni fa la tecnologia dell’informazione era molto meno pervasiva, l’archeologia era molto più accademica e quindi in qualche caso eravamo veramente all’avanguardia nell’adozione di nuove tecnologie. Oggi tutto è cambiato, e fa sorridere che qualcuno pensi ancora di essere innovativo perché applica, usa o sviluppa tecnologia. Peraltro un sottoinsieme della tecnologia, cioè la tecnologia dell’informazione. È ovunque, è un nervo della nostra società. Non è una scelta.

Ricollegandomi all’intervento precedente di Paolo Güll, posso dire che gli archeologi devono ancora perdere la loro innocenza nei rapporti con la tecnologia e l’informatica, ancora intrisi di feticismo, timore, ignoranza. L’archeologo facci l’archeologo, no l’informatico! sento la eco di questo disperato appello ancora pulsare parlando con tanti colleghi … e invece no, è importante capire se un sistema di gestione dei dati è appropriato o meno, e non è qualcosa che si possa decidere in poco tempo, senza pensarci, senza discuterne, senza comprendere (l’autore dell’appello rimarrà anonimo, che è meglio).

In più, mentre subiamo l’evangelizzazione dei profeti delle nuove tecnologie, possiamo fare innovazione usando vecchie tecnologie come il web per condividere dati archeologici. Potevamo farlo anche 20 anni fa, ma non ne siamo stati capaci. Di condivisione dei dati ha parlato più concretamente Gabriele Gattiglia prima di me illustrando il progetto MAPPA.

Open: cosa apriamo precisamente?

“A piece of content or data is open if anyone is free to use, reuse, and redistribute it — subject only, at most, to the requirement to attribute and/or share-alike.”

Open Definition

Nella Open Definition, si dice che un dato o un contenuto sono aperti se soddisfano certe condizioni. Dati. Contenuti.

Permission is hereby granted, free of charge, to any person obtaining a copy of this software and associated documentation files (the “Software”), to deal in the Software without restriction, including without limitation […]

MIT License

La licenza MIT è una delle più diffuse e comprensibili licenze di software libero. L’autore che la adotti per il proprio lavoro concede a chiunque, senza specificazione di provenienza, età, professione, autorizzazioni, il permesso di copiare, modificare, redistribuire il codice sorgente senza restrizioni né limitazioni. L’unica condizione è di citare l’autore.

Queste due definizioni sono importanti perché:

  1. spiegano senza mezzi termini che per essere “open” dobbiamo dare qualcosa agli altri ‒ se per esempio dico di avere un  “approccio open (source)” o una “filosofia open” non sto dando niente;
  2. spiegano che i destinatari non devono essere definiti a priori (es. gli archeologi in possesso di un certo titolo di studio), ma devono essere universali.

Un mea culpa è d’obbligo per aver contribuito alla diffusione di locuzioni (slogan?) come open archaeology senza il necessario sottotitolo: software e dati liberi. Ma purtroppo l’ambiguità della parola open è ben oltre i confini dell’archeologia e dilaga. Quello che vi chiedo è di non inventare nuovi significati di open dovunque sia coinvolta la tecnologia dell’informazione: il significato c’è, è chiaro, e contribuisce all’esistenza di cose come Wikipedia. Anche perché in caso contrario pongo una minaccia (amichevole ‒ si capisce): di perseguitare chi usa a sproposito la open archaeology pretendendo che la metta in atto veramente.

Sarei solo pedante con questo discorso (Vittorio Fronza lo avrebbe già battezzato pippone diversi paragrafi fa, a buon diritto) se non ci fosse ArcheoFOSS. Ma invece c’è. Dal 2006 abbiamo iniziato a incontrarci, raccogliendo intorno allo stesso tavolo archeologi, informatici, avvocati, economisti, studenti. All’inizio il tema era semplice e chiaro: Free software, open source e open format nei processi di ricerca archeologica (alla faccia degli acronimi). Però nel giro di due anni ci siamo trovati a parlare di:

  • diritto di accesso ai dati;
  • ostacoli alla circolazione delle informazioni in rete;
  • proprietà intellettuale degli archeologi a contratto

Questo è accaduto per due motivi. Il primo motivo è che queste tematiche sono lo svolgimento naturale dei principi del software libero (libertà di condivisione, riconoscimento della propria opera) nel contesto dell’archeologia italiana. Il secondo motivo, più grave e tuttora in cerca di una soluzione vera, è che non esiste in Italia un’altra occasione per affrontare questi temi ‒ affrontarli davvero, non parlarne e basta. Ritengo quindi fondata la necessità del legame tra software libero e dati liberi in questo contesto (Paolo Güll dopo mi ha detto che la pensa diversamente, ma intanto Metarc usa Mediawiki, FastiOnLine è software libero dalla testa ai piedi, così come MAPPA).

L’accesso alle banche dati è diventato fondamentale anche a livello economico dopo l’introduzione dell’archeologia preventiva, perciò qualunque professionista può capire che questa battaglia (se si può chiamare così) è un obiettivo comune. Con l’introduzione del software libero nella Pubblica Amministrazione la condivisione dei dati è oggettivamente più semplice. Per i liberi professionisti e le piccole imprese (di medie e grandi non ne vedo in archeologia) si pone anche un’altra questione economica: investire sulla formazione o sui costi di licenza? E ancora, rifacendomi all’esempio dei social network, che vale però per qualunque servizio web, esternalizzare o fare rete? Mi piacerebbe, a maggior ragione nell’ambito di un incontro organizzato dall’ANA, che queste problematiche non fossero relegate alle scelte dei singoli ma affrontate collettivamente, che si tenesse conto del percorso già fatto in questi anni.

Un esempio di “open” che mi piace

L’apertura delle banche dati e del libero accesso al patrimonio informativo sui beni culturali non riguarda solo gli archeologi. Nel suo intervento Tsao Cevoli ha messo bene in evidenza come un modello sano di partecipazione alla gestione del patrimonio debba includere anche i cittadini.

Nel 2012 per la prima volta si è tenuto in Italia il concorso fotografico Wiki Loves Monuments. Il concorso è stato possibile (anche) grazie ad un accordo tra Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Wikimedia Italia, che consentiva di fotografare liberamente i monumenti e siti archeologici che le soprintendenze segnalavano, con una particolare attenzione a quelli “minori” (con meno di 50.000 visitatori l’anno).

Anfiteatro di Capua – Nicola D’Orta – Il vincitore di Wiki Loves Monuments Italia 2012

Tutte le foto partecipanti al concorso sono state caricate su Wikimedia Commons con una licenza Creative Commons – Attribuzione – Condividi allo stesso modo (CC-BY-SA) che permette il riutilizzo senza limitazioni, a patto che si continuino a condividere i contenuti. A me questo sembra un grande esempio di “beni culturali open” in cui la rete serve a incentivare la partecipazione dei cittadini e la “appropriazione buona” dei beni culturali, con una eccezione temporanea ad una norma tra le più anacronistiche del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Tirando le somme…

Nel 2007 avevo invitato Tsao Cevoli, presidente dell’ANA, al secondo workshop sull’archeologia e il software libero (non si chiamava ancora ArcheoFOSS), per parlare di accesso ai dati. Già allora avevamo capito che il software era necessario ma non sufficiente. Già allora avevamo capito che era fondamentale uscire dalle aule universitarie e diffondere una maggiore consapevolezza sugli strumenti e le pratiche di creazione e gestione delle informazioni. Ci siamo un po’ persi per strada e nonostante la partecipazione di professionisti e soprintendenze sia diventata un elemento costitutivo di ArcheoFOSS c’è ancora molto lavoro da fare per rendere questa consapevolezza elementare (nel senso scolastico) e universalmente diffusa.

Il bello di questo workshop è stato ritrovare lo stesso spirito di partecipazione e critica che siamo riusciti a creare in ArcheoFOSS, in una atmosfera seria ma sanamente informale (nella quale ho potuto rivendicare il diritto al mugugno all’inizio del mio intervento) . È un modo per andare dritti al sodo, senza girare intorno ai problemi.

Ho concluso più o meno così:

Io non credo nella condivisione della conoscenza come costituzione di super-intelligenze, di banche dati in grado di rispondere a tutte le domande, la conoscenza si fa costruendo e assemblando le banche dati. Spero invece che la crescente diffusione di dati archeologici in rete possa dare ‒ per dirla con Wu Ming ‒ asce di guerra alle archeologhe e agli archeologi di domani.

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Appendice: standard e partecipazione

Sabato 17, durante la prima sessione del workshop, ho commentato l’intervento di Andrea D’Andrea sul web semantico, sottolineando che le ontologie CIDOC-CRM sono state create a tavolino da un gruppo ristretto di persone (per la gestione dei beni museali), ed è quindi difficile accettare che questi standard siano accettati da decine di migliaia di professionisti che se li vedono recapitare a scatola chiusa. È vero che CIDOC-CRM è uno standard ISO: tuttavia, mentre qualunque ingegnere impara che per certi aspetti del suo lavoro dovrà fare riferimento agli standard ISO di competenza, a nessun archeologo viene comunicata l’esistenza di questi standard, che rimangono dominio per pochi “scienziati dell’informazione” (cito D’Andrea) in grado di interagire con gli archeologi. Sono emersi anche problemi di ordine concettuale e filosofico, ma non li affronto qui. Mi è sembrato emblematico che D’Andrea stesso abbia definito “incomprensibili” alcuni dei principali concetti che tentava di esporre ‒ e che si continui a partire da concetti totalmente astratti (ontologie, modelli dati) senza riuscire ad entrare nel concreto e semplice svolgimento dei linked open data.

Ho fatto anche un incauto parallelo con lo sviluppo delle schede ICCD negli anni ’80 (a cui è seguita una opportuna correzione di Giuseppina Manca di Mores, che comunque mi è sembrata rafforzare il punto del mio discorso sull’importanza della partecipazione). L’importanza di standard costruiti tramite processi partecipativi è ritornata anche nelle discussioni di domenica e credo possa essere un punto di partenza per iniziare a confrontarsi con gli standard tecnici che già esistono in modo critico e iterativo (l’iteratività dei processi creativi mi piace molto ‒ ma ne parliamo un’altra volta), puntando alle buone pratiche.

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Stefano Costa

Archaeologist, I study the Late Antique and Early Medieval/Byzantine period on the northern side of the Mediterranean, focusing on pottery usage patterns. I'm also involved in open source and open knowledge communities, like OSGeo, the IOSA project and the Open Knowledge Foundation.

4 thoughts on “Open archaeology: otto anni di discussioni tra tecnica, metodologia e professione”

  1. C’è chi è arrivato agli open data passando dall’open source, chi, come me, ha fatto il percorso inverso. La cosa importante, però, è che queste idee stanno portando un cambiamento nella mentalità delle archeologhe e degli archeologi, complice anche il rinnovamento generazionale che si è venuto a creare, dal basso, con l’immissione sul mercato del lavoro di tanti giovani professionisti. Oggi l’innovazione viene soprattutto da questa realtà e sempre meno dal mondo accademico. Parole come collaborazione, condivisione, pur con difficoltà si fanno largo con maggiore facilità perché archeologhe e archeologi uniti in associazioni, hanno capito che insieme si possono ottenere diritti e miglioramenti, cosa che il mondo accademico e ministeriale nella sua cronica divisione fatica a recepire (si tratta di tendenze, che a me pare di vedere, ma sono consapevole che esistono innovazione e collaborazione anche nelle realtà istituzionali e conservatorismo nelle associazione professionali). La battaglia per gli open data è quindi soprattutto una battaglia culturale, non tecnologica.
    E trovo assurdo parlare di archeologia digitale: non si parla di medicina digitale, solo perché la TAC è informatizzata, la tecnologia digitale è ovunque, la utilizziamo in continuazione, dobbiamo essere solo professionalmente consapevoli degli strumenti a nostra disposizione. La cultura umanistica che ci offre molti vantaggi, in questo caso rappresenta un limite.

  2. Caro Stefano il nostro è un paese provinciale. Se gli scienziati dell’informazione digitale in Archeologia restano all’open source è molto probabile che restino minoritari all’interno di un mondo che fortunatamente avanza senza il prefisso open. Dovremmo una volta per tutti decidere cosa sia informatica applicata, informatica digitale, archeoinformatica.
    A me non interessa il tipo di software impiegato. Io più umilmente m riferisco ai metodi, quelli archeologici confrontati e (mi si passi il termine) ibridati dal confronto con una disciplina che si base sulla informazione. Noi produciamo informazioni. Come codificarle, gestirle, renderle veramente disponibili? Io mi occupo di questo e come rendere realmente disponibili e quindi interoperabili archivi e dati (grezzi o lavorati o semi-lavorati).
    Quindi la polemica sul CIDOC-CRM mi sembra strumentale.
    Ma forse potresti vedere ciò che ha fatto il British Museum oppure cosa sia stato sviluppato in altri progetti come CLAROS che sono basati su CIDOC-CRM e che implementano motori di ricerca in linguaggio naturale (o semi) Cosa quindi io abbia detto di incomprensibile sul CIDOC-CRM…non so…Forse per educazione avresti potuto chiedere una mia precisazione, non certo farmi passare per stravagante e un pò “ignorante”. Ma le questioni di stile possiamo tenerle a parte. Altra cosa è la legittima critica scientifica quando documentata e basata su approcci contrapposti. Io non vedo in giro altre ontologie per i Beni Archeologici.
    Che poi il CIDOC sia sconosciuto credo sia frutto della tuo orizzonte molto particolare. Oggi entra di diritto in Europeana che per chiunque voglia andare verso l’orizzonte dei LOD e dei dati aperti resta una esperienza importante. Non certamente una esperienza definitiva e tutta positiva, ma una esperienza che ha coinvolto alcune centinaia di istituzioni culturali europee. Il CIDOC è un namespace dell’RDF dello schema EDM e molte proprietà e classi sono state allineati. In più Europeana si muove, a passi lentissimi (per la verità) verso un modello ad eventi, abbandonando l’impostazione iniziale ad oggetti. Il MIBAC ha prodotto il mapping di PICO su EDM e ora si accinge predisporre un mapping su CIDOC-CRM (progetto nel quale non sono coinvolto, ma che da il segno dell’importanza dello schema oltre il mio “ristrettissimo” orizzonte. Basterebbe guardare alle esperienze dell’ADS per rendersi conto che forse il CIDOC-CRM con tutte le sue ambiguità è un punto fermo anche per quelle istituzioni alle quali tu guardi con particolare (e condiviso) interesse
    Continuare ad accelerare su software open source e dati aperti a mio avviso non considera del tutto (o per niente) la realtà che è fatta di mentalità, di cultura, di esperienza e di interessi e a volte anche di umiltà.

  3. Caro Andrea, mi fa piacere che la discussione prosegua a distanza. Mi dispiace che tu veda una polemica strumentale nella mia posizione e una detrazione nei tuoi confronti. Nell’appendice ho semplicemente cercato di riassumere il “botta e risposta” che si è svolto in pubblico a Paestum, dal mio punto di vista. Significativamente ho intitolato quell’appendice “Standard e partecipazione” e credo che questo spieghi abbastanza bene la distanza delle nostre posizioni. Tu fai un ragionamento che potrei chiamare “disciplinare” in cui l’archeologia viene messa in dialogo con la scienza dell’informazione. Io sto cercando di guardare agli archeologi e al modo in cui si relazionano, si impadroniscono o subiscono il mondo digitale, e sinceramente credo che il web semantico sia allo stato attuale fuori dalla portata della maggioranza degli archeologi. Il fatto che CIDOC CRM sia adottato dal British Museum, che il profilo PICO sia stato tradotto in CIDOC CRM, che Europeana vada in quella direzione mi sembrano tutti significativi guardando al futuro, ma non vedo ancora come questo futuro si svolge nella pratica quotidiana. Gli archeologi producono informazioni (mi piace pensare che “produciamo” qualcosa di più, ma è un altro discorso), ma perché deve essere necessario il traduttore per passare da una scheda RA al web semantico? E quali sono le URI delle nostre schede US?

    Giustamente chiedi: quale ontologia alternativa a CIDOC CRM? A me la domanda sembra mal posta, perché dà per scontato che si debba usare una e una sola ontologia. Il progetto PELAGIOS ha messo bene in luce come la strategia più efficace per collegare vari dataset (inclusi quelli di CLAROS e del British Museum) non sia quella di appiattirli su un singolo modello dati, facendo invece l’unica cosa che si deve fare nel web (semantico): un link (e una ontologia leggera). La ricerca di una ottimizzazione precoce è la madre di tutte le sventure e ad esempio in alcuni progetti ho iniziato ad usare l’ontologia ArchVocab, molto semplice e facile da capire anche per una persona dall’orizzonte ristretto come me. ArchaeoML può far storcere il naso, ma comunque è usato per pubblicare gli archivi di 24 progetti di ricerca su OpenContext, anche in quel caso perché è più semplice da usare a vari livelli. Hai ripetuto tu stesso varie volte nel tuo intervento che i concetti del web semantico, specialmente nel modo in cui CIDOC CRM li sviluppa, siano difficili da capire per i non addetti ai lavori (ça va sans dire che questo non rende il tuo intervento incomprensibile). Ovviamente come sai è facilissimo mappare i dati su altre ontologie, quindi non vedo un problema nel “politeismo” e nel presentare ontologie più semplici per iniziare. Ontologie più semplici per me vuol dire che gli archeologi, quelle che scavano lungo il tracciato della BreBeMi, quelli che classificano ceramica ad impasto, quelle che fanno la stratigrafia degli elevati, possono appropriarsi di questo linguaggio invece che essere “manovalanza del sapere”. E per me questo è più importante dell’interoperabilità.

    Rigettare come fai tu gli open data mi sembra miope, perché se l’obiettivo è quello di poter fruire di tutte le informazioni esistenti, l’alternativa al “bazaar“ dei dati grezzi (ma grezzi veramente, non RDF) è che ogni dataset venga creato dall’inizio secondo precise specifiche. E cosa succede quando i miei dati non stanno dentro nessuno standard esistente? Oppure quando non ci sono le risorse per seguire uno standard? In più, e qui siamo davvero negli esercizi di stile, in che modo i dati potrebbero essere veramente disponibili senza essere open data? In altre parole, in che modo l’interoperabilità è un valore ma avere i dati a disposizione, da scaricare, usare, modificare non lo è? A me piacerebbe che ci fossero più archivi e dati “non interoperabili” ma comunque disponibili. Forse piacerebbe anche agli scienziati dell’informazione, per avere più materiale su cui lavorare.

    I dati per avere un elenco di tutte le unità stratigrafiche datate alla prima metà del V secolo a.C. esistono, da qualche parte. Ma non siamo ancora stati collettivamente in grado di fornire questo elenco. Di chi è la responsabilità?

  4. Parto dal penultimo capoverso. Dovrei avrei io rigettato gli open data? Ne abbiamo parlato insieme a Pisa (ma forse eri in videoconferenza e ti è sfuggito il mio intervento); in più ho pubblicato alcuni articoli nel 2012 su ECLAP 2012, VAST2012, etc. Ma anche togliendo gli articoli scritti (che mi rendo conto spesso pubblicati in luoghi diversi da quelli tradizionali) la mia storia parla per me. Quindi non capisco quale mia affermazioni recuperi per scrivere “Rigettare come fai tu gli open data mi sembra miope”…
    Forse dobbiamo provare a valorizzare ciò che unisce piuttosto che continuare a spaccare il pelo su diverse sensibilità.
    La mia critica è certamente di tipo disciplinare, ma solo perchè ha ricadute sul piano concreto della pratica archeologica. Altrimenti è vodoo. Il mio riferimento all’open riguardava l’open source (in gran parte autoreferenziale) che a mio avviso approfondisce il solco tra informatica e archeologia. D’altronde se togli la mia breve esperienza di insegnamento (a contratto) quanti strutturati archeologi insegnano archeologia e informatica? Per il resto contrattisti che insegnano DB, GIS nel migliore dei casi.
    Quindi nel complesso partiamo da una posizione minoritaria, molto minoritaria quasi identitaria.
    Allora lasciamo da parte i particolarismi e teniamoci al generale.
    Io non sono per il monoteismo. Semplicemente il gruppo del CIDOC-CRM ha avuto il merito da almeno 10 anni di portare la semantica in archeologia. Mi sono occupato di estensioni, mapping e allineamenti proprio per costruire una rete quanto più ampia possibile delle ontologie, intese come metodo per la formalizzazione della conoscenza. In un mondo dove la produzione delle informazioni archeologiche (le schede ministeriali) ricorda il fordismo di Charlie Chaplin forse un recupero del perchè della nostra professione può partire anche da una riconsiderazione della cd archeografia. Il tecnicismo dell’operatore archeologo spogliato di qualsiasi capacità critica mi fa paura (credo che faccia paura anche a te). In questo io ho visto un modo (un grimaldello) per cercare di riconquistare una pratica archeologica come metodo e non come strumento. Per questo non mi piace la contrapposizione tra standard e partecipazione come se l’una fosse diversa all’altra.
    Io però non voglio generare illusioni.
    Oggi schema.org finisce per essere anche per Europeana uno standard perchè dal Giugno del 2011 è stato adottato adottato da Bing, Google e Yahoo. Se vuoi essere sul mercato forse un pò di standardizzazione ci vuole, ma senza forzature. Lavorare su schemi astratti e/o fondazionali (tipo CIDOC-CRM come DOLCE o altro) può aiutare a mantenere il proprio approccio problematico ai dati senza perdere di vista l’interoperabilità e la visibilità (e quindi il riuso) dei dati. Ricordiamoci che nella lotta tra gli standard dei videoregistratori alla fine vinse quello adottato per la registrazione e la diffusione del porno. Altro che motivazioni nobili.
    Nello specifico devo ancora capire quanto i LOD siano un valore aggiunto per l’archeologia e non già uno scenario futuribile. Ciò però non vuol dire che io sia contro, bensi riflessivo. Per esserlo mi metto dal lato delle pratiche giornaliere delle cooperative, delle società e delle soprintendenze. In questo dobbiamo cumulare gli sforzi e non separarli.

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