4 pensieri riguardo “Open archaeology: otto anni di discussioni tra tecnica, metodologia e professione”

  1. C’è chi è arrivato agli open data passando dall’open source, chi, come me, ha fatto il percorso inverso. La cosa importante, però, è che queste idee stanno portando un cambiamento nella mentalità delle archeologhe e degli archeologi, complice anche il rinnovamento generazionale che si è venuto a creare, dal basso, con l’immissione sul mercato del lavoro di tanti giovani professionisti. Oggi l’innovazione viene soprattutto da questa realtà e sempre meno dal mondo accademico. Parole come collaborazione, condivisione, pur con difficoltà si fanno largo con maggiore facilità perché archeologhe e archeologi uniti in associazioni, hanno capito che insieme si possono ottenere diritti e miglioramenti, cosa che il mondo accademico e ministeriale nella sua cronica divisione fatica a recepire (si tratta di tendenze, che a me pare di vedere, ma sono consapevole che esistono innovazione e collaborazione anche nelle realtà istituzionali e conservatorismo nelle associazione professionali). La battaglia per gli open data è quindi soprattutto una battaglia culturale, non tecnologica.
    E trovo assurdo parlare di archeologia digitale: non si parla di medicina digitale, solo perché la TAC è informatizzata, la tecnologia digitale è ovunque, la utilizziamo in continuazione, dobbiamo essere solo professionalmente consapevoli degli strumenti a nostra disposizione. La cultura umanistica che ci offre molti vantaggi, in questo caso rappresenta un limite.

  2. Caro Stefano il nostro è un paese provinciale. Se gli scienziati dell’informazione digitale in Archeologia restano all’open source è molto probabile che restino minoritari all’interno di un mondo che fortunatamente avanza senza il prefisso open. Dovremmo una volta per tutti decidere cosa sia informatica applicata, informatica digitale, archeoinformatica.
    A me non interessa il tipo di software impiegato. Io più umilmente m riferisco ai metodi, quelli archeologici confrontati e (mi si passi il termine) ibridati dal confronto con una disciplina che si base sulla informazione. Noi produciamo informazioni. Come codificarle, gestirle, renderle veramente disponibili? Io mi occupo di questo e come rendere realmente disponibili e quindi interoperabili archivi e dati (grezzi o lavorati o semi-lavorati).
    Quindi la polemica sul CIDOC-CRM mi sembra strumentale.
    Ma forse potresti vedere ciò che ha fatto il British Museum oppure cosa sia stato sviluppato in altri progetti come CLAROS che sono basati su CIDOC-CRM e che implementano motori di ricerca in linguaggio naturale (o semi) Cosa quindi io abbia detto di incomprensibile sul CIDOC-CRM…non so…Forse per educazione avresti potuto chiedere una mia precisazione, non certo farmi passare per stravagante e un pò “ignorante”. Ma le questioni di stile possiamo tenerle a parte. Altra cosa è la legittima critica scientifica quando documentata e basata su approcci contrapposti. Io non vedo in giro altre ontologie per i Beni Archeologici.
    Che poi il CIDOC sia sconosciuto credo sia frutto della tuo orizzonte molto particolare. Oggi entra di diritto in Europeana che per chiunque voglia andare verso l’orizzonte dei LOD e dei dati aperti resta una esperienza importante. Non certamente una esperienza definitiva e tutta positiva, ma una esperienza che ha coinvolto alcune centinaia di istituzioni culturali europee. Il CIDOC è un namespace dell’RDF dello schema EDM e molte proprietà e classi sono state allineati. In più Europeana si muove, a passi lentissimi (per la verità) verso un modello ad eventi, abbandonando l’impostazione iniziale ad oggetti. Il MIBAC ha prodotto il mapping di PICO su EDM e ora si accinge predisporre un mapping su CIDOC-CRM (progetto nel quale non sono coinvolto, ma che da il segno dell’importanza dello schema oltre il mio “ristrettissimo” orizzonte. Basterebbe guardare alle esperienze dell’ADS per rendersi conto che forse il CIDOC-CRM con tutte le sue ambiguità è un punto fermo anche per quelle istituzioni alle quali tu guardi con particolare (e condiviso) interesse
    Continuare ad accelerare su software open source e dati aperti a mio avviso non considera del tutto (o per niente) la realtà che è fatta di mentalità, di cultura, di esperienza e di interessi e a volte anche di umiltà.

  3. Caro Andrea, mi fa piacere che la discussione prosegua a distanza. Mi dispiace che tu veda una polemica strumentale nella mia posizione e una detrazione nei tuoi confronti. Nell’appendice ho semplicemente cercato di riassumere il “botta e risposta” che si è svolto in pubblico a Paestum, dal mio punto di vista. Significativamente ho intitolato quell’appendice “Standard e partecipazione” e credo che questo spieghi abbastanza bene la distanza delle nostre posizioni. Tu fai un ragionamento che potrei chiamare “disciplinare” in cui l’archeologia viene messa in dialogo con la scienza dell’informazione. Io sto cercando di guardare agli archeologi e al modo in cui si relazionano, si impadroniscono o subiscono il mondo digitale, e sinceramente credo che il web semantico sia allo stato attuale fuori dalla portata della maggioranza degli archeologi. Il fatto che CIDOC CRM sia adottato dal British Museum, che il profilo PICO sia stato tradotto in CIDOC CRM, che Europeana vada in quella direzione mi sembrano tutti significativi guardando al futuro, ma non vedo ancora come questo futuro si svolge nella pratica quotidiana. Gli archeologi producono informazioni (mi piace pensare che “produciamo” qualcosa di più, ma è un altro discorso), ma perché deve essere necessario il traduttore per passare da una scheda RA al web semantico? E quali sono le URI delle nostre schede US?

    Giustamente chiedi: quale ontologia alternativa a CIDOC CRM? A me la domanda sembra mal posta, perché dà per scontato che si debba usare una e una sola ontologia. Il progetto PELAGIOS ha messo bene in luce come la strategia più efficace per collegare vari dataset (inclusi quelli di CLAROS e del British Museum) non sia quella di appiattirli su un singolo modello dati, facendo invece l’unica cosa che si deve fare nel web (semantico): un link (e una ontologia leggera). La ricerca di una ottimizzazione precoce è la madre di tutte le sventure e ad esempio in alcuni progetti ho iniziato ad usare l’ontologia ArchVocab, molto semplice e facile da capire anche per una persona dall’orizzonte ristretto come me. ArchaeoML può far storcere il naso, ma comunque è usato per pubblicare gli archivi di 24 progetti di ricerca su OpenContext, anche in quel caso perché è più semplice da usare a vari livelli. Hai ripetuto tu stesso varie volte nel tuo intervento che i concetti del web semantico, specialmente nel modo in cui CIDOC CRM li sviluppa, siano difficili da capire per i non addetti ai lavori (ça va sans dire che questo non rende il tuo intervento incomprensibile). Ovviamente come sai è facilissimo mappare i dati su altre ontologie, quindi non vedo un problema nel “politeismo” e nel presentare ontologie più semplici per iniziare. Ontologie più semplici per me vuol dire che gli archeologi, quelle che scavano lungo il tracciato della BreBeMi, quelli che classificano ceramica ad impasto, quelle che fanno la stratigrafia degli elevati, possono appropriarsi di questo linguaggio invece che essere “manovalanza del sapere”. E per me questo è più importante dell’interoperabilità.

    Rigettare come fai tu gli open data mi sembra miope, perché se l’obiettivo è quello di poter fruire di tutte le informazioni esistenti, l’alternativa al “bazaar“ dei dati grezzi (ma grezzi veramente, non RDF) è che ogni dataset venga creato dall’inizio secondo precise specifiche. E cosa succede quando i miei dati non stanno dentro nessuno standard esistente? Oppure quando non ci sono le risorse per seguire uno standard? In più, e qui siamo davvero negli esercizi di stile, in che modo i dati potrebbero essere veramente disponibili senza essere open data? In altre parole, in che modo l’interoperabilità è un valore ma avere i dati a disposizione, da scaricare, usare, modificare non lo è? A me piacerebbe che ci fossero più archivi e dati “non interoperabili” ma comunque disponibili. Forse piacerebbe anche agli scienziati dell’informazione, per avere più materiale su cui lavorare.

    I dati per avere un elenco di tutte le unità stratigrafiche datate alla prima metà del V secolo a.C. esistono, da qualche parte. Ma non siamo ancora stati collettivamente in grado di fornire questo elenco. Di chi è la responsabilità?

  4. Parto dal penultimo capoverso. Dovrei avrei io rigettato gli open data? Ne abbiamo parlato insieme a Pisa (ma forse eri in videoconferenza e ti è sfuggito il mio intervento); in più ho pubblicato alcuni articoli nel 2012 su ECLAP 2012, VAST2012, etc. Ma anche togliendo gli articoli scritti (che mi rendo conto spesso pubblicati in luoghi diversi da quelli tradizionali) la mia storia parla per me. Quindi non capisco quale mia affermazioni recuperi per scrivere “Rigettare come fai tu gli open data mi sembra miope”…
    Forse dobbiamo provare a valorizzare ciò che unisce piuttosto che continuare a spaccare il pelo su diverse sensibilità.
    La mia critica è certamente di tipo disciplinare, ma solo perchè ha ricadute sul piano concreto della pratica archeologica. Altrimenti è vodoo. Il mio riferimento all’open riguardava l’open source (in gran parte autoreferenziale) che a mio avviso approfondisce il solco tra informatica e archeologia. D’altronde se togli la mia breve esperienza di insegnamento (a contratto) quanti strutturati archeologi insegnano archeologia e informatica? Per il resto contrattisti che insegnano DB, GIS nel migliore dei casi.
    Quindi nel complesso partiamo da una posizione minoritaria, molto minoritaria quasi identitaria.
    Allora lasciamo da parte i particolarismi e teniamoci al generale.
    Io non sono per il monoteismo. Semplicemente il gruppo del CIDOC-CRM ha avuto il merito da almeno 10 anni di portare la semantica in archeologia. Mi sono occupato di estensioni, mapping e allineamenti proprio per costruire una rete quanto più ampia possibile delle ontologie, intese come metodo per la formalizzazione della conoscenza. In un mondo dove la produzione delle informazioni archeologiche (le schede ministeriali) ricorda il fordismo di Charlie Chaplin forse un recupero del perchè della nostra professione può partire anche da una riconsiderazione della cd archeografia. Il tecnicismo dell’operatore archeologo spogliato di qualsiasi capacità critica mi fa paura (credo che faccia paura anche a te). In questo io ho visto un modo (un grimaldello) per cercare di riconquistare una pratica archeologica come metodo e non come strumento. Per questo non mi piace la contrapposizione tra standard e partecipazione come se l’una fosse diversa all’altra.
    Io però non voglio generare illusioni.
    Oggi schema.org finisce per essere anche per Europeana uno standard perchè dal Giugno del 2011 è stato adottato adottato da Bing, Google e Yahoo. Se vuoi essere sul mercato forse un pò di standardizzazione ci vuole, ma senza forzature. Lavorare su schemi astratti e/o fondazionali (tipo CIDOC-CRM come DOLCE o altro) può aiutare a mantenere il proprio approccio problematico ai dati senza perdere di vista l’interoperabilità e la visibilità (e quindi il riuso) dei dati. Ricordiamoci che nella lotta tra gli standard dei videoregistratori alla fine vinse quello adottato per la registrazione e la diffusione del porno. Altro che motivazioni nobili.
    Nello specifico devo ancora capire quanto i LOD siano un valore aggiunto per l’archeologia e non già uno scenario futuribile. Ciò però non vuol dire che io sia contro, bensi riflessivo. Per esserlo mi metto dal lato delle pratiche giornaliere delle cooperative, delle società e delle soprintendenze. In questo dobbiamo cumulare gli sforzi e non separarli.

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