DRM: buoni e cattivi

Il DRM è quell’insieme di tecnologie che impediscono di copiare liberamente un contenuto digitale: una traccia audio, un libro, un filmato. Il DRM serve a “bloccare la pirateria” ma in realtà non blocca proprio niente ed è solo una seccatura.

Di recente ho acquistato 3 libri digitali dalle seguenti case editrici:

Minimum Fax e Ultima Books non usano DRM. Il file EPUB che viene fornito dopo l’acquisto contiene il nome dell’acquirente per scoraggiarne la diffusione, ma è finita lì. Mettiamo il caso che volessi prestare il libro alla mia fidanzata, posso farlo tranquillamente, come farei con un libro normale. Inoltre, posso scaricare il file EPUB con il mio browser e trasferirlo sul lettore usando Calibre o semplicemente copiandolo nella memoria. Con qualunque sistema operativo, per capirci, incluso quello che uso io cioè Debian.

Mondadori usa DRM. Dopo l’acquisto posso scaricare un file .acsm che andrà caricato in uno specifico programma (Adobe Digital Editions), ovviamente disponibile solo per certi sistemi operativi. E a quel punto sempre di certi sistemi operativi avrei bisogno per caricare il file sul mio lettore. Ma come dicevo prima il DRM è solo una seccatura e non blocca proprio niente: si rimuove facilmente e il file EPUB può essere tranquillamente copiato sul mio lettore. O me ne posso fare un backup, oppure prestarlo a qualcuno. Tutte cose che il DRM non mi permette di fare. La lista delle case editrici italiane che usano DRM è lunga (es. Adelphi, che pure ha in catalogo libri molto desiderabili) e non mi sembra un caso che le piccole case editrici ne stiano alla larga, visto che il DRM è un sistema di monopolio. Non spendiamo nemmeno un minuto su Amazon, dove al DRM si aggiunge anche un bel formato proprietario, tanto per rimanere in tema di monopoli.

Essere trattato da “pirata cattivo” dopo aver comprato qualcosa è talmente sgradevole che non ho nessuna intenzione di ripetere l’esperienza. È utopico pensare che tante altre persone scelgano di fare altrettanto, ma almeno è altrettanto utopico che si smetta di rimuovere il DRM dai libri.

La pietra scritta di Senarega

La pietra scritta di Senarega è un romanzo di Marcellino Dini, ambientato (principalmente) in Valbrevenna. Dini non è uno scrittore di mestiere, ma questo è il suo secondo libro ambientato nelle valli dell’Antola.

La narrazione ha inizio nel 551 a.C. e questo è forse il percorso più bello tra le varie storie che si intrecciano a cavallo tra passato remoto e presente: dare un nome, un volto ai Liguri che abitavano queste valli in epoca così remota è infantilmente affascinante, così come cercarvi l’eziologia toponomastica. È un peccato che i romanzi storici abbiano così paura di avventurarsi al di fuori dei confini cronologici sicuri di mondi e civiltà che tutti credono di conoscere (i Romani, per dire). Ma questo non è un romanzo storico.

L’intreccio sembra ispirarsi al Codice da Vinci (che non ho letto, poco male): c’è una reliquia strettamente legata a Gesù, un intrigo internazionale… però il bello è che, con un breve episodio parigino, tutto è ambientato tra Genova, Crocefieschi e la Valbrevenna. E tutto sommato, l’ambientazione regge alla trama movimentata.

Interessante, salvo occasionali momenti melensi, il personaggio dell’archeologa-super-esperta Mary Armanino, nella sua sfaccettatura di discendente di emigrati. Altrimenti è un po’ troppo “super” per essere credibile: bellissima, bravissima, al soldo di una organizzazione internazionale potentissima che mi ha ricordato per certi versi la SD-6 della serie tv Alias. Gli altri personaggi sono nella parte, ognuno al suo posto: i bravi sono bravi e i cattivi sono cattivi. Questo è un po’ noioso, in fin dei conti, specialmente alla fine, anche perché non si capisce (eticamente) per quale motivo Zevi che vuole tenere per sé la reliquia sarebbe più “buono” dei “cattivi” che la vogliono usare per i loro fini. Certo, c’è una dose di mistero che aleggia su di essa, c’è la segretezza assoluta resa indispensabile dal coinvolgimento di organizzazioni di altissimo livello…

La lettura è piacevole, ma ci sono qua e là delle cadute di stile abbastanza evidenti. L’insistenza sull’attrazione fisica di Marco per Mary è sinceramente eccessiva (i momenti di sfogo di questa attrazione sono un po’ da Harmony ma lasciamo passare..), ed è un po’ troppo dettagliata la descrizione fisica e psicologica che viene fatta di ogni personaggio (anche minore) alla sua prima apparizione.

Sotto molti aspetti mi piace pensare che questo libro si possa classificare come letteratura di serie D: dove la “d” sta per dilettante nel senso originale e positivo del termine, ovvero di qualcuno che trae diletto dalla scrittura, e che la affronta con passione. Rispetto alle serie A, B, C manca, a mio avviso, un lavoro di editing significativo che è caratteristico della produzione professionale.

La pietra scritta di Senarega è pubblicato da LiberoDiScrivere (sulla pagina della scheda si legge anche la prefazione scritta da … mio padre, e il primo capitolo).

Middlesex

Dopo almeno sei anni che lo vedevo girare sulle scrivanie e nelle borse degli amici, sono riuscito a leggere Middlesex di Jeffrey Eugenides, e a capire perché avrei dovuto leggerlo prima. Ma ogni libro arriva quando è il suo (e nostro) momento.

Se devo dare una colpa per questo ritardo, punterò il dito contro la copertina. Sì, sto parlando di te, Oscar Mondadori.

Jeffrey Eugenides - Middlesex

Perché Middlesex è bello. Una bella storia, scritta bene (da un premio Pulitzer, direte “bella scoperta”). Sono un occasionale divoratore di libri, ma non mi capita tanto spesso di leggere 602 pagine in meno di 12 ore. Eppure così ho fatto, complice un lunghissimo viaggio dall’aeroporto di Heraklion a Marzano ai primi di agosto. Forse essere in viaggio aiuta a far scorrere questa storia di tre generazioni che inizia nel 1922 in Asia Minore. Forse aiuta essere in Grecia, anche se in Middlesex si capisce a fondo la differenza tra stato e nazione (così difficile da concepire per un italiano).

La prima parte è forse quella che mi ha catturato di più, perché nonostante tutto conosco così poco del 1922, delle guerre e delle deportazioni e delle persone che le hanno vissute. Si potrebbe dire: non ti basta la storia d’Italia? Non potresti interessarti dell’Istria? Sì, potrei. Ma negli ultimi 7 anni è in Grecia che ho passato sempre più tempo, che ho imparato piano piano a conoscere i posti, a riconoscere le parole ascoltate per strada. A capire la differenza tra il prima e il dopo le deportazioni di massa. Atene è diventata una città, dopo il 1922, per dire.

Dopo ci sono storie che attraversano un secolo o quasi di storia americana, ma anche quella esce fuori poco alla volta. I genitori di Cal sono ancora degli immigrati, pur essendo nati a Detroit. Forse è proprio questo uno dei tratti distintivi della società statunitense raccontata da Eugenides, dove i personaggi sono gli immigrati, quelli che faticano a trovare un posto che sia il loro, che sono costretti a cambiare e a fare i conti con il cambiamento, fino all’ultimo. Come Cal.

Tutto il libro è incredibile per la (paranoica?) attenzione ai particolari, che però scorre tranquilla, senza momenti di assurdo dettaglio. Non c’è nessuna sospensione del giudizio lì a fare capolino, perché è tutto storicamente e umanamente autentico, forse anche perché Eugenides ha sempre un tratto fortemente autobiografico (questo ovviamente si scopre leggendo la sua biografia). Il mio metro di valutazione è labile: conosco poco e niente la letteratura contemporanea a stelle e strisce, se escludo letture comunque inorganiche di Paul Auster e altri scrittori. Poi uno scrittore che in 18 anni ha pubblicato 3 romanzi si lascia comunque apprezzare: mal che vada il tempo perso non è moltissimo. Accidenti alla copertina, sono appena in tempo per leggere il nuovo romanzo di Eugenides.

The Iron Heel

The Iron Heel è un romanzo di Jack London pubblicato nel 1908. Visto che Jack London è morto nel 1916, The Iron Heel, così come tutti gli altri suoi romanzi, è nel pubblico dominio. Ultimamente ho deciso di dedicare una parte delle mie letture ad opere di pubblico dominio: in effetti, moltissimi classici sono in questa condizione. Mi ero ripromesso di leggere questo romanzo qualche mese fa, dopo aver letto dei brevi racconti distopici di poco successivi a questo.

Ho letto il libro in digitale sul mio netbook. Non comodissimo, ma in fin dei conti la lettura scorre agevolmente.

Ovviamente in Italia di Jack London sono noti soprattutto i romanzi “avventurosi” ambientati nel Klondike, che facevano parte della letteratura d’infanzia standard ancora una ventina di anni fa (oggi, non lo so). Questo è un London molto diverso, per certi versi precursore di opere molto famose come 1984 e apertamente socialista. Ci sono elementi tradizionali come il rinvenimento di un manoscritto secoli dopo la sua stesura, anzi in questo caso è il manoscritto a costituire il corpo principale del romanzo, interrotto dalle note a volte lunghissime del narratore, che vive in un 27esimo secolo in cui il socialismo ha realizzato i suoi programmi, dopo quattro secoli di oppressione da parte dell’oligarchia capitalista, del tallone di ferro.

È davvero notevole il fatto che London scriva nella prima persona di Avis Everhard, cioè di una donna. Forse questo personaggio femminile non è riuscitissimo, nel senso che ha un percorso lineare che la porta in brevissimo tempo da essere una “figlia di papà” di inizio ‘900 a rappresentare il fulcro di una organizzazione internazionale socialista sotto copertura. Ma in fondo non è quello l’obiettivo: i personaggi di The Iron Heel sono quasi allegorie delle rispettive classi sociali che rappresentano, di traiettorie possibili e impossibili negli Stati Uniti d’America di cento anni fa.

La popolazione nera è ancora “gente dell’abisso”, se si esclude la fugace apparizione di Jackson nei primi capitoli del libro. La rivoluzione socialista richiede il sacrificio di migliaia e migliaia di persone: la tensione è sempre oltre il presente. Nel romanzo solo la prospettiva “aliena” di Meredith, uomo del futuro socialista, rende accettabile l’ingenuità degli uomini e delle donne del presente e la loro fede incrollabile.

Un discorso a parte merita la fine del romanzo. Anche qui (per quanto ne posso sapere io, almeno) London rompe gli schemi: da un lato sceglie uno stratagemma infantile per non allungare eccessivamente la storia, ed evitare di doversi dilungare dopo che gli eventi sono precipitati, perché tutto quello che succederà dopo la fine del manoscritto è già scritto, e all’oppressione succederà la rivoluzione. Dall’altro, ci vuole un bel coraggio (letterario) a lasciare una storia praticamente a metà.

The Iron Heel si scarica dal progetto Gutenberg, ed è anche nella collezione di audiolib(e)ri di LibriVox.

Wu Ming, 54

Ho letto 54.

È un piacere da leggere. Rispetto agli altri romanzi di Wu Ming (Q, Manituana e Altai) ha una profonda differenza. È ambientato poco tempo fa. Parla di cose che tutti dovremmo conoscere, molto meglio delle rivolte dei contadini tedeschi e degli irochesi e degli ebrei esuli dall’Europa del XVI secolo. Parla di ferite ancora aperte (l’arrivo della televisione in Italia, il trattamento ai “matti”, la Jugoslavia … ve la ricordate che esiste, lì dietro, vero?), roba che nel cencinquantesimo si potrebbe anche considerare importante. Gli italiani hanno un rapporto cattivo con la propria storia, le proprie storie. Non riescono a ricordare le brutte cose ‒ chissà quale è il rapporto causa-effetto con la carenza di mitopoiesi. La carenza di memoria, la carenza di immaginazione: due lati della stessa malattia. Non sapere come erano le cose, non riuscire a immaginare le cose in un modo diverso. Io non sono d’accordo con l’attualismo a tutti i costi dell’antifascismo, o nel voler chiamare i propri nemici “fascisti” a tutti i costi, anche quando sono un’altra cosa. Fascisti suona sbagliato perché è troppo confortante per tutti quelli che sono sicuri di non esserlo. I nomi sono importanti.

Ah, poi, c’è anche altro nel libro, ma sono io fissato con le storie. E ci sono tante belle storie, intrecciate in modo scoppiettante (ed è questo scoppiettamento a tenerle insieme, a creare quella sospensione del giudizio necessaria prima di aprire un romanzo, prima di sederti al cinema). C’è tanto cinema dentro 54 e non solo nelle parti ovvie ‒ e credo che questa sia stata una caratteristica di Wu Ming che negli anni a venire si è un po’ persa (ma magari sto dicendo una idiozia).

L’ultima differenza importante è che questo è il primo libro di Wu Ming che leggo dopo l’incontro, avvenuto a Siena qualche tempo fa, grazie agli amici di Lavoro Culturale. L’incontro è stato interessante, per me soprattutto sul versante letterario, e ha lasciato un bello strascico su Giap.

Two short science-fiction stories from the early 20th century

Today I spent 1 hour reading two science-fiction short stories from the early 20th century:

The first one is really surprising: to me, it is a very early example of dystopian science fiction, only two years later than Jack London’s The Iron Heel, referred to as the first of this genre (next on my reading list, obviously). The story is set in a distant future that has many features in common with our present, and it’s not easy to accept that Forster would imagine a world in which

There was the cold-bath button. There was the button that produced literature. And there were of course the buttons by which she communicated with her friends. The room, though it contained nothing, was in touch with all that she cared for in the world.

All this and more thanks to the Machine, a man-made world-wide mechanism that is slowly becoming a divinity, in a world where religion has been banned. There’s a shadow of the totalitarian regimes that were to come in the 20th century, and it has reminded me of diverse things like 1984, Fahrenheit 451 and 12 Monkeys. And I cannot help seeing the shadow of our world wide machine, that keeps us in our rooms, with no need to go out for communicating with our friends.

Still, if I was to name one step of the entire human technical evolution that is absolutely superior to any other, it’s certainly long-distance communication.

The second story is a horror science-fiction, much alike some stories by H. P. Lovecraft such as The Color Out of Space (1927). In fact, both England’s and Lovecraft’s works were published on the Amazing Stories science fiction magazine. The Thing from—”Outside” is quite short, and may not be the best example of this genre, and however I like to know not only the masterpieces, but also the minor works that certainly helped shaping the readers’ taste of that period.

And what is so good about these works is that they’re all in the public domain and gentle people out there have transcribed the texts in digital format on Wikisource or other public archives.

Il ritorno di Beorhtnoth figlio di Beorhthelm

Questo libro era un regalo per mio fratello, grande amante dell’epica di Tolkien e non solo. Qualche settimana fa, in uno dei rari periodi di permanenza ligure che riesco a concedermi, l’ho trovato sul comodino. Avevo già iniziato a sfogliarlo varie volte, ma senza mai iniziare la lettura dei testi veri e propri.

Ebbene, avendo letto molto di Tolkien (sicuramente tutto quello che è stato tradotto in italiano più vari testi in inglese), anche se sono passati diversi anni dalla mia prima infatuazione per l’Ainulindalë, Fëanor e Bilbo Baggins, ho trovato al tempo stesso meraviglioso e coerente questo lavoro.

Meraviglioso perché Tolkien porta qui alle estreme conseguenze quello che aveva iniziato con il Beowulf, dove la fine lettura e la conoscenza diretta della lingua e della letteratura lo porta non solo a identificare alcune parti spurie, ma al tempo stesso ad attribuire ad un autore cristiano il componimento dell’opera, evidenziando il carattere non occasionale con cui Beowulf è tratteggiato negativamente.

Coerente, pertanto, perché (come spiegato esaustivamente da Wu Ming 4 nell’introduzione) è in linea con l’epica non contemporanea di un Tolkien che visse in prima persona la Grande Guerra, con il credente cattolico: diversi aspetti che rendono la critica alla figura dell’eroe un aspetto imprescindibile per capire anche le opere più note del poeta di Bloemfontein.

JRRT