La peste a Marzano negli anni 1656-1657

Quasi tutti ricordano la peste che fa da sfondo ai Promessi Sposi di Alessandro Manzoni. L’epidemia colpì Milano nel 1630 ma risparmiò Genova e la Liguria. Nel 1656 però un’altra ondata di peste bubbonica arriva qui. Colpisce duramente gli abitanti di grandi città come Roma, Napoli e Genova. Non rimangono immuni nemmeno i centri abitati più piccoli come Torriglia e soprattutto, per questa terza pillola storica, anche a Marzano arriva la peste.

Proprio come avviene oggi con l’epidemia Covid, vengono prese misure drastiche. Marzano è tra le “ville” sospese dalle quali è vietato spostarsi, insieme a Tercesi e Olcesi, perché è un luogo di contagio. Un lockdown in piena regola.

I controlli sono effettuati da guardie armate delle milizie, che per ogni villa sono sotto un caporale. Niente moduli di autocertificazione, ma proprio come oggi le forze dell’ordine sono impegnate per un rigido controllo degli spostamenti. Conosciamo almeno un caso di violazione del divieto nel mese di ottobre 1656, quando Geronimo e Antonio Costa di Marzano sono denunciati dal caporale Benedetto Mangini per essersi allontanati più volte dai confini imposti.

In questi anni gli abitanti di Marzano sono circa un centinaio divisi in 18 famiglie (fuochi). Lo sappiamo dal giuramento prestato il 29 novembre 1654 al principe Gio Andrea Doria, a cui prendono parte tutti i capifamiglia. Non abbiamo idea del numero di vittime dell’epidemia, ma a Genova le stime sono nell’ordine delle decine di migliaia di morti e secondo alcuni cadde il 70% della popolazione. Se andassimo a consultare i registri dei defunti nell’archivio parrocchiale avremmo un’idea più precisa. Certo, in un luogo di poche case come Marzano è più facile mantenere (consciamente o meno) quel distanziamento che aiutava a limitare la diffusione del morbo. Non c’erano strumenti particolari per aumentare i controlli, mentre oggi i droni e le celle telefoniche ci guardano di continuo (a proposito: chi manovra il drone che ogni tanto vola sopra le case?).

Per contrastare l’epidemia si ricorre ovviamente anche alla fede. La cappella della Panteca, intitolata tra gli altri a San Luigi Gonzaga (e forse anche a San Rocco) sembra proprio un esempio di ex voto collettivo e penso che la sua costruzione risalga a questo periodo. D’altronde, la stessa chiesa di San Bartolomeo a Marzano era stata consacrata pochi anni prima.


Queste notizie sono tratte dai documenti conservati nell’archivio comunale, grazie al lavoro minuzioso di Mauro Casale pubblicato nei due libri La magnifica comunità di Torriglia e Castrum Turrilie. Quindi mi sono basato in prevalenza sulla lettura di questi volumi. Nel 2017 c’è stata una bella mostra dedicata alla peste di Genova del 1656-1657 al Museo dei Beni Culturali Cappuccini. Il libro recente più completo sull’argomento è quello di Romano Da Calice del 2004, La grande peste : Genova 1656-1657.

Pillole di storia marzanina
La chiesa di San Bartolomeo · Marzano 200 anni fa · La peste a Marzano nel 1656-1657

Marzano 200 anni fa

Come era Marzano 200 anni fa? Posso dirvi che su una carta geografica era più o meno così:

Marzano in una carta degli anni 1816-1827 (Istituto Geografico Militare)

Questa è una piccola porzione della carta denominata “RIVIERA DI LEVANTE ALLA QUARTA DELLA SCALA DI SAVOIA OSSIA DI 1 A 9.450. FOGLIO 83 (Torriglia)“. Mentre per la “pillola” storica precedente mi sono basato su una vecchia fotocopia conservata in mezzo a un libro, per questa seconda ho attinto al portafogli e comprato dall’Istituto Geografico Militare ben due riproduzioni in alta risoluzione.

Ho deciso di spendere per avere questa riproduzione perché credo che sia la carta più antica in cui Marzano è rappresentato in modo dettagliato. Non sono riuscito a trovare una carta così dettagliata più antica di questa, in altre parole. Le carte settecentesche lo indicano semplicemente come centro abitato in modo simbolico, come è abbastanza normale per l’epoca quando si tratta di aree rurali.

Una porzione della carta “La Riviera di Levante, Stato di Genova ed altri confinanti” di Matteo Vinzoni (1748, Archivio di Stato di Genova)

La differenza è notevole, e nella carta di inizio ‘800 possiamo riconoscere singole case o gruppi di case. La seconda versione, cioè la minuta di campagna, contiene qualche dettaglio in più anche se la scala è maggiore. Soprattutto sono indicate strade che poi nella versione acquerellata non sono state disegnate.

In queste carte la forma del paese è ben diversa da quella attuale. Manca ancora il caratteristico “curvone” della strada carrabile che verrà costruita solo verso la fine del XIX secolo. Le strade principali sono quelle che vanno verso Fallarosa e i Sciutti e quella che arriva dalla Crocetta. Stranamente, sembra che quest’ultima strada passi a Est rispetto a tutte le case.

Si riconoscono già alcuni gruppi di abitazioni che esistono ancora oggi. La chiesa è isolata su tutti i lati. Non ci sono case più a Est dell’attuale civico 49 di Via IV Novembre. Non ci sono case lungo la “Via Vecchia Marzano”. La piazzetta “della Costa” alle spalle di Piazza Felice Cavallotti è solo il retro del gruppo di case. Si riconoscono i tre blocchi “a schiera” che ancora oggi si trovano sopra Via Fallarosa. Non sembra esistere il “voltino” ma sicuramente ci sono le case più vecchie anche a valle di Via Fallarosa, fino all’altezza dei trogoli. Si riconoscono i Pontelli e le Chistane.

Non è facilissimo individuare le singole case, anche perché qualcuna nel frattempo è andata in rovina ‒ limitandomi alle Chistane ne conosco almeno tre (inclusa la storica casa di “Giaculeu” abbattuta 40 anni fa) e immagino ce ne siano anche altre. Non è ovviamente possibile stabilire quanto sia preciso il disegno della carta, possono esserci errori, omissioni o sviste, ma riesco a contare 24 edifici più la chiesa e se confronto questo numero con quelli del numero di famiglie di questo periodo o della seconda metà del ‘700, è più o meno lo stesso.

La base cartografica verrà poi utilizzata a metà XIX secolo per comporre la Gran Carta degli Stati Sardi (ricca di strafalcioni nei nomi) pubblicata nel 1852: sembra che la strada proveniente dalla Crocetta sia più importante delle altre.

Marzano e dintorni nella “Gran Carta degli Stati Sardi, pubblicata dal Corpo Reale di Stato Maggiore” (1852, Archivio di Stato di Torino, foglio 68 Torriglia)

Quanto è cambiato il paese in 200 anni! Sicuramente nelle vecchie foto si riconoscono più facilmente le antiche case che esistevano allora.

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La chiesa di San Bartolomeo · Marzano 200 anni fa · La peste a Marzano nel 1656-1657

La chiesa di San Bartolomeo a Marzano (Torriglia)

Marzano è la frazione del comune di Torriglia (GE) dove sono cresciuto. Un paesino piccolo, luogo di origine dei miei antenati Costa. In questo periodo di isolamento ho avuto la fortuna di passare qui molti mesi e ho raccolto vecchi e nuovi appunti sulla sua storia, per quanto minore e frammentaria.


La chiesa di San Bartolomeo è l’unica chiesa di Marzano. Non è molto grande e viene variamente definita come cappella, oratorio o chiesa sussidiaria. La sua posizione centrale sulla piazza del paese (che è intitolata a Felice Cavallotti ma è chiamata da tutti “piazza della chiesa”) la rende facilmente riconoscibile. Non credo sia l’edificio più antico esistente in paese, ma è sicuramente quello su cui le notizie storiche sono più numerose, per quanto scarne. E con la storia della chiesa inevitabilmente si racconta anche la storia della comunità.

I maggiori dettagli storici si ricavano da un articolo del profilico don Giovanni Carraro, pubblicato sul notiziario parrocchiale nel 1938. Una descrizione architettonica più dettagliata che riprende in parte alcune notizie storiche si ricava dalla scheda di catalogo CEI. Riporto il contenuto dell’articolo quasi integralmente con alcuni commenti e soprattutto in ordine cronologico.

L’articoletto di don Carraro

La “grande cappella” dedicata a San Bartolomeo Apostolo fu edificata nella prima metà del XVII secolo. Tuttavia, nelle carte dell’archivio parrocchiale viene spesso indicata come cappella dedicata a San Terenziano, vescovo tudertinus (e non terdonensis). In effetti questo dualismo permane ancora oggi: il giorno di San Bartolomeo (24 agosto) viene celebrata la messa, ma è nel giorno dedicato a San Terenziano (San Ransiàn in dialetto, il 3 settembre) che si svolge la festa popolare più laica, quella con i frisceu per capirci. La grande tela che si trova all’interno della chiesa ritrae comunque entrambi i santi insieme a San Rocco, Santa Lucia e Santa Apollonia. La presenza di San Terenziano a Marzano è interessante ed è solo una tra le molte località dell’Appennino dove San Terenziano persiste, talvolta da un millennio. Significativo che le date siano così ravvicinate e a pochi giorni di distanza dal 29 agosto in cui ricorre la Madonna della Provvidenza / Madonna della Guardia.

La facciata della chiesa oggi

L’atto di fondazione della cappella fu rogato nel 1648 assegnando una dote di 15 lire annue su terreni vincolati: 10 lire per 8 messe l’anno e 5 lire per riparazioni.

Nel 1677 fu costituito un censo di 44 soldi su terra l. d. Canivella e un altro censo di 24 soldi.

Nel 1694 fu rinnovato lo strumento di dotazione della chiesa, autorizzando i massari a riscuotere la somma dalle 27 famiglie, tra cui 5 Guano, 6 Fascia, 2 Pregola, 12 Costa. Vediamo che almeno tre di questi cognomi rimangono tuttora tra quelli caratteristici di Marzano, pur con una differenza di grafia.

Nella visita pastorale del 28 agosto 1707 si parla di un oratorio campestre intitolato a San Terenziano martire e si descrive lo stato lacunoso delle suppellettili. Nello stesso anno, G. Casazza lasciava una terra detta Fasolai del valore di mezza Genovina.

Nel 1775 fu concesso di benedire il nuovo altare (che molto probabilmente è quello attuale), purché avesse le misure prescritte.

Nel 1850 fu dato in locazione per 6 anni un terreno con due castagni e un cerro, detta fascia della chiesa, e un altro terreno detto dell’orto, per 50 lire.

Il pavimento in graniglia alla veneziana porta la data del 1862 e il nome di Giacomo Costa.

Nel 1887 viene consentita la costruzione di una nuova casa addossata al coro (esistente ancora oggi), che quindi rende impossibili successivi ampliamenti dell’edificio.

Nel 1896 viene restaurata dentro e fuori, e provveduta di volta a botte. Nel 1897 viene rinfrescata la facciata e nuovamente nel 1927.


I lavori di restauro più recenti sono di circa 20 anni fa.

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Sono tornati i daini

Sono tornati i daini qui a Torriglia.

Solo pochi giorni fa dicevamo con mio padre che da molti mesi non si vedono più daini, mentre fino alla primavera erano un incontro quotidiano. Lui diceva anche che ultimamente ha sentito bramire i caprioli.

Poi l’altroieri ho visto tre daini nel prato di Parodi a Casabianca. E ieri sera li ho rivisti alla Crocetta, e dopo cena erano sotto casa nostra, come se ci avessero sentito e volessero farci sapere che non è vero niente, loro ci sono.

Chissà perché sono comparsi così all’improvviso. Qui nei giorni scorsi era ancora caldo, ma può darsi che in quota avesse già iniziato a fare più freddo, o che l’erba sia finita o comunque sia la stagione di scendere a valle, qualunque cosa voglia dire la stagione, ormai. Oggi tira vento e potrebbe fare freddo davvero tra qualche giorno. Speriamo.

Non è che prima non mi interessassero i daini.  Ma dopo essere stato in Patagonia gli animali selvatici non sono più gli stessi, nemmeno qui. Lì ho visto come possono vivere, anche in un ambiente comunque antropizzato, con allevamento di animali al pascolo. E ho l’impressione che qui ci sia qualcosa che non va.

Sono contento che siano tornati i daini. Oggi ho perso ore a cercare un paio di foto che ero sicuro di avere scattato qualche anno fa, volevo usarle per illustrare questa pagina di blog ‒ alla fine le ho trovate.

Acqua per Genova: un altro filmato sulla costruzione della diga del Brugneto (1958)

Nella puntata precedente avevo scritto che non era quello l’unico filmato d’epoca sulla costruzione della diga del Brugneto. E infatti ce n’era un altro, solo un po’ più nascosto del precedente: assente sia sul canale YouTube sia su Europeana, si trova solo sul sito ufficiale dell’Archivio LUCE. Una scheda leggibile del filmato è sempre sullo stesso sito, in formato PDF, e ci spiega che si tratta del cinegiornale Mondo Libero n. 367 del 21 agosto 1958. I lavori di costruzione della diga e delle condutture fino a Genova erano abbastanza vicini alla loro conclusione.

Sono passati solo due anni dal filmato precedente ma sembrano mille: abbiamo lasciato la voce di stampo fascista che accompagnava con toni trionfalistici il racconto ma … la sostanza non cambia molto. È sempre il fabbisogno di Genova in primo piano, contano i metri cubi e il fatto che i lavori procedano spediti, per colmare quei 18 km. Si vedono molte persone all’opera e le strutture ancora a metà. Un documento importante, da aggiungere al piccolo archivio che sto curando, con lentezza.

Anche questa volta mi sono preso la libertà di scaricare direttamente il filmato, visto che dal sito indicato sopra è necessario usare il plugin SilverLight.

 

In una remota valle sui contrafforti del monte Antola

L’anno scorso l’Istituto LUCE ha pubblicato migliaia di video sul proprio canale YouTube. Nonostante la quantità strabiliante di materiale, le possibilità di ricerca e organizzazione del materiale sono a dir poco scarse, come avevo già notato in precedenza.

Schermata da genova-in-cammino-brugneto.webm

Quando nel 2011 ho visitato il Museo AMGA di Genova, il curatore mi ha mostrato, oltre alla vasta collezione di documenti e fotografie riguardanti la storia degli acquedotti di Genova e la costruzione della diga del Brugneto, anche alcuni filmati che il museo aveva recuperato anni prima proprio negli archivi LUCE. Oggi tramite Luca Corsato scopro che l’archivio LUCE è sbarcato anche su Europeana, la grande biblioteca digitale d’Europa, e riesco finalmente a trovare uno di questi spezzoni video che su YouTube mi erano finora sfuggiti.

È un filmato di 9 minuti e 49 secondi intitolato “Genova in cammino”, del 1956. Vi consiglio di guardarlo tutto. Fa riflettere molto sull’origine dei problemi attuali di degrado e conflitto sociale (la gara tra Comune e privati per la costruzione di abitazioni, la costruzione di quartieri periferici per lasciare intatta l’architettura del centro, gli alloggi popolari, la continua lotta contro la natura) e ci sono alcune parti veramente avveniristiche, specialmente quella in cui viene descritto il sistema dell’anagrafe che permette di avere i certificati rapidamente negli uffici periferici tramite telescrivente (un primato europeo di Genova stando al filmato). È una narrazione del grande risveglio di Genova, il cui nome “suscita nel cuore di tutti gli italiani un’immagine di forza e di potenza, di lavoro e di prosperità”…

Schermata da genova-in-cammino-brugneto.webm - 1

Imprescindibile per questa città “intercontinentale” è un acquedotto in grado di fornire acqua a sufficienza per lo stile di vita di una città in piena crescita. Ed ecco che il filmato ci fornisce alcune scarne notizie sulla costruzione dell’acquedotto del Brugneto. Lo spezzone dura meno di un minuto (dal minuto 3:19 al minuto 4:13) ma contiene in sintesi tutta l’ideologia del progetto.

Genova in cammino – La costruzione della diga del Brugneto

Ecco la trascrizione del commento:

Ma c’è un problema che sta particolarmente a cuore dei genovesi: quello dell’acqua, che negli ultimi quarant’anni era sempre rimasto allo stadio delle discussioni. Il nuovissimo acquedotto permetterà domani di godere di una quantità di acqua potabile doppia dell’attuale. Il problema degli impianti del Brugneto, che stanno sorgendo in una remota valle sui contrafforti del monte Antola, era quello del finanziamento. L’amministrazione democratica è riuscita a superare le difficoltà, grazie ad un mutuo della Cassa Depositi e Prestiti per l’ingente somma di otto miliardi e ottocento milioni di lire. Ciò ha consentito l’inizio immediato dei lavori che porteranno entro il 1960 alla soluzione di questo problema essenziale per la vita della città.

Schermata da genova-in-cammino-brugneto.webm - 2

Ora non voglio entrare nel lungo discorso del terzo valico e del TAV Torino-Lione, ma mi sembra chiara l’analogia. Ricordo solo che negli anni 1980 e 1990 un secondo invaso artificiale nella vicina valle del Cassingheno fu lungamente contestato e infine abbandonato: il rapporto tra città e territorio era già completamente cambiato e non era più possibile sgomberare una “remota valle” con i suoi abitanti per i bisogni della città senza che il territorio stesso venisse interpellato (anche se non è certo solo per questo che la diga sul Cassingheno non venne realizzata). Una delle cose che più mi aveva colpito nel consultare l’archivio fotografico al Museo AMGA era proprio la totale assenza dei rappresentanti delle comunità locali: figurano progettisti, il sindaco di Genova e forse qualche altra personalità foresta ma mai un sindaco di Propata, Fascia o Torriglia ‒ eppure la val Brugneto allora come oggi era divisa tra tre comuni (più Montebruno, agnus inferior).

Sono sicuro che esistano altri filmati e forse verranno pubblicati in seguito (o magari sono già su YouTube ma non sono riuscito a trovarli). Intanto questo mi sembra un documento importante per raccontare la storia dei Frinti, un paese sommerso.

Aggiornato a settembre 2019 grazie a Marta Mangiarotti che mi ha segnalato il link non funzionante al filmato. Ho trovato un link aggiornato funzionante.