Antinoe brucia. Colonialismo e archeologia romana

Antinoe è in preda ai saccheggi incontrollati. Non da ieri, come aveva già ampiamente segnalato Cinzia dal Maso su Filelleni. La città fondata da Adriano è abbandonata a se stessa e gli abitanti preferiscono i guadagni facili degli oggetti venduti “illegalmente” alla tutela del sito archeologico con cui convivono. Come sempre in questi casi, la situazione drammatica genera indignazione in un pugno di addetti ai lavori: non abbiamo abbastanza vite per firmare tutte le petizioni a difesa del museo che chiude, del sito distrutto dalla strada, del monumento deturpato dalla nuova costruzione, del paesaggio rovinato dalle pale eoliche. Antinoe però non è un sito come tutti gli altri, e infatti la notizia (con i suoi tempi) arriva sulle pagine de La Stampa. Maurizio Assalto il 7 giugno scorso ha raccontato questa brutta storia, raccogliendola direttamente dalla voce di Rosario Pintaudi, uno degli archeologi italiani (papirologi? egittologi? siamo così provinciali) che svolge ricerche nella antica e sfortunata Antinoupolis. Leggiamo il passo in cui Assalto ci offre la sua incitazione ad indignarci:

Una situazione drammatica, che dovrebbe coinvolgere in particolare noi italiani non soltanto perché Antinoe è stata fondata da un imperatore romano, sia pure di origine iberica, ma anche perché al sito lavorano dal 1935 missioni del nostro Paese – dopo che a fine ’800, in capo a un secolo di devastazioni di ogni genere, vi erano passati i francesi, con Albert Gayet, e prima della Grande guerra gli inglesi alla ricerca di papiri. Eppure, tra una crisi economica e una politica, da Roma nessuno si è fatto sentire. Le stesse autorità egiziane non sembravano troppo interessate, e si capisce, perché i lasciti romani sono sentiti come estranei al patrimonio locale (tanto è vero che si sono mosse soltanto quando hanno saputo che era minacciato anche un tempio costruito in zona da Ramesse II), e del resto un turista che si avventura sulle sponde del Nilo cerca le vestigia dei faraoni più che quelle dei dominatori successivi.

Ricapitoliamo:

  1. Adriano era di origine iberica (quasi extracomunitario e pure frocio, diciamolo) ma comunque è stato un imperatore romano, roba nostra
  2. tutto il territorio interessato dall’Impero romano, o perlomeno tutte le città fondate da imperatori romani, devono essere di immediato interesse non solo dei cittadini italiani, ma anche del Governo (“Roma”)
  3. per fortuna nel 1935 sono arrivati i bravi archeologi italiani a salvare Antinoe dai precedenti saccheggiatori e dai cercatori di papiri
  4. rimanendo sulle sponde del Nilo per appena un migliaio di anni, il regno tolemaico e l’Impero romano sono chiaramente “dominatori” dell’Egitto e per questo le loro vestigia vengono liberamente sottoposte a saccheggio

Tanto per capirci, sono 9 anni che partecipo a una missione archeologica all’estero, con qualche problema politico-militare in meno rispetto a quella in questione, ma con tutti gli stessi problemi etici e culturali. Da diversi anni mi pongo il problema di cosa ci stiamo a fare noi archeologi a casa degli altri. Ci sono oltre 150 missioni archeologiche italiane all’estero, limitandosi solo a quelle che il Ministero degli Esteri sostiene (solo in parte, ça va sans dir), tra le quali peraltro l’Egitto occupa il primo posto insieme alla Turchia (14 missioni). Ho avuto modo di ascoltare i ricercatori fiorentini alcuni anni fa e ricordo nelle loro parole la stessa sensazione di fragilità per l’equilibrio precario che sempre si crea tra missioni archeologiche e comunità locali (all’estero, in Egitto, in Grecia così come in Maremma e in Salento). Il patrimonio archeologico non è solo di chi ci abita a fianco, ci mancherebbe. Ma per secoli noi civili sapiens sapiens abbiamo “salvato” questo patrimonio strappandolo alle sue radici, decidendo cosa era di valore e cosa no, costruendo una fiaba crudele di impero rinnovato. Leggete chi e come ha partecipato alla lunga stagione degli scavi italiani in Egitto sul sito dell’Istituto Papirologico “G.Vitelli” per farvi un’idea. Personaggi di altissimo livello come Ernesto Schiaparelli (Senatore del Regno), Carlo Anti (rettore dell’Università di Padova), Evaristo Breccia (rettore dell’Università di Pisa). Ma dal 1935 ad oggi la missione civilizzatrice non ha funzionato. Colpa dei selvaggi abitanti di Sheikh ‘Ibada? Forse no, non solo. Rileggete la storia degli scavi e concentratevi sui nomi dei luoghi: Hermopolis Magna, Ossirinco, Tebtynis, Ankyronpolis, Antinoe. Ci muoviamo nel presente degli altri ignorandolo, abbiamo solo occhi per il nostro passato, che era lì, nello stesso posto dove si scava alla ricerca di papiri. Un esame di coscienza… si può rinunciare a indignarci allora? No.

Ma il valore di questo patrimonio non è assoluto, scolpito nella pietra (scusate la facile ironia). In Italia lo abbiamo scritto nella Costituzione, e tanti se ne fregano comunque. E forse l’indignazione non è ancora giunta alle orecchie di Assalto, ma nello stesso modo vengono regolarmente depredati anche i siti di età dinastica e predinastica in Egitto, che non sono certamente “estranei al patrimonio locale”. In Siria, in Iraq, in Libia, abbiamo visto le stesse immagini, la stessa indignazione verso persone ignoranti o disperate o proprio infami che distruggono il proprio passato o quello di un popolo intero per soldi (pochi o tanti, dipende dagli acquirenti, quasi tutti maschi bianchi). Abbiamo visto un po’ meno indignazione quando persone coltissime stringevano amicizia con chi distrugge il presente e il futuro del popolo siriano. Se il dubbio è tra regimi repressivi e devastazione del patrimonio archeologico, c’è qualcosa che non va nella nostra missione civilizzatrice. Se su un quotidiano “colto” come La Stampa si leggono queste amabili idee colonialiste, basta chiudere gli occhi e sembra davvero di essere tornati al 1935 e ad un imperatore torinese.

MAPPA video contest: still a long way to go

The friends of MAPPA Project have put up a video contest for their second and final workshop. Participants had to submit a 3-minutes video (or multimedia presentation, and this point had a very important effect on the results). You can vote until 15th June, one video per category. The videos are listed on the MAPPA website.

Go and have a look: there are 20 videos, it would take you one hour to see them all. Actually, it took me much less than that. Why? Because most of them are not really videos, but rather mute slideshows. First I will give some stats, and after that I’d like to add a brief comment.

On the audio side:

  • 10 out of 20 videos are mute, no sound, no music, no voice ‒ mostly an (animated) slideshow
  • of the other half, 7 have only a music background
  • only 3 have a recording of human voice

Looking at the video part:

  • 14 out of 20 are, as said above, simple slidehows of a (PowerPoint/Impress/Keynote/Prezi) presentation
  • the remaining 6 show a mixture of video footage, 3d models and slides

I have been following the topic of video-making in archaeology since 2008, when I made my first appearance in a docudrama thanks to my friend Cioschi. I am far from being an expert, but I am an opinionated archaeologist and to me the stats shown above sound like a disaster. After all these years, the majority of (Italian) archaeologists still thinks that a mute slideshow is good enough to take part in a video contest..? I don’t like to dismiss the work of other people as badly done, so I will try and look at the positive side, that is the two videos that caught my attention. I am definitely encouraging you to vote for these two ‒ not only because they are well done, but in the end I think we all need good models to follow and this contest is a good chance to provide such models.

The two videos I liked are, unsurprisingly, those where there is a human voice. The first one is #4 “Invisibile Heritage: The Paradox of Landscape” by G. Di Pasquale and others:

What’s so good about this one? The video footage is of high quality. The voice is telling a story, with a calm tone. Overall, it could be an excerpt from a longer video suitable for TV. However, there is still something missing: people. This is probably done on purpose, exactly because there is an almost obvious model in those TV documentaries where only landscape is seen and the voice provides a commentary.

However, I liked a lot more entry #12 by Giuliano De Felice and Francesco “Cioschi” Ripanti, called “Cannoni e farfalle” (Cannons and butterflies):

What’s so special about this one? There are three actors, with dialogues and a storyline. The footage is of good quality, and I really liked the photography with the contrast between dark and light. The setting is a familiar one, with dozens of crates filled with pottery. The plot provides a situated explanation of why open access is important, not an absolute one (much in the same spirit as the out of contest video where Socrates is seen engaging with other philosophers…). There is a musical background for the slides. This video is well-executed and it is clearly meant to fit into the 3-minutes slot from its inception. The model in this case is IMHO clearly represented by short videos shown in popular political TV shows where interviews and graphics are intertwined at a fast pace, both giving some factual information and involving the spectator on a more emotional level. Here the pace is quite slow, even though there is a mild contrast between the calmness of the dialogue and the music.

Nothing like the above could be said about all the other videos. They may be video files uploaded on a video platform, but there is no trace of “video” being used as a communication language. We really need to improve that. It’s not about using a video-editing program, that is useless if there is no storyline or even worse no story at all. I think this may be the right time to tackle this problem.

As a final disclaimer, I want to point out very clearly that I have the privilege of being friends with both Giuliano and Cioschi, so I may be biased here because I have been discussing these issues with them for some time now. And I also know Di Pasquale and some of his colleagues. Actually, I know some of those who submitted other entries in the contest, too. I hope they will understand my comments here are purely technical and with the needed training they will be able to create beautiful videos to present and promote their work. Videomaking is crucial for public archaeology: let’s get it right!

Spark plugs and archaeological finds: where do the ethics of fieldwork stop?

Yesterday I posted a picture of a crate with sherds of Roman pottery and a spark plug. That was fun to find and look at, because of course a spark plug is an out-of-place artifact among archaeological finds. Or rather, it is not at all.

As Lewis Binford would argue, both Roman pottery and the lonely spark plug live in the present, regardless of when they were made. Archaeologists like to think of storage buildings as “sacred” spaces of cleanliness, order and rest for the countless finds we unearth every day. That’s what manuals prescribe, so it must be like that. However, as anyone who has seen some of these rooms filled with crates and boxes knows, disorder and dirt is the rule, not the exception. There is rarely, if ever, a clear-cut separation between storage of finds and working tools, or in the best cases between storage and display. Corridors are always blocked by other crates that couldn’t find a place on the shelves. Finding where one specific crate is may take one minute, but it is always pulling it out that will keep you busy for ten or fifteen minutes. All this provided that proper archive records exist and that you can get a list of where things are, and that may prove difficult or even impossible, regardless of who is in charge of producing such a list (heck, you may be responsible in most cases). That spark plug is not there to annoy or bemuse, it is just a gentle reminder that labels and clean sherds do not stop things from happening, objects from moving (shelves collapsing, crates of any material rotting away and breaking) and people interacting with them all the time. There you have it, a storage room filled with archaeological finds is a living context, and one that should not look unfamiliar to an archaeologist.

Me with a mask
Me with a dust mask. Is that enough for punk archaeology? On the back, the usual suspect crates of finds.

Sub-optimal working conditions, uncontrolled temperature (both cold and hot), dust everywhere, need to move heavy loads: this list may be just a random sample of the small everyday glitches of archaeological fieldwork … including that of the finds specialist, and of the assistant to the finds specialist, and of the person working to keep that sacred space clean and accessible (whatever their job is called).

There is an hopefully increasing consciousness of the beauty and significance of “digging the dirt” (best exemplified by works as Between dirt and discussion by Gavin Lucas) in archaeological fieldwork. Dirt is qualifying archaeology, and attempts to leave it out of archaeological discourse are demeaning. No matter how much you clean them, potsherds are still pieces of fired clay found in the soil. Let us bring more of that consciousness out of the trenches, because in the end the substantially boring nature of our work is the same.

Crazily enough, I am discussing most of the above in my dissertation.

Ricerca archeologica, democrazie e accesso alle informazioni

Mi dedico da diversi anni alla gestione delle informazioni in archeologia, anche se ultimamente mi sto interessando più agli aspetti sociali che non a quelli tecnici. In questo post parlo di ricerca archeologica ‒ ma non necessariamente ricerca universitaria ‒ e cerco di guardare all’organizzazione del lavoro di gruppo dal punto di vista dell’accesso alle informazioni. È un tema chiaramente collegato alla circolazione delle informazioni (open data, open access), ma distinto. Paradossalmente si possono verificare situazioni di diffusione esemplare verso la comunità archeologica e verso il pubblico, in cui però non corrisponde un accesso completo alle stesse informazioni all’interno del gruppo di ricerca (il paradosso piramide-cascata). La situazione opposta, appena meno paradossale, è rappresentata da gruppi in cui le informazioni circolano liberamente, ma non vengono condivise all’esterno del gruppo stesso (il paradosso “vasca dei pesci”).

Il focus implicito di quelle che scrivo qui sotto è principalmente sul fieldwork e sulle fasi successive. Anche quando siete da soli, l’archeologia è sempre un lavoro di gruppo.

Ho la fortuna di far parte di un gruppo di ricerca in cui l’accesso alle informazioni è prevalentemente orizzontale: tutti i componenti del gruppo hanno accesso alla totalità delle informazioni prodotte durante la ricerca, senza restrizioni. Tuttavia, questo gruppo di ricerca ha una struttura verticale, non particolarmente originale, con un professore universitario, alcuni assegnisti/dottorandi, qualche laureato e un certo numero variabile di studenti. Questo gruppo di ricerca è un esempio di come l’accesso alle informazioni possa essere slegato dalle strutture decisionali, con l’aiuto della rete e dell’informazione digitale. La rete aiuta molto, specialmente se le informazioni sono “nativamente” in rete come nel nostro caso. Ma la decisione di usare la rete in questo modo è una conseguenza della mentalità orizzontale di accesso alle informazioni, e ha un carattere che possiamo chiamare democratico perché pone delle condizioni uguali per tutti. Nelle giuste condizioni, ciò può risultare in un rafforzamento della coesione interna e facilitare l’inserimento di nuovi elementi nel gruppo. Questo gruppo costituisce un paradosso “vasca dei pesci” perché le informazioni sono accessibili senza filtro a tutti i componenti del gruppo di ricerca, ma non vengono diffuse all’esterno. “No sense in war, but perfect sense at home…”

Il wiki di GQB

Collaboro da qualche tempo con un altro gruppo di ricerca sul campo, più ampio. Questo gruppo ha una struttura verticale necessariamente più marcata, produce la maggior parte della sua documentazione su carta ed è improbabile che qualcuno dai “piani bassi” voglia o possa consultare la documentazione prodotta da altre persone di pari grado, o dai superiori. In una fase successiva, tutta la documentazione viene digitalizzata, e rimane ugualmente di difficile accesso. Vari specialisti prendono parte alla ricerca, talvolta in tempi e luoghi diversi, rimanendo di fatto invisibili se non al direttore responsabile. La maggior parte delle persone che prendono parte alla ricerca sul campo non partecipa alle successive attività, e costituiscono quindi la ”manovalanza” che ha una conoscenza molto superficiale della ricerca, sia in generale sia nel suo svolgimento.

Tabelle quantitative - Gortina

La digitalizzazione post-scavo è ancora un momento fondamentale per la conservazione e la rielaborazione delle informazioni. Si tratta di una attività ripetitiva, che in un contesto commerciale può essere esternalizzata a costi relativamente bassi. Ho svolto questo lavoro in passato e penso che sia equivalente alla manovalanza sul campo (con il tunnel carpale in agguato in entrambi i casi). Per la natura “fordista” del data entry, è plausibile che parti diverse (ma collegate) dello stesso archivio vengano affidate a persone diverse, che quindi possono avere una immagine solo parziale di quello che stanno facendo. Si dirà che il contributo (specialmente intellettuale) di queste persone alla ricerca è pressoché nullo e non ci si debba pertanto preoccupare: io sostengo che l’accesso all’informazione digitale può apportare benefici a tutti i livelli, anche quelli più bassi, e contribuisce ad una migliore ricerca oltre che al benessere intellettuale delle persone.

La partecipazione al processo decisionale è direttamente collegata (ma non necessariamente in modo proporzionale) all’accesso alle informazioni. Come in ogni contesto sociale, l’accesso alle informazioni è una condizione essenziale per l’esercizio delle proprie funzioni e diritti. Come possiamo pretendere che uno studente partecipi a uno scavo se non gli vengono forniti gli strumenti per capire cosa sta facendo? In che modo un professionista dovrebbe lavorare sul campo se non ha accesso alla documentazione delle ricerche pregresse in una determinata area? Se queste condizioni non sono soddisfatte, prevale un processo gerarchico, in cui le istruzioni vengono dall’alto e i risultati “atomici” vengono dal basso, per essere ricomposti via via che risalgono la scala di controllo.

L’esistenza di una gerarchia verticale nella ricerca sul campo non è quasi mai messa in discussione, almeno nella mia esperienza (le origini di questa prassi si possono ricercare nelle radici militari dell’archeologia inglese, ma anche nella netta dicotomia tra archeologo e scavatore prevalente fino agli 1970 e oltre, e in definitiva si tratta di una prassi comune a quasi tutte le attività sociali). Un gruppo molto ristretto (meno di dieci persone) può “concedersi” un approccio più rilassato, ma ci saranno sempre occasioni in cui è una persona sola a decidere, anche per ragioni burocratiche e legislative: tuttavia l’effettivo processo decisionale può essere molto diverso, e può coinvolgere una proporzione più o meno ampia dell’insieme dei partecipanti sotto forma di dibattito, anche informale. Questi dibattiti possono riguardare elementi circoscritti e specifici dell’attività, oppure la strategia generale di intervento e i metodi impiegati per l’attuazione della ricerca. Io penso che si tratti di momenti fondamentali per la formazione e per la buona riuscita delle attività di ricerca archeologica a qualunque livello.

Il tema è ampio e meriterebbe una approfondita analisi, anche tramite un questionario. Per il momento mi limito ad esporre due diritti che ritengo elementari.

Ogni partecipante ad una ricerca sul campo deve avere:

  1. diritto di accesso a tutte le informazioni prodotte dalla ricerca stessa
  2. diritto ad una copia digitale delle informazioni che ha prodotto in prima persona o ha contribuito a produrre in modo sostanziale

Che ne dite? La vostra ricerca è democratica? Quali diritti avete? Quali diritti pretendete?

Open archaeology: otto anni di discussioni tra tecnica, metodologia e professione

For my non-Italian-speaking friends and readers: there is an older post in English, touching several of the topics discussed here.

Il 17 e 18 novembre ero a Paestum per il workshop “Il futuro dell’antico” organizzato dall’Associazione Nazionale Archeologi (ANA) che mi ha invitato a parlare di “Open archaeology”. I risvolti nel mondo professionale della cosiddetta (non da me) “rivoluzione” open mi interessano molto, in più non avevo mai partecipato alla Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico (evento contenitore all’interno del quale si svolgeva il workshop) e tutto sommato mi mancava un viaggio agli estremi della logistica ferroviaria (sono passato sull’Albegna poche ore dopo la riapertura ‒ attraversando il disastro ancora nell’aria). Insomma, l’invito è stato veramente gradito.

XV Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico - Paestum

Gli otto anni del titolo si contano a partire dal 2004. Il 2004 non è solo l’anno in cui prese vita IOSA, ma più in generale si avviò un processo di convergenza tra realtà fino a quel momento isolate che poi avrebbe condotto nel 2006 al primo workshop di Grosseto.

Con il senno di poi il mio intervento non è stato dei più comprensibili. Proverò qui a svolgere il tema in modo più articolato, riflettendo sui punti che ho affrontato.

Ho iniziato con una domanda che mi pongo da qualche tempo, riassunta così:

tecnologia + futuro = futuro migliore?

Forse è banale domandarselo. Forse è incoerente con il fatto che gran parte delle mie attività hanno a che fare con la tecnologia. Ma se guardo l’archeologia del 2012 e la confronto con quella del 2002 (c’ero già dentro… il tempo passa) o del 1992, sarei disonesto se volessi vedere un radicale miglioramento avvenuto grazie alla tecnologia:

  • maggiore precisione nelle misurazioni? Certamente sì, ma il rapporto costi/benefici non è stato opportunamente preso in considerazione;
  • maggiore quantità di dati raccolti? Certamente sì, ma i dati solo ora iniziano timidamente a circolare in rete, 20 anni dopo l’invenzione del web, mentre un report di scavo o un volume monografico sono immutati in forma, dimensione e fruibilità;
  • maggiore qualità dei dati raccolti? Non saprei;
  • migliore comunicazione al pubblico? In alcuni casi, una ristretta minoranza;
  • grandi scoperte grazie alla tecnologia? Nemmeno l’ombra;
  • cambiamenti di paradigma? rivoluzioni copernicane? Lasciamo perdere.

Questo non significa che dobbiamo rinunciare alla tecnologia o rifiutarla. Al contrario dobbiamo appropriarcene molto più di quanto abbiamo fatto finora, e liberarci della fascinazione che esercita. Ma andiamo con ordine.

Delicious, GeoCities e il software libero

Ho portato l’esempio dei social network come anello debole del nostro uso dei sistemi di informazione. I social network più diffusi (Facebook, Twitter, Google+ e tutti gli altri) sono al di fuori del nostro controllo. Inseriamo informazioni, aggiornamenti, foto in sistemi di cui non possediamo la chiave. Sono sistemi gratuiti: il prodotto non è il sito web usato da noi, bensì siamo noi il prodotto. Non è solo teoria catastrofista, purtroppo, come dimostrano la chiusura di GeoCities e di Delicious, tanto per fare alcuni esempi. A quando la chiusura di Facebook? Una persona qualunque può credere ingenuamente alla durata eterna di qualcosa. Un’archeologa, un archeologo no, per definizione.

Questo è importante per capire il ruolo del software libero: esistono sistemi distribuiti, cioè non centralizzati, che funzionano secondo gli stessi principi del Web. Questo blog utilizza un software (WordPress) che posso installare su altri server, anche se questo ha un costo superiore all’utilizzo di un sistema gratuito. In questa dicotomia tra “libero ma costoso” e “proprietario ma gratuito” spero si possa finalmente superare la grande confusione tra software open source e software gratuito che ancora permane.

Che sia in rete o installato sui nostri pc, il software proprietario ci priva del controllo sulle informazioni e sui dati. Ma perché siamo tanto attirati dalle novità tecnologiche?

Nuove tecnologie?

Il GIS (al singolare maschile), il 3D, le reti neurali, il laser scanning, il web semantico, i social network… tutti episodi nella grande saga delle nuove tecnologie per l’archeologia. 20 anni fa la tecnologia dell’informazione era molto meno pervasiva, l’archeologia era molto più accademica e quindi in qualche caso eravamo veramente all’avanguardia nell’adozione di nuove tecnologie. Oggi tutto è cambiato, e fa sorridere che qualcuno pensi ancora di essere innovativo perché applica, usa o sviluppa tecnologia. Peraltro un sottoinsieme della tecnologia, cioè la tecnologia dell’informazione. È ovunque, è un nervo della nostra società. Non è una scelta.

Ricollegandomi all’intervento precedente di Paolo Güll, posso dire che gli archeologi devono ancora perdere la loro innocenza nei rapporti con la tecnologia e l’informatica, ancora intrisi di feticismo, timore, ignoranza. L’archeologo facci l’archeologo, no l’informatico! sento la eco di questo disperato appello ancora pulsare parlando con tanti colleghi … e invece no, è importante capire se un sistema di gestione dei dati è appropriato o meno, e non è qualcosa che si possa decidere in poco tempo, senza pensarci, senza discuterne, senza comprendere (l’autore dell’appello rimarrà anonimo, che è meglio).

In più, mentre subiamo l’evangelizzazione dei profeti delle nuove tecnologie, possiamo fare innovazione usando vecchie tecnologie come il web per condividere dati archeologici. Potevamo farlo anche 20 anni fa, ma non ne siamo stati capaci. Di condivisione dei dati ha parlato più concretamente Gabriele Gattiglia prima di me illustrando il progetto MAPPA.

Open: cosa apriamo precisamente?

“A piece of content or data is open if anyone is free to use, reuse, and redistribute it — subject only, at most, to the requirement to attribute and/or share-alike.”

Open Definition

Nella Open Definition, si dice che un dato o un contenuto sono aperti se soddisfano certe condizioni. Dati. Contenuti.

Permission is hereby granted, free of charge, to any person obtaining a copy of this software and associated documentation files (the “Software”), to deal in the Software without restriction, including without limitation […]

MIT License

La licenza MIT è una delle più diffuse e comprensibili licenze di software libero. L’autore che la adotti per il proprio lavoro concede a chiunque, senza specificazione di provenienza, età, professione, autorizzazioni, il permesso di copiare, modificare, redistribuire il codice sorgente senza restrizioni né limitazioni. L’unica condizione è di citare l’autore.

Queste due definizioni sono importanti perché:

  1. spiegano senza mezzi termini che per essere “open” dobbiamo dare qualcosa agli altri ‒ se per esempio dico di avere un  “approccio open (source)” o una “filosofia open” non sto dando niente;
  2. spiegano che i destinatari non devono essere definiti a priori (es. gli archeologi in possesso di un certo titolo di studio), ma devono essere universali.

Un mea culpa è d’obbligo per aver contribuito alla diffusione di locuzioni (slogan?) come open archaeology senza il necessario sottotitolo: software e dati liberi. Ma purtroppo l’ambiguità della parola open è ben oltre i confini dell’archeologia e dilaga. Quello che vi chiedo è di non inventare nuovi significati di open dovunque sia coinvolta la tecnologia dell’informazione: il significato c’è, è chiaro, e contribuisce all’esistenza di cose come Wikipedia. Anche perché in caso contrario pongo una minaccia (amichevole ‒ si capisce): di perseguitare chi usa a sproposito la open archaeology pretendendo che la metta in atto veramente.

Sarei solo pedante con questo discorso (Vittorio Fronza lo avrebbe già battezzato pippone diversi paragrafi fa, a buon diritto) se non ci fosse ArcheoFOSS. Ma invece c’è. Dal 2006 abbiamo iniziato a incontrarci, raccogliendo intorno allo stesso tavolo archeologi, informatici, avvocati, economisti, studenti. All’inizio il tema era semplice e chiaro: Free software, open source e open format nei processi di ricerca archeologica (alla faccia degli acronimi). Però nel giro di due anni ci siamo trovati a parlare di:

  • diritto di accesso ai dati;
  • ostacoli alla circolazione delle informazioni in rete;
  • proprietà intellettuale degli archeologi a contratto

Questo è accaduto per due motivi. Il primo motivo è che queste tematiche sono lo svolgimento naturale dei principi del software libero (libertà di condivisione, riconoscimento della propria opera) nel contesto dell’archeologia italiana. Il secondo motivo, più grave e tuttora in cerca di una soluzione vera, è che non esiste in Italia un’altra occasione per affrontare questi temi ‒ affrontarli davvero, non parlarne e basta. Ritengo quindi fondata la necessità del legame tra software libero e dati liberi in questo contesto (Paolo Güll dopo mi ha detto che la pensa diversamente, ma intanto Metarc usa Mediawiki, FastiOnLine è software libero dalla testa ai piedi, così come MAPPA).

L’accesso alle banche dati è diventato fondamentale anche a livello economico dopo l’introduzione dell’archeologia preventiva, perciò qualunque professionista può capire che questa battaglia (se si può chiamare così) è un obiettivo comune. Con l’introduzione del software libero nella Pubblica Amministrazione la condivisione dei dati è oggettivamente più semplice. Per i liberi professionisti e le piccole imprese (di medie e grandi non ne vedo in archeologia) si pone anche un’altra questione economica: investire sulla formazione o sui costi di licenza? E ancora, rifacendomi all’esempio dei social network, che vale però per qualunque servizio web, esternalizzare o fare rete? Mi piacerebbe, a maggior ragione nell’ambito di un incontro organizzato dall’ANA, che queste problematiche non fossero relegate alle scelte dei singoli ma affrontate collettivamente, che si tenesse conto del percorso già fatto in questi anni.

Un esempio di “open” che mi piace

L’apertura delle banche dati e del libero accesso al patrimonio informativo sui beni culturali non riguarda solo gli archeologi. Nel suo intervento Tsao Cevoli ha messo bene in evidenza come un modello sano di partecipazione alla gestione del patrimonio debba includere anche i cittadini.

Nel 2012 per la prima volta si è tenuto in Italia il concorso fotografico Wiki Loves Monuments. Il concorso è stato possibile (anche) grazie ad un accordo tra Ministero per i Beni e le Attività Culturali e Wikimedia Italia, che consentiva di fotografare liberamente i monumenti e siti archeologici che le soprintendenze segnalavano, con una particolare attenzione a quelli “minori” (con meno di 50.000 visitatori l’anno).

Anfiteatro di Capua – Nicola D’Orta – Il vincitore di Wiki Loves Monuments Italia 2012

Tutte le foto partecipanti al concorso sono state caricate su Wikimedia Commons con una licenza Creative Commons – Attribuzione – Condividi allo stesso modo (CC-BY-SA) che permette il riutilizzo senza limitazioni, a patto che si continuino a condividere i contenuti. A me questo sembra un grande esempio di “beni culturali open” in cui la rete serve a incentivare la partecipazione dei cittadini e la “appropriazione buona” dei beni culturali, con una eccezione temporanea ad una norma tra le più anacronistiche del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio.

Tirando le somme…

Nel 2007 avevo invitato Tsao Cevoli, presidente dell’ANA, al secondo workshop sull’archeologia e il software libero (non si chiamava ancora ArcheoFOSS), per parlare di accesso ai dati. Già allora avevamo capito che il software era necessario ma non sufficiente. Già allora avevamo capito che era fondamentale uscire dalle aule universitarie e diffondere una maggiore consapevolezza sugli strumenti e le pratiche di creazione e gestione delle informazioni. Ci siamo un po’ persi per strada e nonostante la partecipazione di professionisti e soprintendenze sia diventata un elemento costitutivo di ArcheoFOSS c’è ancora molto lavoro da fare per rendere questa consapevolezza elementare (nel senso scolastico) e universalmente diffusa.

Il bello di questo workshop è stato ritrovare lo stesso spirito di partecipazione e critica che siamo riusciti a creare in ArcheoFOSS, in una atmosfera seria ma sanamente informale (nella quale ho potuto rivendicare il diritto al mugugno all’inizio del mio intervento) . È un modo per andare dritti al sodo, senza girare intorno ai problemi.

Ho concluso più o meno così:

Io non credo nella condivisione della conoscenza come costituzione di super-intelligenze, di banche dati in grado di rispondere a tutte le domande, la conoscenza si fa costruendo e assemblando le banche dati. Spero invece che la crescente diffusione di dati archeologici in rete possa dare ‒ per dirla con Wu Ming ‒ asce di guerra alle archeologhe e agli archeologi di domani.

• · • · •

Appendice: standard e partecipazione

Sabato 17, durante la prima sessione del workshop, ho commentato l’intervento di Andrea D’Andrea sul web semantico, sottolineando che le ontologie CIDOC-CRM sono state create a tavolino da un gruppo ristretto di persone (per la gestione dei beni museali), ed è quindi difficile accettare che questi standard siano accettati da decine di migliaia di professionisti che se li vedono recapitare a scatola chiusa. È vero che CIDOC-CRM è uno standard ISO: tuttavia, mentre qualunque ingegnere impara che per certi aspetti del suo lavoro dovrà fare riferimento agli standard ISO di competenza, a nessun archeologo viene comunicata l’esistenza di questi standard, che rimangono dominio per pochi “scienziati dell’informazione” (cito D’Andrea) in grado di interagire con gli archeologi. Sono emersi anche problemi di ordine concettuale e filosofico, ma non li affronto qui. Mi è sembrato emblematico che D’Andrea stesso abbia definito “incomprensibili” alcuni dei principali concetti che tentava di esporre ‒ e che si continui a partire da concetti totalmente astratti (ontologie, modelli dati) senza riuscire ad entrare nel concreto e semplice svolgimento dei linked open data.

Ho fatto anche un incauto parallelo con lo sviluppo delle schede ICCD negli anni ’80 (a cui è seguita una opportuna correzione di Giuseppina Manca di Mores, che comunque mi è sembrata rafforzare il punto del mio discorso sull’importanza della partecipazione). L’importanza di standard costruiti tramite processi partecipativi è ritornata anche nelle discussioni di domenica e credo possa essere un punto di partenza per iniziare a confrontarsi con gli standard tecnici che già esistono in modo critico e iterativo (l’iteratività dei processi creativi mi piace molto ‒ ma ne parliamo un’altra volta), puntando alle buone pratiche.

Tweet dal futuro

Tutti i tweet di @stekosteko da “Il futuro dell’antico”. Con commento tecnico.

Il giorno prima

L’anteprima fa capire tutto sul seguito:

Sabato 17 novembre

Ho fatto una radiocronaca forsennata di tutti gli interventi. Senza risparmiare critiche.

Andrea D’Andrea

Massimo My

Paola Mazzei

Erik Pender

All’inizio ho scritto il nome sbagliato.

Mi rendo conto del typo e ho una reazione geek:

Astrid D’Eredità

Giorgio Troisi

In Comic Sans come il CERN.

Salvatore Agizza e Michele Stefanile

Ho fatto confusione tra i due per tutto l’intervento. Chiedo scusa.

Walter Grossi

Postumi

Il giorno successivo non ero in vena di radiocronaca, anche perché parlavo, ma qualcuno ha colto una delle cose più importanti che ho detto:

La notizia completa è sul sito di ArcheoFOSS.