Archaeology in the Mediterranean: I don’t wanna drown in cold water

This post is the second half of the one I had prepared for this year’s Day of Archaeology (Archaeology in the Mediterranean: do not drown if you can). For an appropriately timed mistake, I only managed to post the first, more relaxed half of the text. Enjoy this rant.

Written and unwritten rules dictate what is correct, acceptable and ultimately recognised by your peers: it is never entirely clear who sets research agendas for entire disciplines, but ‒ just to be more specific ‒ I feel increasingly stifled by the “trade networks” research framework that has dominated Late Roman pottery studies for the past 40 years now. Invariably, at any dig site, there will be from 1 to 100,000 potsherds from which we should infer that said site was part of the Mediterranean trade network. We are all experts about our “own” material, that is, the finds that we study, and apart from a few genuine gurus most of us have a hard time recognising where one pot was made, what is the exact chronology of one amphora, and so on. But those gurus, as leaders, contribute to setting in stone what should be a temporary convention as to what terminology, chronology and to a larger extent what approach is appropriate. I can hear the drums of impostor syndrome rolling in the back.

I don’t want to drown in this sea of small ceramic sherds and imaginary trade networks, rather I really need to spend time understanding why those broken cooking pots ended up exactly where we found them, in a certain room used by a limited number of people, in that stratigraphical position.

At the same time, I’m depressingly frustrated by how mechanical and repetitive the identification of ceramic finds can be: look at shape, compare with known corpora, look at fabric, compare with more or less known corpora. If any, look at decoration, lather, rinse, repeat. My other self, the one writing open source computer programs, wonders if all of this could not be done by a mildly intelligent algorithm, liberating thousands of human neurons for more creative research. But this is heresy. We collectively do our research and dissemination as we are told, with sometimes ridiculously detailed guidelines for the preparation of digital illustrations that end up printed either on paper or on PDF (which is the same thing). Our collective knowledge is the result of a lot of work that we need to respect, acknowledge, study and pass on to the next generation.

At the end of the obligations telling you how to study your material, how to publish it, and ultimately how to think about it, you could just be happy and let yourself comfortably drown into the next grant application. Don’t do that. Do more. Follow your crazy idea and sail the winds of Mediterranean archaeology.

Foto libere nei musei, ennesima occasione persa

Nella bozza di decreto con DISPOSIZIONI URGENTI PER LA TUTELA DEL PATRIMONIO CULTURALE, LO SVILUPPO DELLA CULTURA E IL RILANCIO DEL TURISMO compare come è noto anche la voce Misure urgenti per la semplificazione in materia di beni culturali e paesaggistici, che contiene tre norme diverse, del tutto slegate tra loro e a mio parere sintomo di una incapacità politica di leggere il mondo dei beni culturali.

Le tre voci sono le “foto libere”, un indebolimento (ennesimo) delle procedure di autorizzazione paesaggistica e la diminuzione da 40 a 30 anni del termine di consultazione per i documenti giudiziari in archivio. Sui punti 2 e 3 non ho niente da dire. Sul punto 1 ho qualcosa da dire, aggiungendo alle ampie riflessioni di Luca Corsato in cui è spiegato chiaramente che tutti gli usi più credibili e buoni delle immagini dei beni culturali (Wiki Loves Monuments, Invasioni Digitali, OpenGLAM, …) sono completamente esclusi da questo regime di piccole concessioni.

Riporto per intero il passaggio in questione dalla bozza di decreto pubblicata da Tafter:

Sono libere, al fine dell’esecuzione dei dovuti controlli, le seguenti attività, purché attuate senza scopo di lucro, neanche indiretto, per finalità di studio, ricerca, libera manifestazione del pensiero o espressione creativa, promozione della conoscenza del patrimonio culturale:

1) la riproduzione di beni culturali attuata con modalità che non comportino alcun contatto fisico con il bene, né l’esposizione dello stesso a sorgenti luminose,né l’uso di stativi o treppiedi;

2) la divulgazione con qualsiasi mezzo delle immagini di beni culturali, legittimamente acquisite, in modo da non poter essere ulteriormente riprodotte dall’utente se non, eventualmente, a bassa risoluzione digitale.”

Quindi il vertice politico del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo ritiene che lo studio, la ricerca, la libera manifestazione del pensiero, l’espressione creativa e (tremo al pensiero) la promozione della conoscenza del patrimonio culturale siano attività che devono essere primariamente svolte senza scopo di lucro. Ovviamente questo non esclude di esercitarle a scopo di lucro, ma solo con esplicita autorizzazione e, immaginiamo, pagamento. Si dichiara abbastanza chiaramente che:

  • l’espressione creativa basata sul più grande e magnifico patrimonio culturale del mondo (come dice chi non ha niente da dire) possa avere scopo di lucro solo se preventivamente autorizzata;
  • la promozione della conoscenza del patrimonio culturale, ovvero molto semplicemente far conoscere agli altri, al mondo, agli amici le cose belle che vediamo in giro, sia ugualmente sottoposta allo stesso regime di preventiva autorizzazione allo scopo di lucro;
  • che la ricerca sia alla pari con le altre attività, con buona pace delle decine e decine di imprese che fanno ricerca d’avanguardia sul patrimonio culturale, partecipando a bandi e progetti europei ‒ quasi unico paese in Europa in cui siano vigenti restrizioni di questo genere.

Ma non è tutto, perché passando al punto 2), le “riproduzioni” diventano “immagini” (e quindi immaginiamo che le disposizioni del punto 2 non si applichino alle riproduzioni che non sono immagini, es. le stampe 3D, il testo di un documento copiato in digitale…). Queste immagini possono essere divulgate con qualsiasi mezzo, dalla stampa alla proiezione su maxischermo inclusa la pubblicazione su Internet, solo se nessuno può ulteriormente riprodurle. Evidentemente mancano le basi tecniche fondamentali per capire che quando Tizio pubblica sul suo sito web personale una foto, nel momento in cui Caio la visualizza sul suo computer o tablet ha già creato una copia identica del file sul proprio dispositivo. Inoltre, poiché di fatto la stragrande maggioranza di queste condivisioni avviene tramite social network, le immagini pubblicate sono automaticamente copiate sui server e da lì diffuse attraverso ulteriori copie sui dispositivi di tutti gli utenti che visualizzano le immagini. La stessa indicazione di “utente” è al tempo stesso fuorviante e priva di senso, poiché la maggior parte delle operazioni di elaborazione e trasferimento dei contenuti sono completamente automatiche.

Passando dagli aspetti squisitamente tecnici a quelli di natura contrattuale, facciamo un esempio con Twitter per capire meglio l’assurdità del decreto.

I termini di servizio di Twitter, al punto 5 recitano:

Con l’invio, la pubblicazione o visualizzazione di Contenuti sui Servizi, o mediante gli stessi, l’utente concede a Twitter una licenza mondiale, non esclusiva e gratuita (con diritto di sublicenza) per l’utilizzo, copia, riproduzione, elaborazione, adattamento, modifica, pubblicazione, trasmissione, visualizzazione e distribuzione di tali Contenuti con qualsiasi supporto o metodo di distribuzione (attualmente disponibile o sviluppato in seguito).

L’utente accetta che i propri Contenuti potranno essere condivisi, trasmessi, distribuiti o pubblicati dai partner di Twitter e si assume le eventuali responsabilità che possono derivargli qualora non abbia il diritto di fornire Contenuti per detto utilizzo.

Di fatto, la bozza di decreto ci proibisce di pubblicare una immagine di bene culturale su Twitter. Altrettanto di fatto, questa norma viene descritta da tanti (esempio 1, esempio 2) come “libera selfie” o comunque favorevole proprio alla condivisione sui social network. Non capisco bene come sia possibile un fraintendimento così esagerato, sia da parte di chi ha prodotto questo testo sia da parte di alcuni commentatori entusiasti. Siamo, a mio personale parere, di fronte all’ennesima occasione persa di una vera riforma della normativa sulla riproduzione dei beni culturali. Questo fatto potrebbe sembrare strano alla luce della continua e ripetuta importanza strategica dei beni culturali come struttura portante per il rilancio dell’Italia, anche dal punto di vista economico e turistico. Di fatto, ai proclami politici non sembra seguire una adeguata analisi delle richieste del settore. Permane una pretesa di controllo totale, anche nei casi in cui palesemente non sussiste alcuna possibilità di immediata monetizzazione della riproduzione, come nel classico caso del museo in cui non si possono scattare foto ma non è nemmeno disponibile un catalogo stampato da acquistare. In più, viene dato un segnale debole alle istituzioni decentrate, che temo ci porterà dagli attuali bruttissimi segnali “Vietato fotografare” a segnali e/o volantini molto più prolissi in cui saranno spiegate le modalità in cui è possibile chiedere l’autorizzazione a fare una cosa normalissima: fotografare quello che ci piace.  E rimarrà quindi nella coscienza collettiva anche una distorsione del tutto inspiegabile, cioè il divieto/obbligo di permesso per scattare foto dentro il museo tout court, laddove la norma è specifica sui beni culturali e non riguarda minimamente il museo come struttura, spesso semplice contenitore di oggetti nonostante idealizzazioni teoriche lontane dalla realtà.

Ciliegina sulla torta: viene concessa la possibilità di riproduzione a bassa risoluzione digitale, con sentite scuse ai possessori di un display retina. Non ci resta che far stampare i nostri selfie a 1200 dpi e distribuirli agli amici e “amici”. Che non potranno nemmeno rivenderli come carta straccia per liberarsene, ma dovranno eliminarli senza scopo di lucro.

I tracciati ICCD con la shell Unix e Python

Il trasferimento delle schede di catalogo ICCD avviene usando file di testo chiamati tracciati. Può essere utile sapere come trattare questi tracciati con gli strumenti più semplici a disposizione in un ambiente Unix.

L’argomento non è particolarmente eccitante e fortunatamente sembra destinato a diventare presto obsoleto con l’introduzione di un formato XML (peraltro, già obsoleto), ma qualche appunto tecnico può essere utile. I comandi della shell Unix permettono di ricavare informazioni di base e poi possiamo procedere con passaggi più elaborati in Python.

Nel caso di un singolo file di tracciato, per contare il numero di schede contenute possiamo fare riferimento al paragrafo CD, obbligatorio, che introduce ogni scheda:

$ cat tracciato.trc | grep -c -e "^CD:"
1527

La parte principale del comando è l’espressione regolare ^CD: che unita all’opzione -c di grep permette di contare il numero di schede (nel nostro caso, 1527). L’espressione regolare è necessaria per evitare di includere nei risultati anche altre parti del tracciato, inclusi altri campi (ad esempio DSCD), come mostrato nell’esempio successivo:

$ cat tracciato.trc | grep -c "CD:"
2680

Ricaviamo un elenco dei numeri NCTN delle schede, usando un’espressione regolare analoga e il comando cut, indicando lo spazio come carattere delimitatore e selezionando solo il secondo campo:

cat tracciato.trc | grep -e "^NCTN:" | 
cut -d " " -f 2

La lista prodotta dal comando sarà piuttosto lunga ed è meglio salvarla in un file a parte, usando una semplice pipe:

cat tracciato.trc | grep -e "^NCTN:" | cut -d " " -f 2 > nctn.txt

È importante controllare la correttezza dei dati. Secondo la normativa ICCD (sia la vecchia versione 2.00 del 1992, sia la nuova versione 3.00) il campo NCTN deve essere composto da 8 cifre, quindi al numero vero e proprio devono essere aggiunti zeri. In questo modo il numero 13887 diventa nel campo NCTN 00013887 e così via.

Di fatto, dal punto di vista informatico, 00013887 non è un numero intero (che sarebbe invariabilmente memorizzato come 13887) ma una stringa di 8 caratteri in cui i singoli caratteri sono numerici (una considerazione analoga vale, ad esempio, per i CAP). Purtroppo spesso accade che questa prescrizione rimanga disattesa, perché il campo NCTN viene erroneamente interpretato come un campo numerico, ad esempio nella creazione di un database.

Nel caso a cui stavo lavorando nei giorni scorsi effettivamente abbiamo un po’ di tutto: 5 cifre, 7 cifre, 8 cifre.

Nella seconda parte di questo post ci trasferiamo in una sessione IPyhon (in inglese) dove vediamo come elaborare ulteriormente i dati che abbiamo salvato nel file nctn.txt per ottenere un elenco leggibile dei numeri NCTN: prosegui la lettura su nbviewer.

Ricordo infine che una introduzione molto leggibile alla catalogazione ICCD è quella di Diego Gnesi Bartolani, che si può scaricare in PDF dal suo sito web.

 

L’Italia in Africa: Pietro Toselli, Amba Alagi e il “solito” piatto in ceramica

Quando due anni fa ho pubblicato su questo blog un racconto iper-dettagliato su alcuni piatti marchiati Società Ceramica Italiana non avrei mai pensato che quel racconto sarebbe diventato di gran lunga la pagina più visitata di questo piccolo blog. Era inaspettato, mi ha messo in contatto con altre persone molto più competenti di me sull’argomento, ma soprattutto mi ha incoraggiato a coltivare l’interesse verso le ceramiche di età contemporanea. Oggi vi racconto una storia un po’ meno personale ma abbastanza simile e altrettanto interessante.

Parliamo di un piatto prodotto a Mondovì dalla manifattura Alessandro e Cesare Musso tra il 7 dicembre 1895 e il 1 marzo 1896. Non è molto frequente avere una indicazione cronologica così precisa per la produzione di un manufatto industriale di massa ‒ e si tratta di una cronologia indiretta ma rigorosa. Ma andiamo con ordine.

La scorsa primavera ho riordinato per lavoro alcuni reperti in ceramica provenienti da uno scavo urbano effettuato a Oneglia tra 2010 e 2011 ‒ con una documentazione fotografica preliminare. Un lavoro molto semplice e ovviamente superficiale. Non potevano comunque sfuggirmi i due frammenti di questo piatto, che raffigurano una divisa militare e una approssimativa carta geografica con nomi chiaramente etiopi come Doba, Ender[a], Ezba, Amba. Su un frammento della tesa si legge “maggiore”. Vi basti che stavo leggendo Point Lenana proprio nello stesso periodo.

Ho cercato un po’, ho trovato il libro Ceramiche patriottiche e militari dell’Italia contemporanea di Roman H. Rainero (edito nel 2008) e ho deciso che lì potevo trovare qualche notizia in più. Il libro non è molto diffuso ma l’ho trovato nella bellissima biblioteca dell’Istoreto di Torino. E nel libro ho trovato il piatto, ovviamente.

In biblioteca all'Istoreto con il libro e le foto del piatto
In biblioteca all’Istoreto con il libro e le foto del piatto

Il piatto è stato prodotto dalla manifattura di Alessandro e Cesare Musso a Mondovì, come indicato nel marchio a inchiostro. Questa manifattura non compare nell’Archivio della ceramica italiana del ‘900, forse perché chiuse i battenti a fine Ottocento, ma è probabilmente collegata alle altre manifatture Musso di Mondovì. Il piatto porta una decorazione dedicata (stranamente) alla commemorazione di un evento negativo per l’Italia: la disfatta di Amba Alagi durante la guerra abissinica, in cui perse la vita il maggiore Pietro Toselli (a cui sono intitolate vie in moltissime città d’Italia, non ultima Siena).  La data di produzione è necessariamente compresa tra il 7 dicembre 1895 (data della battaglia) e il 1 marzo 1896, cioè la data della sconfitta ben più disastrosa di Adua, che compare invece in posizione defilata nella approssimativa carta geografica alle spalle di Toselli. Nel frattempo c’era stato anche l’assedio di Macallè, celebrato in altri due piatti della serie “L’Italia in Africa” molto simili anche nella decorazione.

Preciso subito che non conosco il valore di mercato di questo piatto, nel caso in cui ne possediate uno intero (dubito che in frammenti sia di interesse per i collezionisti). Ho l’impressione che non ve ne siano molti esemplari in circolazione, probabilmente a causa del breve periodo in cui è stato prodotto, ma posso sbagliarmi.

Da archeologo, lasciando da parte il piatto intero e tornando ai frammenti, devo sottolineare che questo reperto va considerato nel suo contesto di rinvenimento, in cui erano presenti altri oggetti prodotti a Mondovì nello stesso periodo. È certamente molto raro trovarsi di fronte a un reperto ceramico con una datazione così ristretta, che spesso è rara anche per una moneta. Spero ovviamente che tutto il contesto venga pubblicato (per chiarezza: non me ne sto occupando), sarà molto interessante e darà una prospettiva meno ristretta alle osservazioni su che ho raccolto qui.

D’altro canto, non posso non domandarmi che significato ha avuto questo piatto per chi lo ha comprato e posseduto: persone senza nome ma certamente affascinate dall’impresa coloniale italiana, come tante altre in quegli anni. Certamente non tutti condividevano questo entusiamo, né era da tutti acquistare questi oggetti celebrativi da esporre nelle proprie case. Negli stessi anni sempre a Mondovì si producono oggetti in ceramica tesi a raffigurare gli etiopi con fattezze mostruose e animalesche, come a rafforzare l’idea della loro inferiorità. Sarà poi il regime fascista a condurre per alcuni anni l’Etiopia sotto il dominio italiano.

Riporto alcuni brani del libro, ricordando che se siete interessati a questo argomento potete comprarlo direttamente dal bookshop del Museo Storico Italiano della Guerra o cercarlo in biblioteca.

La descrizione del piatto (pagina 95):

Pietro Toselli ad Amba Alagi. La prima guerra d’Africa inizia con il tragico scontro di Amba Alagi […] Immediatamente l’emozione diventa l’occasione per un piatto celebrativo della speciale serie “L’Italia e l’Africa” dove compaiono la figura del Toselli (chiamato erroneamente Pier) sullo sfondo di una incerta carta geografica della regione attorno all’Amba Alagi e, nella tesa, i nomi dei due capi militari italiani in campo: il governatore dell’Eritrea, generale Oreste Baratieri, ed il comandante delle regie truppe in Africa, maggior generale Giuseppe Arimondi. E, per la salvezza dell’Italia, il famoso “Stellone d’Italia”. La data della produzione del piatto si può  situare esattamente tra il 7 dicembre 1895 ed il 1° marzo 1896, data della sconfitta di Adua, località che nel piatto compare senza evocare la battaglia che ancora doveva avvenire.

Piatto di ceramica, manifattura Alessandro e Cesare Musso (Mondovì), diametro 24 cm [MGR FO 98]

La serie “Italia in Africa” fu comunque un successo effimero (pagina 97):

La serie ”Italia in Africa”. Il positivo esito di vendita dei piatti di Toselli e di Galliano indusse la manifattura ad inaugurare una vera serie di “piatti coloniali” dell’Italia, nella speranza di proseguire le fortunate produzioni. Ma questo progetto non andò molto avanti, forse per le infauste sorti della guerra, e così lo speciale marchio della serie di Toselli e di Galliano su “L’Italia in Africa” non annoverò la produzione di altri piatti.

Le manifatture ceramiche italiane sono schierate con le autorità (pagina 17), e questo fa riflettere sull’estrazione sociale degli acquirenti di questi piatti:

le produzioni italiane appaiono stranamente diverse da quelle rivoluzionarie francesi in quanto non celebrano mai eventi “sgraditi” alle autorità e a una certa parte dell’opinione pubblica. […] si trovano celebrate persino sconfitte clamorose (Amba Alagi, Macallé) ma mai momenti di lotta dell’“altra” Italia, quella che pareva non degna di fare storia ufficiale.

Alla prossima puntata.

For Aaron Swartz

I didn’t know Aaron Swartz. And yet his tragic end touched me a lot. I saw some friends and colleagues react strongly in the weeks following his death, as strong as you can be in front of a tragedy at least.

Aaron was only a few years younger than me. He had achieved so much, in so little time. He was an hero. He is an hero.

I was deeply touched and I am still sad especially because I do the kind of things that Aaron did, although on a much smaller scale. I am not an hero, of course.

In 2008 I started collecting air pollution data from a local government office. Everyday, one PDF. Later I started writing web scrapers for this dataset and others. I never really got to the point where the data could be of any use. Most of this was done out of frustration.

In 2009 I got a PhD scholarship from my university and with that came a VPN account that I could use from anywhere to access digital resources for which the university had a subscription (including part of JSTOR). I gave those credentials to several friends who had not the same privilege I had, and I didn’t worry, even though those were the same credentials used for my mailbox. You cannot even try to move your first steps into an academic career without access to this kind of resources.

I regularly share digital copies of prints, especially the incredibly awful copies made by photographing a book. Every single person I have been working with in the last three years does this regularly: scans, photographs, “pirate” PDFs or even pre-prints, because everything will do when you need a piece of “global” knowledge for your work. I have to break the rules so regularly that it feels normal. And yet, I don’t feel guilty for any of that, except for the fact that I didn’t take the next step with access to knowledge, giving to everyone and not just to a small circle of people.

Sometimes between 2008 and 2009 I helped making a copy of the entire archive of BIBAR (Biblioteca di Archeologia, mostly about medieval archaeology), hosted at my university. That’s more than 2 GB of academic papers, the same kind of content that Aaron took from JSTOR. Years later, that copy lives as a Torrent download, out of any restriction. It’s a small #pdftribute for Aaron.

An Early Christian basilica in Turin (Torino)

La Repubblica.it reports that recent excavations in Turin (Torino) have brought to light an Early Christian basilica. That is the third Early Christian complex found in late Roman Augusta Taurinorum. Most interestingly, it is much further away from the city walls (in the upper part of the map shown here), as Egle Micheletto points out in the interview. While the size of the Early Christian city is not comparable to e.g. Mediolanum, it is still impressive!

chiese-torino
Early Christian complexes in Turin (blue stars), with the Roman city wall in grey. The Po river (Padus/Eridanus) is in the lower right corner.

The archaeological remains will be visible to the public only when the construction project is finished in 2016, according to the article.

Is this a satisfactory account of archaeology in the public interest?

Blogging archaeology: the good, the bad and the ugly

This is round #2 of the blogging archaeology carnival run by Doug Rocks-Macqueen. My previous post is here.

The good

The good is that blogging makes me a better archaeologist. Blogging is a collective endeavour and being part of it has meant for all these years to get in touch with other people, discover research paths that were otherwise invisible. Getting more visibility is only one side of this, and I don’t think my blog is necessarily making me a popular archaeologist, but there have been some fortunate cases, like when I decided to write a story about 20th century mass-produced pottery (apparently very popular!), or the idea of discussing “Archaeology (and Web) 2.0“. Blogging is a skill, that is featured in my CV.

The bad

I cannot always write what I want on my blog. This is partly because I have a natural tendency to write rants, but also because since I started blogging I have always been within some institution (e.g. university) and straight criticism of colleagues or managers is almost always not well received. Now that I work for a public institution, things are even worse in this respect, because I could write a lot about interesting topics, but not without dealing with stories that are potentially disagreeable. I prefer to keep these things for myself, but I’m not happy with that.

Is this really bad? Yes. Writing and blogging comes out of creativity, freedom of expression and speech, and limiting myself to academic topics and general politics is increasingly frustrating.

The ugly

It would be hard for me to find something really ugly about blogging archaeology.  So I’ll just leave you with the final scene of “Rock’n’roll highschool”:

Ugly, ugly, ugly people.

(bonus points if you know why the Ramones must be quoted when dealing with “The good, the bad, the ugly”).