Società Ceramica Italiana di Laveno

Probabilmente in molte case italiane ci sono piatti simili a questo.

Piatto da frutta, Società Ceramica Italiana

La cosa che però forse solo pochi fanno è voltare il piatto sottosopra, leggere il marchio di fabbrica e cercare di saperne qualcosa di più. OK, le produzioni ceramiche di massa del XX secolo non saranno particolarmente eccitanti, ma credo che proprio questa loro diffusione le renda degne almeno di uno sguardo.

Fondo di piatto da frutta, Società Ceramica Italiana

Il reperto in questione è un piattino da frutta, presente nella collezione di famiglia in 7 esemplari. Secondo mia nonna provengono sono stati acquisiti tramite una raccolta di punti fedeltà. Secondo mia madre erano di una delle sue nonne e non hanno niente a che vedere con una raccolta punti.

Quindi? A quando risalgono i piatti da frutta con il bordo arancione? Sono un cimelio o una banalità? A quante generazioni sono sopravvissuti?

Società Ceramica Italiana di Laveno

Il marchio di fabbrica rimanda esplicitamente alla Società Ceramica Italiana di Laveno (VA).

La Società Ceramica Italiana di Laveno, fondata nel 1856, va incontro alla fusione con la Richard-Ginori nel 1965, e per questo motivo si trovano alcune informazioni sulla sua storia sul sito web del Museo di Doccia. Altre informazioni storiche sono pubblicate da Roberto Conti nel suo Archivio della Ceramica Italiana del ‘900 (ripreso, purtroppo senza nessuna aggiunta, dal blog Il Piatto Antico). I punti salienti sono:

  • viene fondata nel 1856, da parte di ex-dipendenti della società Richard;
  • nel 1883 assume la denominazione di Società Ceramica Italiana (S.C.I.);
  • negli anni 1920 e 1930 sotto la direzione artistica di Guido Andlovitz eccelle nella produzione di servizi da tavola;
  • nel 1956 entra a far parte del gruppo Richard-Ginori;
  • nel 1965 avviene la definitiva fusione.

Questa cronistoria è di per sé sufficiente a collocare entro il 1965 la produzione dei nostri piatti da frutta. Infatti, sulla stessa pagina web del Museo di Doccia indicata sopra, è evidente che dopo la fusione lo stabilimento di Laveno continuò a produrre ceramiche, ma con il marchio Richard Ginori.

Il terminus post quem è il 1883, ma sembra a prima vista un po’ troppo indietro.

Raccolta punti si o no?

Proseguiamo l’indagine con la raccolta punti. Si tratta di un argomento su cui non è facile reperire informazioni storiche in rete, anche a causa della promiscuità dell’argomento con le raccolte attuali. In Italia la diffusione di massa avviene negli anni 1950 con le celebri raccolte Mira Lanza, anche se non va dimenticata la raccolta Buitoni-Perugina degli anni 1930 (centrata sulle figurine). Non esplicitamente, ma questo documento descrive per sommi capi alcuni aspetti del fenomeno. Tra i premi della raccolta Buitoni-Perugina (anni 1930) figura anche “un servizio da tè o caffè per 12 persone”: non sembra essere il nostro caso, ma ci si avvicina. Senza un elenco di possibili raccolte, e senza una indicazione cronologica anche generica, è difficile stabilire questo aspetto.

Marchi di fabbrica

Nonostante i piatti siano solo 7, ci sono due gruppi con rispettivi marchi di fabbrica. La forma del marchio è la stessa, un’aquila sormontante un cartiglio. In un caso in la scritta recita Società Ceramica Italiana – Laveno mentre nell’altro al centro si legge Verbanum Stone e intorno Società Ceramica Italiana – SCI – Laveno.

Marchio “Verbanum Stone”, Società Ceramica Italiana

Perché due marchi diversi se i piatti sono uguali tra loro? Una cronologia dei marchi della Società Ceramica Italiana aiuterebbe a capirlo, ma non sono riuscito a trovarne una. Le ipotesi sul piatto sono due:

  • i marchi sono relativi a due diversi stabilimenti;
  • i marchi sono relativi a periodi diversi.

Per inciso, queste sono le due classiche alternative dello studio delle produzioni ceramiche in archeologia: variazione nello spazio o nel tempo.

Vediamo cosa è possibile stabilire su questi marchi basandosi sulle risorse disponibili in rete (il volume Laveno e le sue ceramiche: oltre un secolo di storia non è facilmente reperibile, anche se si trova in alcune biblioteche pubbliche). Verbanum Stone sembra più semplice da cercare, perché non corrisponde al nome della società, quindi inizieremo da quello.

Il catalogo LombardiaBeniCulturali contiene una collezione di 516 oggetti prodotti dalla Società Ceramica Italiana, quasi tutti conservati nel museo di Laveno. Questo marchio propagandistico contiene la dicitura Verbanum Stone ed è datato tra il 1900 e il 1924. Ne esiste uno precedente, di stile molto diverso. Il tipo con aquila e cartiglio però non è molto significativo dal punto di vista cronologico perché è rimasto in uso anche dopo la fusione con Richard-Ginori, come si vede nella pagina già citata sopra del Museo di Doccia. Il marchio Verbanum è presente anche su alcune tazze e un piatto nella collezione del Berghof di Adolf Hitler, parte di un servizio donatogli da Benito Mussolini. Una versione finemente dettagliata del marchio fa la sua comparsa su questo piatto nella collezione della Wolfsonian–Florida International University.

La cronologia dei marchi di fabbrica rimane difficile da stabilire con certezza.

Poiché le schede di catalogo di LombardiaBeniCulturali contengono, nella versione dettagliata, sia la datazione sia la descrizione del marchio di fabbrica (dove presente), ho pensato che uno spoglio delle schede di catalogo potesse dare qualche indicazione. L’inizio è stato promettente, perché ha indicato che il marchio Verbanum Stone non va oltre gli anni 1930, ma ho voluto avere il conforto dei grandi numeri e controllare tutte le schede di catalogo. E il risultato è stato migliore del previsto.

Ho trovato 128 schede su 516 che attestano la presenza del marchio “VERBANUM STONE”, ma alcune riportano anche questa spiegazione completa:

La  presenza  della marca  in  verde  con  aquila  ad  ali  spiegate  e  la scritta  VERBANUM  STONE  indica  una  datazione  entro  il  primo  quarto  del  Novecento,  considerato  che  intorno  al  1925 Guido Andlovitz fece sostituire tale marca con quella con la scritta Lavenia.

Ecco dunque una indicazione cronologica sicura, anche se non abbiamo ancora capito il rapporto con il secondo marchio, la cui presenza su piatti del tutto uguali potrebbe indicare l’utilizzo di più marchi in contemporanea, magari in stabilimenti diversi, oppure la produzione continuata di un servizio molto semplice anche dopo il cambio del marchio.

Il tipo del piatto è molto semplice, e comprensibilmente non fa parte del catalogo LombardiaBeniCulturali, ma potrebbe essere un sottoprodotto molto elementare di questo servizio decorato da Piero Portaluppi negli anni 1920. C’è una denominazione precisa sulle forme dei piatti e dei servizi, ma non sono riuscito a trovarne una che corrisponda ai nostri piatti.

Conclusione

Sembra che in fondo i piatti fossero veramente di una mia bisnonna, e che abbiano ormai almeno 90 anni. Un bel traguardo per questi superstiti di un servizio da tavola più numeroso.

Non è l’età anagrafica a rendere questi piatti interessanti ‒ e ci sono certamente cose più vecchie, in grado di raccontare una storia più intima di questa ‒ ma credo che dovremmo praticare un po’ più spesso queste “spigolature” sulla cultura materiale dell’altroieri: ho imparato qualcosa di nuovo sulla storia di una industria italiana, sul suo funzionamento e ho scritto una piccola storia su sette piccoli piatti che continueranno a stare nella credenza con gli altri, ma da oggi sono un po’ più interessanti.

C’è in Italia un pensiero post-colonialista dell’archeologia?

Appunti presi sulla spiaggia di Preveli a Creta il 17 luglio 2011 e scarsamente rielaborati in seguito. Il discorso merita di essere approfondito.

C’è in Italia un pensiero post-colonialista dell’archeologia? Mi pare di no. Non credo che l’archeologia colonialista abbia necessariamente a che fare con il fascismo: lo precede (in alcuni casi di diversi decenni, come peraltro il colonialismo in generale) e gli è sopravvissuta. Probabilmente questa identificazione contribuisce ad azzerare il problema coloniale e l’ipotesi post-colonialista come una questione già risolta.

Eppure il problema c’è. Riesco a pensare ad almeno tre punti di partenza:

  1. il metodo di scavo, sia in relazione all’uso di manodopera locale, sia più in generale nelle tecniche e strategie;
  2. il rapporto con l’agenda culturale locale e la ricerca archeologica, storica, etc. del paese/paesi ospitanti;
  3. il rapporto con l’esotico e collocamento del luogo dove si opera in una dimensione “altra”, l’identificazione del presente con il passato e innamoramento temporaneo dell’esotico.

Il punto 1 è forse quello più semplice da sviscerare e modellizzare: grandi aree o sondaggi, scavi pluridecennali o di breve durata, pochi archeologi e molti operai oppure pochi operai e molti archeologi, scavo oppure ricognizione. E ancora: approccio oggettivo, antichistico e definito oppure cangiante, riflessivo. Un sottoproblema è anche da ravvisare nelle forme gerarchiche del lavoro: pochi capi con precisi obiettivi e ampie conoscenze possono essere seguiti da giovani studenti e ricercatori in formazione con interessi specifici, anche di dettaglio, oppure essere semplicemente al seguito, in un luogo come un altro (e da qui la sciocca attesa di un metodo universale, buono per ogni contesto). Temo che questa situazione sia molto diffusa, non solo nell’ambito della ricerca italiana. In termini generali, può essere descritto come una mancanza o carenza di consapevolezza, che peraltro è tipica del post-colonialismo “per necessità”: il colonialismo vero conosce la lo storia passata e recente anche perché ha bisogno di essere a stretto contatto con il potere. L’ignoranza della storia recente, che è strettamente legata all’“appiattimento” del punto 3, è un punto piuttosto importante, che fa anche capire come un approccio binario al problema non possa essere esaustivo.

Ritornando sul rapporto con il fascismo, mi sembra importante rimarcare una accezione ampia del concetto di colonialismo, in cui la ricerca delle origini (dalla remota preistoria alle innumerevoli “albe della civiltà”) o del mediterraneo impero antico non sono gli unici svolgimenti del tema. Come collocare altrimenti l’archeologia delle crociate o delle potenze mercantili, e il militarismo che studia fortificazioni d’ogni epoca?

Amsterdam, here I come

The excavation campaign in Vignale is over, and a new season of study and research is just beginning for me. The next 12 months are the last year of my doctorate. To get a wider picture of ceramic studies beyond the traditional chronological limits of Late Antiquity (or, to put it more smartly, to follow Peter Brown’s own definition of it), I’m heading to Amsterdam today for a 3-days conference on “Fact and fiction in medieval and post-medieval ceramics in the Eastern Mediterranean”, organised at UvA by Dr. Joanita Vroom.

As usual, I will share my notes from the conference on a shared notepad (here).

By the way, this is the reason why I’m not going to Open Government Data Camp in Warsaw. Good luck to all the friends there!

Eleutherna: first week of excavation on the Acropolis

On the 23rd August Elisa and myself came back to Crete for another week of archeological excavation, this time in Eleutherna with the University of Crete.

Eleutherna: Sector II - Acropolis

Dr Christina Tsigonaki came to visit our excavation in Gortyna last month and she was very kind to invite us in Eleutherna. The excavations here are one of the best in Greece, also for the very good quality of publications. The work of Christine Vogt and Anastasia Yangaki on the ceramic finds from Eleutherna is a point of reference for my research, even if mine is based in Gortyna and the ceramic evidence is quite different, also judging from what I have seen in these first days.

Eleutherna: Pyrgi - the tower

The excavation team is directed by Dr Tsigonaki and the people, all students from the University of Crete, are very nice ‒ it’s a pleasure to work with them and to learn some more Greek from their mouth. We start working at 7:00 am until 2:30 pm and finds washing takes place at the local school (now unfortunately empty) from 5:30 pm until 9:30 pm. The documentation system is based on SYSLAT, the one developed on the French site of Lattara/Lattes, and it’s not so different from others I have used before. Everybody is doing their own bit of everything (washing, keeping records, writing short descriptions of sherds, etc), there’s not much specialisation but it’s an effective way of teaching the basics of how to run an archaeological excavation.

The Acropolis of Eleutherna is also an ideal archaeological context for looking at the development of “hilltop” settlements from Antiquity into the Byzantine era: this is in a few words Elisa’s research topic.

Una fornace da calce in Val Pentemina

È il 18 luglio 2007. Arriviamo alle Serre di Pentema passando da Montoggio. Anche venendo da Torriglia la strada è molto migliore e più veloce.

Accompagnatori sono Tilio (Attilio Sciutto) e Carletto (Carlo Traverso). Andiamo a vedere una fornace da calce “antica”, che loro non hanno mai usato, né hanno mai sentito i loro vecchi dire di averla usata.

Dalle Serre scendiamo verso la gea passando per la mulattiera in direzione di Montoggio. A metà circa si divide la mulattiera per Montoggio (a destra) e quella che scende ancora. Si arriva in fondo praticamente alla confluenza della Pentemina con il rio di Fallarosa, che iniziamo a risalire.

Nella gea si prendeva la sabbia per costruire, che poi veniva portata su con i muli, o a spalla per chi non aveva i muli. C’erano punti specifici dove si raccoglieva la sabbia, che con lo scorrere continuo dell’acqua era molto pulita. Usava che quando qualcuno individuava un mucchio di sabbia, ci posava delle pietre sopra, a segnalare che intendeva farne uso. Le altre persone perciò evitavano di prendere quella sabbia, che era già stata ”prenotata”.

Non mi sono nemmeno accorto che stavamo salendo su verso Fallarosa invece che nella Pentemina. Comunque, alla confluenza dei due corsi d’acqua, c’è il Campo da Sera Vegia, che Tilio chiama così. Non c’è molto da vedere se non parecchie pietre. Chissà che a fare qualche prospezione non esca qualcosa. Lungo il percorso, dove l’alluvione non ha mangiato del tutto il terreno, si incontrano spesso delle ciasse da carbon, riconoscibili perché sono perfettamente piane, anche con muretti di sostegno. Queste piazze, anche se erano del proprietario del terreno, venivano usate da tutti, e tutti quelli che la usavano facevano in modo di lasciarla come l’avevano trovata, pulita.

Non c’è molta acqua, comunque salendo si incontrano tre laghetti: Lago do Pian, Lago da Conca, Lago di Merli (perché qui ci faceva il nido il merlo – martin? – pescatore). Ci sono un po’ di pesci e anche i gamberi di fiume, che sono più grandi di quanto credessi. Troviamo anche la Teccia longa (sulla nostra sinistra, salendo), una cavità nella roccia, in pratica uno strato geologico che è stato dilavato tra due più resistenti, dove si cercava riparo dalla pioggia con gli animali al pascolo.

Arriviamo alla fornace, che è sulla nostra destra risalendo. Non so a che altezza ci troviamo di preciso: il GPS un po’ per la vegetazione e un po’ perché siamo in fondo alla valle stretta non funziona. Al tempo stesso, nonostante ci fosse una strada che da Fallarosa veniva fin quaggiù, ormai non ce n’è traccia. La mia impressione è che ci troviamo all’altezza del Fricciaro, o tra Fricciaro e i Campi.

La fornace è ancora molto alta. Dal piano del terreno sarà almeno 3 metri, forse di più. In alto invece è al pari con il livello della terra. Dentro è quasi completamente vuota, anche se non si riesce a vedere il boccacion da dove venivano infilate le pietre e le fascine di castagno. Semplificando, purtroppo, la spiegazione di come funzionava questa fornace è questa: la fornace è chiusa, e si conclude in alto con una falsa volta; il materiale viene inserito solo dal basso, e infatti il boccacion è grande perché ci deve entrare una persona dentro; all’interno le pietre sono disposte ordinatamente, una sopra l’altra; si usano fascine di legna. La calce così ottenuta viene selezionata, il crudo viene scartato; si mette in una fossa, dove viene aggiunta piano piano acqua: in questo modo la calce si “raffina” e diventa di ottima qualità. È Tilio stesso a farmi notare come questo procedimento, sicuramente più laborioso, dà però come risultato una calce di qualità nettamente superiore a quella del cemento industriale. Nessuno di loro ha mai usato questa fornace in particolare, ma hanno usato altre fornaci secondo questo procedimento. Ovviamente la posizione della fornace è strategica e deve essere in una zona ricca di pietra da calce (filon da pria da câsin-na). La fornace è costruita con un altra pietra, che però non sanno specificarmi.

Tutta un’altra storia è quella della seniêla, cioè una fornace per la calce molto più piccola, che può essere costruita e operata da una persona sola. Il nome deriva dalla cenere, che alla fine della lavorazione spesso si trova mescolata alla calce. Questa fornace ha una bocca molto più piccola, sempre in basso, che serve solo per accendere la combustione. In alto non è chiusa, ma aperta. Partendo dal fondo vengono sistemati vari strati di legna di castagno (e non altri legni più forti) e pietre di piccole dimensioni (meno di 10 cm). Viene dato il via alla combustione dal basso, e si continuano ad aggiungere strati di legna e pietre finché la seniêla non è piena, o finché c’è la quantità necessaria. Anche qui è importante selezionare la calce, cercare di lasciar fuori la cenere e i crudi.

Esaurita la fornace, torniamo indietro e decidiamo di risalire alle Serre per l’altra mulattiera, quindi risaliamo una parte della Pentemina. Troviamo sulla nostra destra il Muin do Bacioccu.

Sopra il Muin do Bacioccu, all’altezza della sua presa, c’è il Campo da Preisa, dove si coltivavano la mêga, le patate e il grano ancora dopo la guerra. Nello stesso punto si vede benissimo la ciuxa che portava acqua, anche volante (su travi di legno). Dopo qualche esitazione, Tilio conferma i miei ricordi: più in su, “da a Nina” la ciuxa passava da una parte all’altra della gea, con un pilastro in muratura e travi di legno.

Risaliamo verso le Serre e raggiungiamo la mulattiera che va fino al mulino delle Bande, dove è nato Tilio, passando per una costa che in basso si chiama Leman e in alto Banda. E arriviamo alle Serre, un po’ stanchi ma molto soddisfatti.

Byzantine and Christian Museum of Athens: the pottery on display

I had a chance to spend two entire weeks in Athens last November. Apart from studying at the Italian, British and American libraries, I also visited the Byzantine and Christian Museum, that has a good collection of Early Byzantine pottery and silverware. The collection was noted by Sebastian Heath, who used to keep a review of such resources on one of his blogs.

Silver tableware

Silverware from the Byzantine and Christian Museum of Athens

Silverware from the Byzantine and Christian Museum of Athens

Silverware from the Byzantine and Christian Museum of Athens

Silverware from the Byzantine and Christian Museum of Athens

Lamps

Late Roman lamps

Late Roman lamps

Late Roman lamps

Lamps

Lamps

Fish-shaped lamps

Lamps

Lamps

Amphorae

LRA2 amphorae

Saint Menas pilgrim flasks

Saint Menas flasks

Saint Menas flasks

African Red Slip Ware, Hayes 104 large dish

African Red Slip, Hayes 104 large dish

African Red Slip, Hayes 104 large dish with depiction of Christ

Kitchen and tableware

Cups, dishes and jugs

Beakers, jugs and a funnel

Table and kitchen pottery

Table and kitchen pottery

Coins

Coins

Coins

Glass and ceramic unguentaria

Glass and ceramic unguentaria

Late Roman jugs and lamps from the Panepistimio metro station

Late Roman jugs and lamps from the Panepistimio metro station

Late Roman jugs and lamps from the Panepistimio metro station

Late Roman jugs and lamps from the Panepistimio metro station

Gortina di Creta nel IV e nel VII secolo d.C.

Lunedì 11 e mercoledì 13 aprile 2011 si sono svolti a Padova e a Siena due seminari su Gortina di Creta nel IV e nel VII secolo d.C., nell’ambito delle rispettive scuole di dottorato in archeologia. Gli incontri erano aperti agli studenti ma hanno avuto come scopo principale quello di agevolare la presentazione dei risultati più recenti delle ricerche in corso e la discussione dei temi più rilevanti per l’agenda della ricerca a Gortina.

Questi due seminari facevano seguito a quello del 2009 sullo studio della ceramica tenuto a Milano, e dovrebbero essere seguiti nell’autunno 2011 da un seminario sull’VIII secolo, a Bologna.

Il IV secolo (de ruptura)

A Padova le presentazioni hanno trattato il teatro del Pythion e l’area antistante (successivamente occupata dal quartiere bizantino), oltre ad una panoramica più ampia sull’area del Pretorio e del complesso santuariale del Pythion tra età tardo-ellenistica e tardoantica.

Il punto più importante, che emerge con chiarezza dalle tre aree di scavo qui presentate, è che già dall’inizio del IV secolo si hanno chiari segni di abbandono del complesso santuariale del Pythion (tempio, teatro, stadio) che occupa l’intera area monumentale antica (in pratica, quella oggetto di studio della Scuola Archeologica Italiana). Il terremoto del 365 d.C. andò quindi a colpire un insieme di edifici già in corso di degrado, riutilizzati per stabulazione di animali (questa non deve essere necessariamente intesa come una attività “povera” ‒ in particolare per quanto riguarda i cavalli uccisi dal crollo del teatro) e recupero di materiale da costruzione.

Il VII secolo (de continuitate)

A Siena abbiamo trattato il VII secolo, che è il tradizionale momento di “rottura” nelle periodizzazioni della vita della città, in particolare in virtù del sisma dell’anno 670 d.C., che avrebbe posto bruscamente fine ad una precedente situazione di relativo ordine urbano. Di fatto, sono invece ormai molti gli indizi che invece fanno intuire una prosecuzione della forma urbana, almeno in alcune aree della città, legate al potere religioso o civile. La necessità di affinare gli strumenti di analisi e datazione per il periodo tardo è stata sottolineata, pur con la difficoltà legata ad un panorama mediterraneo completamente cambiato: assenza di ceramiche sigillate, volume del traffico in anfore drasticamente ridotto, tendenza dei centri urbani ad una progressiva autarchia basata sul proprio territorio (in alcuni casi, senza successo sul lungo termine come a Gortina).

Ossessione, identità, stratigrafia

L’archeologia ha/è l’ossessione del tempo che scorre. Vedere il passato, il susseguirsi dei fatti, guardando nel presente oggetti immobili, inutilizzati.

L’archeologia ha a che fare con l’identità, l’identificarsi in qualcun altro, in un altro tempo-luogo, facendolo temporaneamente, lucidamente e in maniera ripetitiva. L’archeologia è teatro.

La strati-grafia va intesa come tutte le altre -grafie artistiche e creative: una forma di composizione con sue regole ma intimamente bisognosa di un atto creativo: strati- è lo strumento utilizzato per la -grafia.

Barriere fluide tra sistemi di gestione della conoscenza in archeologia

Il 3 febbraio 2011 ho partecipato al seminario “Lo scavo e il web 2.0. Percorsi/pratiche/riflessioni” organizzato presso il mio dipartimento a Siena da Marco Valenti ed Enrico Zanini. L’idea era quella di avere una serie di interventi lampo sul tema, affrontato dalle diverse prospettive che caratterizzano i gruppi di ricerca attivi nei diversi ambiti cronologici (in particolare tarda antichità e alto medioevo) e geografici (Toscana, Mediterraneo).

Di fatto il risultato è stato un po’ diverso, un po’ più “convegno”, ma non sono comunque mancati gli spunti di riflessione.

Io ho fatto un intervento di taglio molto riflessivo e autocritico (forse troppo?), la cui unica illustrazione era la seguente:

Barriere fluide tra sistemi di gestione della conoscenza

Di fatto il problema che mi sono posto e che ho condiviso con gli altri partecipanti era il seguente: già ad oggi non abbiamo le risorse per gestire “in casa” tutti i dati che produciamo, e ci affidiamo in modo crescente a servizi esterni per la gestione di video, immagini, discussioni, dati. Quanto dovrebbe essere sotto il nostro diretto controllo? Cosa può tranquillamente essere gestito tramite servizi gratuiti o a pagamento? Abbiamo riflettuto sul cloud computing e valutato la possibilità di farne uso? Abbiamo più bisogno di contenitori o di elaboratori?

Credo che la cosa più importante non sia tanto scegliere, ma avere la concreta possibilità di scegliere in ogni momento il modo più consono alle nostre esigenze e risorse, con il minimo attrito nel passaggio da un sistema all’altro. Ecco quindi che il wiki, al di là di tutte le sue carenze (di fatto, una sola: non essere un database relazionale), ha il grande vantaggio di essere già in rete, e di essere quindi naturalmente predisposto ai collegamenti da e verso l’esterno. La carenza più significativa che individuo in questa fase è semmai il fatto che i nostri wiki sono chiusi (per una serie di ragioni, alcune valide, altre superabili) e quindi viene meno la possibilità di usare i motori di ricerca, di linkare i contenuti dall’esterno, e così via.

Il video con il mio intervento e una parte della discussione successiva si trova qui, grazie al Mediacenter di Archeologia Medievale.

Voi, come usate il web 2.0 e quali barriere date all’informazione?